A chi spettano le “Virtù di Palazzo Spreca”? Viterbo le rivendica e ne ricorda la bellezza in un volume artistico

di MARIA ANTONIETTA GERMANO –

VITERBO – Gli affreschi quattrocenteschi rappresentanti le Virtù sacre e le Virtù profane che  hanno abbellito negli anni il salone nobiliare di Palazzo Spreca di Viterbo, trasformato nel compendio edilizio del Buon Pastore, già monastero delle Convertite, hanno subito una triste sorte.

Questa è la storia. Il palazzo di proprietà del Comune, è stato venduto nel 1989 a un privato che ha scardinato le piccole e preziose opere dalle pareti e le ha cedute a un antiquario che a sua volta, ne ha fatto oggetto di una mostra a Palazzo Venezia di Roma.  Il caso ha voluto che sul posto ci fosse l’architetto Enzo Bentivoglio che ha riconosciuto le pitture viterbesi e ha segnalato il fatto alle autorità giudiziarie. Da qui il recupero dei dipinti e la riconsegna al Comune di Viterbo. L’antiquario però ha presentato in tribunale un’istanza per riavere il mal tolto. Così sono stati chiamati in causa il proprietario, il Comune di Viterbo, il Ministero dei Beni culturali e la relativa Soprintendenza, per appurare se al momento della vendita fosse in atto un vincolo per il bene storico. In fase di processo il Comune di Viterbo ha però dimostrato l’assenza di qualsiasi vincolo al momento della vendita, così ha salvato il proprietario del palazzo e l’antiquario e ha, forse, definitivamente perso il prezioso ciclo pittorico. Ora per sbrogliare l’intrigata vicenda, si attende la decisione finale del tribunale. Intanto le pitture recuperate, giacciono  in un deposito del Comune di Viterbo.

Detto questo, va ricordato che nel 2014 a Palazzo dei Priori di Viterbo si è tenuta una magnifica mostra del titolo “Sacro & Profano. Capolavori a Viterbo tra il Quattrocento e il Settecento”, dove sono state presentate opere di altissimo pregio, tra cui gli affreschi delle quattordici Virtù di Palazzo Spreca, esposte nella chiesa di San Silvestro (piazza del Gesù).

Per tener vivo l’interesse sulle Virtù, l’Associazione culturale RinascimentiAmo, (piazza San Simeone) ha pubblicato un delizioso e prezioso volumetto  dal titolo: “sulle Virtù di Palazzo Spreca a Viterbo” (GB Editoria) a cura di Ginevra Bentivoglio, unito a un dossier di approfondimento documentario di Fabiano Tiziano Fagliari Zeni Buchiccio dal titolo provocatorio “Perché nessuno dica di non sapere”, nel quale ha raccolto i passaggi di proprietà da cinquecento anni di storia fino ad arrivare ai nostri giorni.

Alla conferenza di presentazione hanno partecipato Andrea Alessi, direttore del Museo civico del Comune di Acquapendente e  Margherita Eichberg, soprintendente per l’Archeologia, Belle arti e paesaggi di Roma, Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale. L’incontro è stato introdotto dalla storica dell’arte Simonetta Valtieri che ha precisato: “Abbiamo voluto ricostruire la collocazione delle Virtù all’interno di una stanza di Palazzo Spreca, soprattutto per un motivo, hanno un valore storico fondamentale. Questo perché? Un fatto poco conosciuto a Viterbo, nel momento in cui si stava costruendo il nuovo centro del Palazzo Comunale, gli Spreca, sia il padre di Domenico Spreca che il figlio, erano priori di Viterbo. La sala di Palazzo Spreca era anche a uso pubblico, delle attività del Comune di Viterbo e quindi hanno una grande valore storico”.

Andrea Alessi e Margherita Eichberg (f. MAG)

La parola passa ad Andrea Alessi:  “Ho letto il libro. Ho molto apprezzato questo lavoro per diversi motivi. Oggi sono qui per un motivo fondamentale, perché nel 2014, in 4 mesi siamo riusciti a mettere insieme la mostra che aveva questo titolo “Sacro & profano”. Una mostra che aveva lo scopo di mettere insieme i tesori più importanti che possedeva Viterbo, rivisti attraverso la luce del sacro e profano. Questo ha permesso di cogliere le più importanti testimonianze del passato, prendendo capolavori indiscussi di grande valore di autori molto noti, però opere poco note tra gli addetti ai lavori. La mostra andò molto bene ed ebbe interesse della stampa nazionale, anche all’estero è andato perché il catalogo (GB Editoria) è conservato in tutti i musei più importanti del mondo.  Ho voluto mettere la mia immagine per questa bella e giusta causa, causa che dovete conoscere in tutte le sue spigolature e che dovremo conoscere tutti, quando uscirà il dispositivo del tribunale”.

“Ho contattato – conclude Alessi –  anche il giornalista Fabio Isman (scrive per il Messaggero di Roma) perché si è occupato e si occupa di tesori che vengono e sono stati predati in tutta Italia. Anche lui ha messo la sua professionalità a nostra disposizione e vi anticipo che in febbraio per Art & Dossier (Giunti), ci sarà un suo articolo che si intitola “Pagina nera”, dove viene riassunta tutta la vicenda di Palazzo Spreca. La vicenda, quindi, assumerà anche una connotazione nazionale. Infine voglio far notare dettagli che ho scoperto recentemente: molte Virtù sono state pesantemente ritoccate e se dovessero rimanere al Comune di Viterbo, andranno riportate all’antico splendore”.

