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Accoglienza e ospitalità

di FRANCESCO MATTIOLI-

Propongo un argomento cercando di trattarlo in termini sociologici, non ideologici, anche se non è facile perché coinvolge quel vissuto quotidiano nel quale le impressioni spesso prevalgono sull’analisi razionale, scientifica.

Dunque: a ben vedere, buona parte dell’attuale dibattito politico nazionale e internazionale verte sull’ampio e complesso tema delle migrazioni. Dibattito che concerne purtroppo ignobili e incompetenti temi di carattere razzista (su nazionalità e relativo colore della pelle) ma che più in generale – e con maggiore maturità argomentativa – riguarda l’integrazione socioculturale, la sicurezza e le politiche planetarie dello sviluppo.

Le migrazioni sono le conseguenze di una politica secolare di sfruttamento delle terre e delle popolazioni più arretrate da parte dei paesi ricchi ed ex coloniali: ieri rastrellandovi direttamente materie prime e costringendo a convivere etnie diverse e spesso rivali, oggi apparecchiando consorzi con dittatori locali e, soprattutto, impiantandovi fabbriche la cui manodopera costa dieci volte di meno e non è abituata a reclamare diritti. Mettiamoci anche la crisi ambientale che sta desertificando alcuni territori e il quadro giustifica fughe compulsive e talvolta disperate anche a costo della vita.

In Occidente non è solo un questione di gente che si ammassa ai confini e poi sciama nei paesi americani ed europei. In tal caso, si tratterebbe solo di un problema di ordine pubblico legato al fatto che il soggetto emarginato e non integrato – come le scienze sociali avvertono da settant’anni – reagisce quasi inevitabilmente con comportamenti devianti. In tal caso, la soluzione starebbe nel non creare emarginati e sfruttati, come se ne vedono troppi in giro. Ne riparliamo fra poco.

In realtà il vero problema è un altro.

La maggior parte degli immigrati, al netto dei sudamericani, è di cultura e di religione islamica. In tal caso, c’è un incontro tra culture diverse – alla faccia di quella globalizzazione che presagiva la standardizzazione di usi e costumi – che inevitabilmente oggi sta diventando scontro di culture.

Uno scontro che si verifica tra una cultura occidentale fondata sulla laicità dello Stato, sulla libertà, l’uguaglianza, la democrazia e la difesa di valori umani nati oltre duemila anni fa; e una cultura che propugna la confessionalità dello Stato, l’illiberalità, la diseguaglianza di genere, l’autocrazia politica, la logica punitiva, ecc.

Una società multiculturale costruita su questi due orientamenti, fondati su valori e su graduatorie di valori incompatibili, non può resistere a lungo, perché non si possono dedurre quelle regole comuni di convivenza che già Rousseau indicava come condizione imprescindibile di ogni società equilibrata.

In realtà, in una società multiculturale una cultura finisce per prevalere storicamente sulle altre e costituisce il punto di riferimento per la convivenza politica, economica e sociale, e per l’identità storica di un Paese. Vale per l’Europa, abbeverata alla cultura greco-romana e poi ai principi del liberalismo e della Rivoluzione francese, ma anche per il mondo islamico e quello estremo-orientale (a parte quello “americanizzato”, dal Giappone alla Corea del Sud), che hanno ignorato e ancora ignorano il concetto di democrazia.

Una precisazione: la multiculturalità è ben diversa dalla multietnicità. Una società multietnica è normale; le società lo sono sempre state: vale per l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada, la Cina, la Russia, il Marocco, l’India o l’Iran. Con buona pace di chi non ha coltivato seri studi storici e socioantropologici e quindi ancora confonde la cultura con il colore della pelle.

Ma torniamo alla multiculturalità e alle difficoltà di conciliazione in Europa tra cultura occidentale e cultura islamica.

Il mondo occidentale ha impiegato duemila anni per trasformare gli ideali di uguaglianza e di rispetto umano propugnati dalla filosofia greca e dal Cristianesimo in un sistema di convivenza liberale e democratico e ancora oggi stenta a mantenerlo, viste le manifestazioni di tradizionalismo codino, di maschilismo, di suprematismo e di razzismo che emergono in ogni dove.

Il mondo islamico ha scelto altre strade, sia negli ideali generali che nella condotta quotidiana.

Difficile concepire una società multiculturale composta da questi due differenti e talvolta antitetici referenti morali.

Basterebbe un esempio. Gran parte del mondo occidentale, come ha sottolineato Benedetto Croce, pur nella sua più completa laicità si ispira alla morale evangelica. Ma ha saputo fare dei distinguo: ci sono passi di Paolo oggi di insopportabile misoginia, seppur compatibili con l’epoca, che ormai appaiono superati dalla Legge e comunque relegati all’io interiore di una minoranza di nostalgici mentecatti.

Viceversa, lo stesso atteggiamento misogino di Paolo è tuttora è parte delle leggi coraniche, della shari’ah e degli usi e costumi quotidiani di gran parte della cultura e delle leggi islamiche, dalla ritualità religiosa ai rapporti familiari, fino all’abbigliamento.

Questioni che, a dire il vero, in Italia abbiamo superato definitivamente solo da una cinquantina di anni (si pensi al delitto d’onore, abrogato solo nel 1981 o anche all’obbligo del capo coperto per le donne in chiesa, valido fino al Concilio Vaticano II), ma che ci stiamo comunque lasciando definitivamente alle spalle.

