#albadelmetodo, si presenta a Viterbo il nuovo libro di Antonello Ricci

VITERBO – Un’avventura davvero inedita. Una pubblica sottoscrizione. Il generoso sostegno di un nutrito gruppo di amiche e amici. Un editore di lungo corso e larghe vedute (l’amiatino Mario Papalini alias Effigi Edizioni). Et voilà, “#albadelmetodo” il nuovo libro di Antonello Ricci è servito. “#albadelmetodo”, vero e proprio libro-dono, raccoglie una nutrita serie di post a tema pubblicati dall’autore sul proprio profilo Facebook tra 2016 e 2022, rievocando i dieci anni del suo apprendistato (1978-1988): tra fine liceo e primi anni di cattedra, passando per università e servizio militare. Anni in cui Ricci apprendeva tutti quei saperi e quei saper-fare che avrebbero fatto di lui l’uomo che è, l’intellettuale che è, il poeta che è. Si tratta, in effetti, di un lavoro peculiarissimo, eccentrico, eterodosso. Una specie di ossessione-possessione omerica solca l’intera operina “innervosendola”. “#albadelmetodo” si presenta nella forma di un diario-pubblico tessuto, nutrito di pensieri e ricordi prevalentemente legati alla ricerca artistica e intellettuale dell’autore. In prosa, dunque. Ma andrebbe forse letto come un poemetto. Prefazione a parte (dal suggestivo titolo “Iniziando Antonello Ricci”), in coda al volume l’amico Marco D’Aureli ha voluto intervistare l’autore. A rileggere queste pagine, Ricci vi somiglia non poco all’anfibio, ambiguo Femio, rapsodo alla corte di Itaca: il suo narrare sembra infatti mosso dalle stesse ragioni, furenti, della parola mitica, di contro alle esigenze, alla tirannia-dignità del logos. Come lettore-ascoltatore invece, Ricci si sente un po’ un novello Eumeo, fedele porcaro di Ulisse, che sull’uscio della sua umilissima casa, si fabbrica due sandali col cuoio. E intanto accoglie come un dio il cencioso sconosciuto che si fa avanti sul sentiero, lo sfama, ascolta le sue menzogne quasi fossero vere. Incantagione della parola detta ad alta voce. Intorno a un fuoco.

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