Interviene la Soprintendente Margherita Eichberg: “Grazie agli autori. Una città come Viterbo deve riprendere il filo logico della valorizzazione dei suoi tesori che sono oggettivamente molti. Ho cominciato a lavorare al ministero nel 2000, a Siena, che è molto simile a Viterbo, sono due città un po’ buie, un po’ umide, medievali. Però paradossalmente, a Siena ho visto che tanto medioevo è un medioevo falso. Di restauro di fine Ottocento, primi Novecento. Invece a Viterbo, poiché tante architetture non sono state ripristinate, quello che si vede è autentico. Viterbo è una città che ha una forte identità, oltre ad avere un’importanza storica quasi senza pari”.

Margherita Eichberg e Simonetta Valtieri (f.MAG)

La tutela – precisa –  non è una cosa facile. Come mai la Soprintendente di venerdì 21 dicembre sta a Viterbo, tra l’altro in una sede non istituzionale, ma privata? Fa parte della complicazione di questo scorcio di millennio, perché abbiamo ormai perso autorevolezza. Sono molto schietta. Nel corso dei decenni ci hanno mortificato, depauperato, con una suddivisione di competenze tra gli enti locali e lo Stato, le soprintendenze sono state recentemente indebolite, ci hanno ridotto di numero, ci hanno accorpato, ma questo lo considero un fattore positivo. Quindi che ci sto a fare qui? Ci sto a fare, al di là del ruolo che rivesto e che rivestono i miei colleghi, per il tempo che abbiamo perso in questo strano caso e che stiamo perdendo. Abbiamo speso interi pomeriggi per vedere la storia di questa triste vicenda. La giurisprudenza dovrebbe seguire il buon senso, perché se la giurisprudenza fa giurisprudenza, andiamo sempre peggio. Al contrario bisognerebbe imboccare la strada del recupero dei valori”.

“Tra le carte che abbiamo avuto modo di vedere – continua la Soprintendente –  c’è da commuoversi vedendo come 150 anni fa funzionavano le cose.  I beni che vengono tolti agli enti ecclesiastici che nel tempo si ricostruiscono, perché c’è stata una corsa febbrile di ricostruzioni da parte delle comunità religiose per le proprie sedi. Alla fine lo Stato passa tutto agli enti locali conservandosi alcune parti e opere d’arte.

“All’epoca c’è stato un lavorio di buon senso, hanno passato i beni agli enti locali con l’accortezza che ci fosse un soggetto terzo, prima non c’erano  le soprintendenze, sono subentrate dopo. Tutto quello che c’è di storico artistico è di competenza superiore e non possiamo fare oggetto di una cessione. Oggi si potrebbe dire che questo principio di sussidiarietà avveniva all’inverso, cioè dallo Stato si calava all’ente locale che lo metteva a disposizione dopo aver offerto tutte le garanzie a ciò che aveva un interesse superiore, un interesse collettivo, generale.

Queste disgraziate Virtù sono state l’occasione di esplorare tutta una serie di episodi dei quali, forse, alcuni di noi e io per prima, sentiamo nostalgia. Come funzionavano le cose? Lo Stato negli anni Venti chiedeva al Comune che cosa devo notificare di interesse?  Fra i beni che avrebbe dovuto essere oggetto di registrazione, c’era anche qualcosa di Palazzo Spreca. Fino alla fine del terzo decennio e all’inizio del quarto decennio del Novecento, non era mai stato messo in discussione che in quel palazzo ci fosse qualcosa di interessante. Anzi, era un oggetto di interesse. Poi con la guerra, l’emergenza della ricostruzione, della riconversione, si è un po’ perso il filo del discorso, e quindi ci può stare che, sebbene questa dimenticanza, nel momento in cui si prendono nuovamente in mano le carte, ci siano tutti gli strumenti per poter tornare indietro. Anche senza adottare provvedimenti drastici di tipo giudiziario, ma cercando di colloquiare,  chi ha titolo per farlo come la Soprintendenza che sta cercando di prendere in mano questa brutta faccenda e portarla avanti nel pubblico interesse”.

“Quello che balza agli occhi  – conclude Margherita Eichberg – è lo scritto del ricercatore onorario Fabiano Tiziano Fagliari Zeni Buchicchio, Viterbo ha una persona così e non se ne avvale, Come mai? Tra l’altro in sinergia con un altro ispettore onorario hanno svolto un lavoro da detective. Hanno fatto una serie di sopralluoghi e di rilievi ricostruendo per filo e per segno tutto quello che è avvenuto. Qualcuno può dire che non c’è stata la veste dell’ufficialità. Anche la Soprintendenza dovrebbe superare le carte da bollo e il cavillo, perché se lo facessimo noi con lo stesso zelo, verremmo come minimo crocifissi, a testa in giù. Determinate strade sono di ostacolo al buon senso oltre che alla tutela”.

“Grazie ai disegni fatti a mano, oggi possiamo capire come questo complesso funzionasse, ma è pure facile risolvere il problema con l’intuizione di Fabiano Buchicchio. Perché una parte di questo complesso, in Soprintendenza abbiamo i disegni dei progetti, non so se poi è stato portato avanti il progetto di restauro,  è di proprietà del Comune in collegamento diretto con il Salone delle Virtù. Si tratterebbe di togliere un pezzo di bene immobile all’attuale proprietario che a suo tempo ha venduto, forse questa è la soluzione più facile”.

 

 

 

 

   

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