Adolf Hitler e l’ambizione di diventare un grande artista, psicologia del dittatore

di ANGELO RUSSO-

VITERBO- L’ambizione del giovane Adolf Hitler era quella di diventare un pittore famoso. Per ben due volte, nel 1907 e nel 1908, il ragazzo fu bocciato all’esame di ammissione presso l’accademia di belle arti di Vienna. Aveva 18 anni. Pur avendo talento possedeva una impostazione molto rigida del disegno e troppo ancorata all’architettura tanto da lasciare meno spazio all’inventiva e alla creatività. La doppia bocciatura, che tarpava le ali alla sua ambizione gli creò una enorme frustrazione. Il suo complesso d’inferiorità tendeva ad incrementarsi sempre più. Successivamente Hitler visse in modo solitario, chiuso agli affetti e con forti spinte narcisistiche. Abitò a lungo in un dormitorio pubblico vendendo qualche disegno prevalentemente a commercianti ebrei, ai quali doveva loro la sua sopravvivenza. Allo stesso tempo maturava nei loro FOTO 2confronti un odio, probabilmente misto ad orgoglio, per la compassione che riceveva. Secondo quanto pubblicato dal Libro Blu, pare che nell’agosto del 1939, cioè nei giorni caldi che precedettero lo scoppio del secondo conflitto mondiale, Hitler disse all’ambasciatore britannico Neville Henderson “Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia vita come un artista.” Sono centinaia le opere lasciate da Hitler, alcune furono vendute all’asta dopo la seconda guerra mondiale, altre furono sequestrate dall’esercito degli Stati Uniti e ancora detenuti dal governo di Washington.
In questo contesto, arte e psicologia, trovo interessante approcciare a questa storia per ipotizzare le dinamiche che possono influire in modo significativo alla “nascita” di un dittatore.
Un leader, per essere tale, deve possedere una personalità con delle caratteristiche peculiari. La psicologia sociale in diversi studi ha evidenziato almeno tre componenti: “la capacità” (intelligenza, facilità di parola, conoscenza specifica); “la socievolezza” (partecipazione sociale, coopera e popolarità); “la motivazione” (iniziativa e perseveranza). L’autorità in questo contesto è sostituita dall’autorevolezza, che può essere definita una modalità di relazione più rispettosa ed empatica, soprattutto maggiormente efficace. D’altra parte, la storia insegna, non sempre i “capi” sanno farsi rispettare mantenendo contemporaneamente la stima e l’ammirazione del gruppo che li segue. Alfred Adler il medico viennese, inizialmente allievo di Freud e successivamente fondatore della “psicologia individuale comparata”, in antitesi col maestro – Adler fu il secondo importante dissidente delle teorie freudiane, l’altro fu Carl Gustav Jung – impostò la prima dottrina psicodinamica con impostazione sociale. Adler fu il primo ad individuare e quindi a descrivere un sentimento d’inferiorità naturale evidenziabile nelle prime fasi di vita del bambino e nello stesso tempo, in modo ambivalente, l’aspirazione dello stesso a voler dominare. Da questa forte ambivalenza, secondo Adler, nasce il bisogno di superare la propria, frustrante, inadeguatezza. In alcuni casi la difficoltà a superare tale sentimento può essere la causa dello sviluppo di un vero complesso d’inferiorità. Va ricordato che l’aspetto fisico e la salute precaria sembrano avere influito sul suo pensiero: Adler era di bassa statura, e soffrì di rachitismo.
L’uomo, poco incline alla rassegnazione e alla sofferenza, adotta attraverso la propria psiche tutte le difese necessarie a sfuggirle, e può attivare delle mirate compensazioni. Queste azioni difensive, che potremmo definire vere e proprie “escamotage”, possono essere armoniche e non pregiudicare i rapporti con gli altri, oppure nel caso più nefasto, disturbanti fino alla patologia, rendendo l’individuo antisociale. Alcune persone, con un “genio” particolare compiono una supercompensazione, utilizzando le proprie qualità per spingersi oltre la semplice neutralizzazione dell’inferiorità, ponendosi delle mete ambiziose e cercando di sovrastare gli altri. Questi individui, attingendo con ingordigia dal proprio narcisismo, solitamente abnorme, strutturano un ulteriore complesso: quello di superiorità. A tal punto, colti da forme deliranti d’onnipotenza, questi soggetti, si spingono alla ricerca disperata di potere e gloria, incuranti purtroppo dei sentimenti e dei bisogni degli altri. Questa dinamica sembra essere alla base della personalità disturbata dei dittatori. Per avvalorare maggiormente questa tesi è utile descrivere alcuni aspetti e relazioni interpersonali di grandi dittatori del passato.
Adolf Hitler incarna sicuramente un valido soggetto di studio. Il piccolo Adolf, secondo le biografie, aveva un padre rigido ed autoritario in casa, quanto disposto a lasciarsi andare nelle relazioni extra familiari agite principalmente nelle taverne. Un modello che incarnava quella virilità dominatrice che era fonte di tendenze alla ribellione da parte del figlio. La madre di Adolf era la terza moglie del padre. Quest’ultimo aveva pianificato per il figlio un futuro da funzionario. Adolf con dei sentimenti ambivalenti, da una parte era portato ad imitare il padre, che era un ufficiale doganale del Ministero delle finanze, e dall’altra a differenziarsi da lui. Il giovane in cuor suo aveva l’ambizioso progetto: diventare un pittore famoso ed affermato. Tutta la vita di Hitler è permeata dall’ambivalenza; pur essendo renitente alla leva, nei confronti dell’Austria, si arruolò volontario in occasione della prima guerra mondiale nell’esercito del re di Baviera. Dopo la sconfitta, con un misto di rabbia, prese corpo l’idea paranoide che quella Germania potesse rappresentare la razza eletta destinata a dominare il mondo. Tutti sappiamo l’epilogo di questa storia che ha, nel contesto della psicopatologia, un grande valore dimostrativo.

 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi con:
LEGGI TUTTE LE NOTIZIE