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Cellulare a scuola

di FRANCESCO MATTIOLI-

Il divieto di usare il cellulare a scuola mi sembra non tanto una manifestazione di civiltà educativa, quanto la necessaria clausola per svolgere un lavoro. E, sia chiaro, lo studente a scuola svolge un lavoro, inteso fra l’altro come “impegno intellettuale e/o manuale al fine di raggiungere uno scopo”. Non credo che un a un operaio intento alla catena di montaggio o ad un calciatore in campo sia concesso di stare con il telefonino in tasca. Ovviamente, ci sono lavori che ti consentono di avere a disposizione lo smartphone, e altri addirittura lo richiedono. Ma a scuola non sembra che risultino necessari, né nel corso dell’apprendimento, né tanto meno nel corso di esercitazioni. Anzi il libero uso, specie per soggetti che vivono quasi costantemente con il cellulare mano, porterebbe inevitabilmente ad una cacofonia e, in certi casi, perfino a circostanze illegali (ad esempio il diritto alla privacy). Né si può contare su una sorta di autodisciplina, che non alberga neppure tra gli adulti e non vedo perché dovrebbe essere richiesta a dei giovani che tra l’altro vanno a scuola anche per imparare ad averla. Ovviamente, l’esempio è importante e gli stessi insegnanti dovrebbero essere indotti a non usare il cellulare sul loro luogo di lavoro.
Mi rendo conto che non è facile, al volgere del primo quarto del nuovo secolo – un secolo digitale, mediatico e superinterconnesso – chiedere di restare scollegati dal mondo di fuori; e sono certo che, in circostanze didattiche rilevanti, l’uso collettivo dei cellulari in classe per una ricerca, una simulazione, o quant’altro di formativo, debba essere considerato una opportunità. Ma credo che la scelta di fare o non fare appartenga ancora all’intelligenza e alla discrezionalità umana e non sia stata né delegata ad A.I. , né tanto meno alla moda, alle abitudini e ai condizionamenti pavloviani indotti da certe distorsioni del vivere quotidiano.
Così, allibisco di fronte alla dichiarazione di un’insegnante che asserisce (riporto quanto letto sulle pagine di un quotidiano locale online) : ”Il cellulare può essere una fonte di distrazione ma la circolazione non può uscire fuori dalla storia. Nel nostro tempo, infatti, il telefonino è uno strumento imprescindibile. Su quello strumento gira la vita di tutti noi, la famiglia, il lavoro, il tempo libero. E’ un mezzo di cui non si può più fare a meno. E’ ovvio che l’uso a scuola da parte dei ragazzi va controllato e gestito ma vietarlo è quasi come togliere le lampade a led per tornare alle candele”.
Mi posso permettere di obiettare all’insegnante:
a) “La circolazione non può uscire fuori dalla storia”:
cosa esce ed entra dalla storia lo decidiamo noi, sul piano collettivo come popolo sovrano e sul piano individuale con il nostro senso di responsabilità, specie in ambito educativo. Altrimenti, dovremmo adattarci anche a ciò che avviene, nella storia, a Gaza.
b) “Nel nostro tempo, infatti, il telefonino è uno strumento imprescindibile. Su quello strumento gira la vita di tutti noi, la famiglia, il lavoro, il tempo libero. E’ un mezzo di cui non si può più fare a meno”:
i comportamenti incondizionati e la formazione dei bisogni restano sempre comportamenti adattivi rispetto allo scopo, quindi in certi casi ciò che sembra indispensabile diventa socialmente discutibile; rinvio all’esempio dell’operaio alla catena di montaggio e al calciatore in campo. Anche dell’automobile in molte circostanze non si può fare a meno; ma non mi sembra indispensabile per passeggiare lungo la battigia del mare… Senza contare che un ragionamento del genere può essere pericoloso per la libertà, la dignità e il pensiero critico dell’individuo; di questo passo, perché non ammettere l’uso di droghe, anch’esse per molti considerate “imprescindibili e di cui non si può fare a meno”?
c) l’uso a scuola da parte dei ragazzi va controllato e gestito ma vietarlo è quasi come togliere le lampade a led per tornare alle candele”:
gli indicatori di progresso, per fortuna, non sono soltanto di natura meccanica ma attengono alle idee e alle regole delle convivenza. Può passare di moda un oggetto, può diventare anche disutile: ma il rispetto, il diritto/dovere all’educazione civica più ancora che a quella conoscitiva e la stessa etica comportamentale non hanno una data di scadenza.

 

 

 

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