Al Teatro dell’Unione grande successo di Michele Placido con “Sei personaggi in cerca d’autore”

di MARILENA SATRIANI –

VITERBO – Ieri, 5 dicembre, nell’ambito della stagione teatrale promossa da Atcl (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio), il Teatro dell’Unione ha accolto tra gli applausi la commedia drammatica di Luigi Pirandello “Sei Personaggi in cerca d’autore” interpretata e diretta dal grande ed acclamato Michele Placido. Con lui i bravissimi attori del Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Goldenart Production srl.  Tra gli interpreti principali: Michele Placido (il padre), Guia Jelo (la madre), Dajana Roncione (la figliastra), Luca Iacono (il figlio), Luana Toscano (Madama Pace), Paola Mita (la bambina), Flavio Palmieri (il giovinetto). Gli altri attori della Compagnia: Silvio Laviano (il regista), la prima attrice Egle Doria, il primo attore Luigi Tabita, l’attrice giovane Ludovica Calabrese, l’attore giovane Federico Fiorenza, la seconda donna Marina La Placa, l’assistente del regista Giorgia Boscarino, il direttore di scena Antonio Ferro.

I “ Sei personaggi in cerca di autore” è senza dubbio tra i più rappresentati e noti drammi di Pirandello ed è unanimemente considerato come una delle prove più alte e significative della  sua poetica.  Se la trama delinea un drammone dalle forti tinte, dalla passionalità esasperata, con scene madri come l’incontro tra padre e figliastra in uno squallido retrobottega di una casa di appuntamento, o la morte della bambina in una fontana e il suicidio del giovinetto,  e quindi un dramma tipicamente ottocentesco, ciò che viene rappresentato invece è proprio la distruzione di quel genere. Pirandello non ha voluto infatti scrivere quel dramma, al contrario ha voluto proprio mettere in scena l’impossibilità di costruire un dramma del genere, nonché di rappresentarlo sulla scena: questo, e non la vicenda dei sei personaggi, è il vero soggetto dell’opera. Nelle opere precedenti Pirandello aveva già iniziato a svuotare dall’interno le strutture di quel tipo di dramma, quello che definisce dramma borghese, sfociando nel grottesco. In quest’opera fa un passo avanti: lo rifiuta del tutto e fa oggetto dell’opera proprio tale rifiuto. Figura dominante è proprio la censura. Attraverso  questo percorso “meta teatrale”,  dove domina il conflitto, Pirandello allude ad altri temi che rimandano alla sua visione del mondo: L’incomunicabilità, il rapporto verità-finzione, il conflitto vita-forma.

Veniamo allo spettacolo di Michele Placido. Il sipario è già aperto su una scenografia da teatro non allestito, arrivano gli attori di una compagnia che sta imbastendo una commedia, attuale, si parla infatti di violenza sulle donne e di femminicidio. Stanno provando. Il pubblico che pure è elemento essenziale della rappresentazione teatrale,  non c’è, o deve fingere di non esserci.

Ed ecco materializzarsi, in vari parti della scena, come ectoplasmi, tutti nerovestiti, i sei personaggi, che piano piano prendono vita e irrompono con il loro dramma: sono nati dalla fantasia di un autore, che però poi ha negato loro la vita e quindi chiedono al capocomico  che si sostituisca all’autore e faccia  rappresentare dai suoi attori il loro dramma. Ma i personaggi  non si rispecchiano negli attori e nella loro recitazione. Da qui il conflitto con tutti, il desiderio di sovrapporre  realtà e finzione, commedia da interpretare e commedia che si sta vivendo, ruolo da interpretare o maschera da assumere più o meno consapevolmente (per Pirandello anche la vita “vera” è finzione,  ognuno indossa una maschera per sé e per gli altri).

La stridente risata della figliastra (Dajana Roncione), che come un fil rouge attraversa la rappresentazione, è il segno dell’impossibilità, del rifiuto ma anche della sofferenza per la violazione subita. Il nero velo che indossa la madre (Guia Jelo), il volto pallido e sofferente, il pianto e l’urlo rimandano all’iconografia classica, o per meglio dire siciliana, dell’Addolorata.

Il capolavoro di Pirandello sopravvive e viene esaltato dall’attualizzazione che ne fa Michele Placido. Il  regista, oltre che interprete principale, rispetta sostanzialmente il testo ma lo velocizza (anche nella scansione temporale, atto unico), lo rinnova introducendo qualche battuta in dialetto girgentano, infine, la bravura degli interpreti lo rende vivo e intenso.

Il pubblico, veramente numeroso, ha accolto con entusiasmo la rappresentazione, applaudendo calorosamente gli attori, richiamandoli più volte in scena.

Nota – ATCL svolge un’attività di sostegno e coordinamento concordato con le amministrazioni locali sostenuto dal finanziamento del MIBAC e della Regione Lazio e Comune di Viterbo, collabora con la Fondazione Teatro della Toscana.

   

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