Anche l’estensione dei diritti ad ogni cittadino è parte integrante della cultura occidentale (nell’Islam si arriva ad una tolleranza di talune minoranze, ma con fortissime restrizioni): così, uno dei motivi di frizione tra occidentalismo ed Islam sta proprio qui: che mentre per coerenza etica e democratica noi accogliamo le culture altre, queste non ci ricambierebbero mai il favore. A queste condizioni, è comprensibile che la massa elettorale – temendo una invasione non tanto di persone, quanto di idee estranee e divisive: si pensi a cosa accade nell’East London… – si orienti verso chi propugna la difesa dei valori occidentali, seppure spesso in salsa etnocentrica, razzista e sostanzialmente fascista.

Si è detto del successo elettorale dei partiti conservatori, in Italia e in Europa. Qualcuno si chiede quale si l’alternativa proposta della politica progressista e dalla stessa Chiesa, ambedue impegnate in una sorta di esaltazione e di promulgazione dei principi e dei valori irrinunciabili e indiscutibili del politicamente corretto, cioè di un umanesimo pronto a raccogliere le preghiere dei più sfortunati, in nome di una “carità”, laica o cristiana che sia. Sul piano teorico, si tratta di una posizione eticamente doverosa, alla quale tuttavia non sembrano seguire strategie, programmi e interventi in grado di rispondere compiutamente a certi problemi e a più o meno fondati timori diffusi tra la popolazione.

Perché accade questo? Qualcuno imputa ai partiti progressisti un atteggiamento intellettualistico da salotto buono che non riesce a confrontarsi con i problemi quotidiani e alla Chiesa di predicare l’amore per il prossimo senza fare i conti con i problemi quotidiani della convivenza e con le aspettative della società occidentale del XXI secolo.

In realtà la questione forse potrebbe stare tutta in due concetti che sembrano sinonimi e non lo sono: accoglienza e ospitalità.

Sui dizionari si legge che l’accoglienza consiste sostanzialmente nell’aprire le porte di casa a chi abbia bisogno del tuo aiuto al momento. Aprire una porta non costa nulla, significa dare considerazione ad un tuo simile che ha bisogno di te.

L’ospitalità va ben oltre. Tu vai a condividere in casa tua una routine quotidiana con l’Altro. Si viene a creare un rapporto di scambio, una messa in comune di risorse e di stili di vita.

Così, se tu accogli l’immigrato e poi lo releghi in un angolo, se non puoi o vuoi dargli chances, se pensi di ripulirti la coscienza per poi abbandonarlo o addirittura sfruttarlo, allora crei soltanto condizioni di conflitto, di frustrazione, di mancanza di regole comuni, di mancanza di rispetto reciproco, di mancanza di sinergia nel proseguire assieme una vita sotto lo stesso tetto. Accogli, ma non ospiti.

Se l’immigrato lo accogli e poi lo inserisci, lo conduci al rispetto delle regole comuni della casa, gli dai una dignità, lo fai tuo partner sociale, allora lo ospiti, gli hai offerto un aiuto umano e cristiano. Altrimenti è solo un tragico bluff che produce un dialogo tra sordi fatto di reciproche diffidenze ed esclusioni.

Ma attenzione: l’ospitalità non esime l’ospitato dal seguire le regole di casa, anzi deve indurlo a concludere dei patti, a rispettare delle condizioni, ad inserirsi in una società sapendo chi ci vive, come ci vive e come intende la vita.

Un paese veramente democratico è tollerante e rispettoso della diversità, ma come ci ha insegnato Kant esistono imperativi categorici forgiati dalla storia di una cultura che non possono e non devono essere disattesi. Chi è in difficoltà – politica, economica, esistenziale – deve essere aiutato. Vale per l’etica laica e per quella cristiana. Ma chi accoglie deve sapere che è solo il primo passo di un più lungo cammino di solidarietà

(il buon Samaritano non aiutò solo la vittima dei ladroni ma si preoccupò che recuperasse le forze, la salute, il diritto di esistere), e deve capire che oggi l’accoglienza impegna all’ospitalità, quindi impone l’integrazione di chi chiede asilo. Brutto termine, per taluni,” integrazione”; dal Sessantotto, dai primi scritti di Umberto Eco ci giunge un senso di diffidenza verso quello che sembra un “inquadramento” delle idee e un bavaglio allo spirito critico. Ma altro è contribuire criticamente ad una crescita di civiltà, altro è opporsi ad essa; neppure la Costituzione Italiana, che pure è una delle più aperte, arriva a tollerare le dittature, le teocrazie e le diseguaglianze.

Quindi colui che chiede asilo e ospitalità, gravato da minacce o spinto da speranze di una vita migliore, deve sapere che entra in un mondo già strutturato, e in questo mondo nuovo e diverso deve necessariamente integrarsi accettandone i valori, le regole, le tradizioni.

Se uno Stato riesce a mettere in atto questo processo, che si ispira ai più alti ideali della democrazia e della giustizia sociale, allora non ci sarà né la miope e integralista visione del suprematista xenofobo, ma neppure la velleitaria, disorganizzata e demagogica carità del politicamente corretto.

Francesco Mattioli

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