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Castro: il Crocifisso sulle macerie della città distrutta

VITERBO – Il 18 Marzo 1649, presso Monterosi, due sicari a cavallo affiancarono il calesse su cui viaggiava  Cristoforo Giarda, vescovo designato di Castro, e lo trapassarono con cinque proiettili di terzarola. Il presule morirà il giorno seguente dopo una atroce agonia.

Gli aggressori erano stati mandati da Ranuccio II Farnese che non aveva gradito la nomina di Giarda a vescovo della città di cui era Duca senza essere stato consultato dal Papa Innocenzo X.

La risposta del Pontefice all’uccisione di Giarda non si fece attendere : scomunicò immediatamente Ranuccio e inviò il suo esercito a cingere d’assedio Castro che dopo breve resistenza capitolò il 2 Settembre. Agli abitanti fu concessa l’incolumità ma dovettero abbandonare la città che, per ordine del Papa, forse su suggerimento di Olimpia Maidalchini, fu rasa letteralmente al suolo.

Le macerie di quella che fu la capitale del Ducato di Castro furono in breve tempo ricoperte dalla vegetazione e l’unico manufatto rimasto in piedi fu un blocco tufaceo che affiancava la strada che usciva dal centro abitato su cui era dipinto il Crocifisso.

Presso questa immagine sacra gli esiliati di Castro cominciarono a ritornare per vedere dove sorgevano le loro case ed erano sepolti i loro morti e  deponevano fiori e candele in quel luogo carico di memoria e di lacrime.

Verso gli inizi del 1800 questi mesti pellegrinaggi conobbero un incremento dopo che al SS. Crocifisso di Castro vennero attribuiti numerosi miracoli. Per proteggere l’icona si costruì prima una piccola cappella, poi, a partire dal 1851, prese il via la costruzione del Santuario che fu terminato solo nel 1870.

Da questo anno la chiesa che racchiude il masso su cui è dipinto il Crocifisso nel mese di Giugno è meta di numerosi pellegrinaggi dai paesi dell’Alto Lazio e della Bassa Toscana. Molti fedeli, perpetuando l’antica tradizione, giungono a piedi al Santuario per venerare l’immagine del Crocifisso e rinnovare la memoria dei cittadini di Castro che pagarono con la distruzione della propria città e con l’esilio le beghe dei potenti del tempo.

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