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Protezione Civile

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Al cantiere di Santa Maria in Gradi presentati i primi risultati di restauro e indagini archeologiche

di MARIA ANTONIETTA GERMANO –

VITERBO – La duecentesca Chiesa di Santa Maria in Gradi, posta a ridosso del Rettorato e Dipartimenti dell’Università della Tuscia, ha avuto durante i secoli varie traversie, trasformazioni e danni anche a causa dell’ultima guerra. L’intera struttura fu anche adibita a carcere (1873-1993).
Dal 1996 è oggetto di interventi di restauro a cura della Soprintendenza e del MiBACT.

Questa mattina, mercoledì 29 aprile, nell’ambito delle iniziative della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, è stato aperto il cantiere di Santa Maria in Gradi a due speciali visite guidate, una per gli addetti ai lavori e l’altra alla cittadinanza, per illustrare i primi risultati sullo stato di avanzamento dei lavori e sulle prospettive di valorizzazione del sito stesso.

Ad aprire l’incontro la Soprintendente arch. Margherita Eicheberg che ha spiegato: “Vedere questo posto dove è stato smontato un ponteggio che stava qui da più di 20 anni, è una bella sensazione. In realtà è stato tutto molto complesso perchè la situazione, dopo anni e anni di abbandono, è stata talmente consolidata dall’incuria, dalla presenza di piccioni e dal ritrovamento di un animale, un tasso che era il padrone di tutta questa chiesa, sia la parte coperta che quella scoperta, quindì c’erano avanzi di cibo e molto altro che segnavano la sua presenza. Quindi una situazione particolare perchè è un cantiere che è stato concepito agli inizi degli anni 2000. Questo posto è stato bombardato e dopo il bombardamento è stato ulteriormente demolito, perchè hanno preferito demolire la volta della chiesa piuttosto che consolidarla. Così come il portico che aveva subito degli altri danni. Praticamente è stato un edificio che hanno scelto di non ripristinare nella sua funzione, perchè come sapete non era più chiesa da tanto tempo però aveva una funzione laboratoriale all’interno di un penitenziario.

“Che cosa è successo? – chiede l’arch. Margherita Eicheberg – “E’ che la Soprintendenza ha preso in mano questo oggetto agli inizi degli anni 2000, già prima era stato progettato un intervento di riuso: doveva fare sistema con l’Università, si era parlato addirittura di farne l’Aula Magna, ma poi come vedete le cose sono cambiate in tutti questi anni e quindi il progetto di un Aula Magna faraonica inserita all’interno di un posto così complesso da restaurare, che ha avuto già dei costi enormi per quanto è stato fatto, e che comporterebbe dei costi ugualmente enormi per essere concluso, quando l’Università si è già organizzata in altro modo, con un certo numero di aule, anche di rappresentanza, sicuramente molto belle, capienti e di facile utilizzo, questo ha fatto sì che il pensiero di completare quest’opera, fosse accantonato. Ma questo già da diverso tempo perchè i lavori, mi sembra che si siano interrotti, se non sbaglio nel 2008.

“Quindi abbiamo ripreso mano soltanto dieci anni dopo con un primo pronto intervento di 20mila euro, che in realtà abbiamo cominciato a pensare cosa fare. E i ponteggi sono stati un problema smontarli e rimettere ordine in una navata che poi abbiamo studiato dal punto di vista strutturale, perchè nel frattempo si sono avvicendate norme che rendono obbligatorio la verifica di vulnerabilità sismica di questi grossi complessi e poi, l’adeguamento normativo con un miglioramento della struttura e il raggiungimento di un certo grado di sicurezza.

“Poi con l’Università sono stati messi a fuoco quali potrebbero essere i futuri utilizzi, e quindi tutto questo per dire che noi abbiamo fatto in questi anni, un po’ di cose e poi passeremo la palla all’UniTuscia che proseguirà i lavori. Ovviamente trattandosi di un edificio così importante, anche se può sembrare una perdita di tempo, dovendo fare dei grandi lavori, abbiamo ritenuto di dover indagare la parte archeologica, soprattutto per le tante lacune che questo pavimento presenta, sono più le parti mancanti che quelle superstiti. E’ una chiesa interessantissima che ha rivelato in parte qualche informazione sulla sua struttura medievale ma poi sono uscite fuori anche delle novità di ciò che c’era prima della chiesa medievale. Questo vi verrà poi comunicato dalla dott.ssa Casocavallo”.

Tra la polvere e i materiali edili, si affaccia l’architetto Federica Cerroni che descrive il lavoro fatto sul luogo (se ne occupa dal 2018). “Va detto – spiega – che la verifica di vulnerabilità che abbiamo completato ha poi consentito all’Università di ottimizzare la tempistica del lavoro che è stato quasi finito da parte dell’ing. Massimino e dovrrebbe, credo, ormai aver consegnato all’Università il suo progetto. Restituire questa visita al pubblico è stata veramente una impresa importante. Si sono avvicendati tre pre-finanziamenti che ho curato insieme alla collega archeologa Casocavallo e funzionaria di Viterbo. I primi interventi di messa in sicurezza delle aree scoperte, la rimozione dei ponteggi e anche il consolidamente di alcune crespe murarie, che è un intervento che è andato a valere sul finanziamento di circa 200mila euro, e poi l’intervento più importante, quello che vale sul finanziamento della Legge 190, disposto su tre annualità, di un milione e duecento ottantamila euro, che aveva come indirizzo primario quello di realizzare la verifica di vulnerabilità fisica, e quindi comprendere il funzionamento del sistema strutturale di Santa Maria in Gradi, per arrivare a un suo miglioramento sismico. Questa operazione ci ha consentito di fare una serie di indagini storiche anche sul monumento che ci hanno restituito dati che oggi stiamo analizzando e mettendo a sistema rispetto anche a quelle che sono le fonti storiche, dato noto dalle fondi di archivio, per ricomporre la genenesi dell’unità architettonica della chiesa di Santa Maria in Gradi, a partire anche dalle evidenze archeologiche.

