Addio allo storico cinema Azzurro, diventato un negozio di abbigliamento

di ANNA MARIA STEFANINI-

VITERBO – È stata tolta ormai anche la storica insegna. Il cinema Azzurro di via Carlo Cattaneo, che per anni è stato tristemente chiuso, è diventato ora un negozio di abbigliamento inaugurato da qualche giorno. Non fu solo il più moderno e bel cinema di Viterbo. Ampio, comodo, capiente, con le sue poltrone tutte azzurre, fu luogo di conferenze, di esibizione di artisti, di teatro, di incontri fra scuole, di dibattiti. Un luogo di cultura.
I 50enni di oggi ricordano le assemblee tenute lì, i brividi ingenui provati durante la visione de “Il tempo delle mele”; film storici, fantascientifici e cinepanettoni. Amori nati fra le poltroncine azzurre come il mare e come i “pomeriggi” cantati da Celentano.

Quella parte del quartiere La Pila si chiamava “Azzurro”, che era il nome del cinema e dell’attiguo supermercato.
“Ci vediamo all’Azzurro” si era soliti dire e tutti sapevano dove fosse, senza usare i navigatori di oggi.

Il cinema Azzurro fu chiuso in silenzio nel 2011, e da allora le grate nascosero il degrado.
L’Azzurro , il Genio (800 posti a sedere), il Metropolitan, il Trento e il Trieste. E poi il “pidocchietto” che oggi è il San Leonardo o teatro Caffeina. Il cinema Corso, sempre pieno di giovani militari, con i suoi film audaci. Viterbo era piena di cinema. Città di set cinematografici, ma anche ricca di sale. E non solo cinema. Biblioteche, circoli, luoghi di ritrovo per persone di tutte le età, come il Dulca’s, e poi l’eleganza di Schenardi, il popolare bar di Mario e suo fratello, a piazza delle Erbe e ancora discoteche dal mitico Papillon al Vitti, al Fire Cat a Bagnaia. Locali che hanno fatto storia.
Svago e cultura: un binomio vincente.
La cultura è un bene comune e anche un diritto di ognuno. Deve essere un elemento fondamentale per il rilancio dell’economia della città e questo può avvenire soltanto cambiando la sua narrazione. C’è un assunto italiano da capovolgere, che vede ancora la cultura e la scuola tra le prime voci a essere prese di mira in caso di crisi economiche, quasi a sminuirne la funzione a elementi sui quali si possono fare più “tagli”.
Non c’è più un cinema a Viterbo. Certo, c’è un teatro che sta rivivendo i suoi antichi fasti con una ricca e varia stagione, ma, per vedere un film, bisogna andare alla multisala in località Pallone.

La situazione non è migliore a Roma: chiuse circa 101 sale, di cui i cinema abbandonati o dismessi sono 43; i cinema trasformati in sale bingo, negozi o supermercati sono 53, e solo in rari casi, 5 in totale e su iniziativa di privati, vengono restituiti alla cittadinanza come luoghi culturali con valenza sociale.

Una sala cinematografica chiusa è una perdita per la città, perché è uno spazio sottratto alla cultura; è la perdita per molte persone di uno spazio a cui sono legate memorie personali, spesso è la sparizione improvvisa di un luogo importante di ritrovo per una comunità di abitanti, quindi è un vuoto architettonico che impoverisce la città intesa nella sua funzione sociale e incrementa la tendenza a considerare il “suolo” cittadino solo in una logica di speculazione e rendita.
Al contrario potrebbe essere un’opportunità, perché è un pretesto per ripensare la città e immaginare luoghi funzionali alle nuove esigenze della contemporaneità, dove possano mescolarsi narrazioni, testimonianze, linguaggi delle arti contemporanee, economicamente sostenibili in una logica di rispetto del territorio e della sostenibilità ambientale.

Mentre riflettiamo, passiamo davanti all’edicola chiusa nella stessa via e alle vetrine lucenti del nuovo negozio dell’Azzurro in cui già si vedono camicie e giacconi appesi.

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