“Il finanziamento della verifica sismica, l’analisi è stata portata a compimento.Abbiamo utilizzato una parte di questo finanziamento per approfondire ed indagare l’area del coro e del presbiterio in quanto l’accessibilità della struttura di Santa Maria in Gradi era ridotta o addirittura nulla, dal momento che dalla fine dell’800, la struttura diventa una struttura penitenziaria e l’ambiente nel quale ci troviamo veniva destinato a un laboratrio di falegnameria e tintoria dei detenuti. Tutte attività che hanno manomesso tutta la struttura architettonica e in più fu realizzato un muro che divideva la parte dell’altare dal coro restrostante. Quindi prevediamo di appaltare il progetto di restauro del portico quattrocentesco, a breve, per poi iniziare i lavori e completare con questa attività l’impegno di spesa che il Ministero ha dato alla Soprintendenza. Un milione e 280 mila euro è il finanziamento complessivo.

“Oggi presentiamo i saggi archeologici e quello in fase di appalto che è il restauro del portico.
Le fasi importanti sono: la prima fase di chiusura della fabbrica di S.Maria in Gradi per il periodo che va dal 1200 al 1300, la parte di costruzione del portico ad arcate in pietra in sostituzione di un precedente portico ligneo nel 1466 e alla fine del ‘400 quando viene realizzato l’ampliamento della parte del coro. Portico che ha un periodo di costruzione molto lento, che dura circa un secolo”. L’architetto mostra al pubblico alcune foto di archivio della Soprintedenza di Santa Maria in Gradi del 1932, precedenti alle demolizioni del genio civile.

Ora è l’archeologa Beatrice Casocavallo ad illustrare le novità del cantiere e mostra gli scavi ancora aperti. Indagini che hanno rivelati due ambienti. Forse ossari, uno più ampio dove ci sono delle scale. “Abbiamo trovato elementi lapidei. E’ una costruzione che viene sistemata in una fase successiva- spiega. Nel coro sono stati individuati i piani della pavimentazione. Una distruzione completa. Macerie che hanno livellato uno spazio fatto in tempi moderni, forse per posizionare una gru. Per l’altra parte del coro abbiamo individuato tutta una serie di canali che si tagliano tra loro, abbiamo quindi definito un sistema di gestione e di utilizzo delle acque.

Su questo argomento interviene l’archeologo dell’Eos Arch srl, Emanuele Giannini, che opera per conto della Soprintendenza, e spiega: “L’edificazione della chiesa ha profondamente trasformato quello che doveva essere l’assetto originario della zona. Una zona che doveva già presentarsi in origine rialzata verso una valle che oggi è occupata della via Cimina o via Montana come veniva chiamata. Una zona che era interessata sicuramente da sorgenti, come sappiamo già da fonti di grafiche e storiche e archeologiche riferite a indagini precedenti alle nostre. Durante le nostre indagini abbiamo potuto affermare con certezza della risorsa idrica qui in zona, non sorgenti che non abbiamo trovato, ma una serie di canalizzazioni che, sia prima della costruzione della chiesa che durante le varie fasi di vita, andavano a caratterizzare quelli che erano gli ambienti al di sotto di questa chiesa.

“All’interno della navata, ad esempio, grazie alla presenza di una voragine causata da una bomba della seconda guerra mondiale, abbiamo trovato un condotto idrico, chiuso con meteriale moderno, che corre parallelo alla navata centrale per poi girare ed andare in direzione del chiostro. Lo possiamo seguire solo per un piccolo tratto perchè poi va al di sotto dei livelli tufacei, e non lo vediamo più. Alla stessa maniera, qui fuori del coro, al disotto delle pavimentazioni della chiesa, abbiamo rinvenuto una serie di canali che vanno a strutturarsi a diversi livelli. Quelli più antichi sono più alti e semplici e mostrano una fattura accurata, ma rispetto a quelli successivi (si vedono affacciandosi) sono molto più profondi. La testa del canale si trova già a un metro e mezzo sotto al piano pavimentale e proseguono in profondità per almeno due metri. Qui non abbiamo trovato il fondo che per motivi di sicurezza non possiamo andare a cercare, ma siamo sicuri che attraversavano il coro perpendicolarmente all’andamento della chiesa per poi proseguire oltre, in direzione del chiostro. Sicuramente sono stati poi tappati, perchè troviamo le murature al di sotto che vanno a chiudere. Quindi non siamo in grado di sapere quale fosse la loro destinazione.

“A chiudere il quadro, già abbastanza ricco – conclude l’archeologo Giannini – c’è stata una particolare sorpresa al disotto del campanile. Andando a ripulire da tutti gli strati delle macerie che si trovavano in questi ambienti, siamo arrivati proprio al di sotto del campanile e abbiamo trovato all’interno della pavimentazione un tombino. Andandolo ad aprire abbiamo rinvenuto sotto una cisterna, ancora oggi piena d’acqua, sicuramente alimentata in parte dalle acque piovane che con una serie di discendenti arrivavano lì. E in questo momento in cui queste canalizzazioni sono state tagliate e dismesse, possiamo dire con certezza che si tratta di risalita di acqua di falda che va a riempirla, perchè abbiamo circa due metri d’acqua e non sappiamo quanto ancora scende in profondità.Quindi la fase idrica precede e accompagna la chiesa di S.Maria in Gradi in tutte le fasi della sua vita”.