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Che cos’è una città? Riflessioni sull’identità urbana e sul futuro di Viterbo

VITERBO – Il dibattito sul presente e il futuro della città di Viterbo è sempre vivo.
Ma che cosa è una città? E’ la domanda che l’altro giorno mi ha posto il figlio di un mio amico, studente di scuola media. Sveglio, per la sua età, a porre una domanda che meriterebbe un’ intera giornata di studio…..
D’altronde, l’interrogativo oggi ha un senso perché i tempi stano cambiando molto rapidamente e quel che sembrava ovvio una dozzina di anni fa va riconsiderato oggi sotto tanti nuovi punti di vista.
Il processo di urbanizzazione, iniziato circa ottomila anni fa, rivoluzionò la vita del genere umano, introducendo la sedentarietà, la crescita dell’artigianato, una diversa organizzazione sociale e modificando persino la religione, che assunse un taglio sempre meno naturalistico e inclinò ad un dialogo più maturo con il divino. Tuttavia la città è divenuta alternativa alla campagna solo a partire dall’era industriale, quando alle risorse agricole si sono affiancate quelle della produzione manifatturiera di serie fino a sovrastarle sul piano dei consumi e degli stili di vita.
Oggi la campagna sembra sopravvivere e forse rinascere come un’appendice e una estensione del sistema urbano, se è vero che nel mondo tre quarti della popolazione vive in città, percentuale che sale oltre al novanta per cento nei paesi industrializzati, o forse quasi al cento per cento se consideriamo che, ormai tra città e campagna, con la mobilità automobilistica, non c’è più una vera cesura.
Un’altra accezione di città distingue un agglomerato urbano esteso, con una organizzazione territoriale e una strutturazione complessa dei servizi che influenza gli stili di vita quotidiani della popolazione, sia in termini spaziali, sia in termini relazionali. In un paese di duemila abitanti tutti o quasi si conoscono e si spostano facilmente da un capo all’altro del borgo, in una città di cinquantamila abitanti già si colgono le differenze e le articolazioni di una convivenza più complessa che interseca un territorio, anche amministrativo, più vasto.
Le città inoltre hanno spesso una storia ricca di episodi, attraverso i quali si può ricostruire un lungo percorso di rafforzamento dell’identità urbana, ma anche di trasformazione di tale identità sia sul piano collettivo che su quello del vissuto personale dei cittadini. Se la città nella sua dislocazione territoriale interessa soprattutto gli urbanisti e nella sua evoluzione temporale interessa gli storici e gli economisti, non c’é dubbio che l’aspetto identitario, cioè il sentirsi appartenenti ad essa da parte dei cittadini è una questione innanzitutto socioantropologica. L’appartenenza infatti tocca fenomeni di partecipazione sociale, di inclusione ed esclusione, di impegno sostanzialmente “politico”, in senso ampio, che legano progressivamente il cittadino all’ambiente in cui vive e opera. E se fino a qualche secolo fa la città poteva essere identificata attraverso i suoi confini fisici, ad esempio una cerchia di mura, oggi noi siamo portati a considerarla soprattutto una porzione di quelle nostre esperienze quotidiane che ormai si giocano, grazie agli sviluppi della tecnologia, su un tavolo mediatico che supera il vincolo di spazio e tempo. Così, vale sempre più il detto che là dove vivi e lavori, lì è casa; il che cambia o trasforma anche quel campanilismo che sembra ancora aver forte presa nella nostra penisola.
La complessità della città è quindi uno strano e agitato mix di meccanismi socioeconomici, infrastrutturali e organizzativi, di situazioni, di interpretazioni soggettive, di vissuti individuali, di problematiche della convivenza, di etichettamenti, di modelli e di abitudini culturali, di spostamenti, di scambi con l’esterno che vanno poi a coinvolgere direttamente e direi drammaticamente le scelte e le strategie di chi è chiamato ad amministrarla. Ogni progetto infatti rischierà di imbattersi nell’eccezione, nella differenziazione dei bisogni, nell’insoddisfazione di una parte della popolazione, o di tutti coloro che hanno una diversa idea, o necessità, di come concepire e organizzare la città.
Perché la città non è tanto, o solamente, un susseguirsi di costruito, anche se talvolta di prezioso valore storico, artistico e culturale, ma è soprattutto una comunanza di interessi, di abitudini, di scambi nei quali la componente relazionale gioca un ruolo preminente. Ed è luogo di cambiamenti, soprattutto oggi, quasi epocali. Si pensi al concetto di smart city, che mira all’efficienza comunicativa; quello di sostenibilità ambientale e quello di rigenerazione urbana (compresa la marginalizzazione dei centri storici) che si legano alla qualità della vita; si pensi ad un più approfondito bisogno di sicurezza, proprio della complessità dell’housing e di una convivenza urbana che è oggi segnata dall’incontro e scontro sia generazionale che interculturale. E’ nella città che ti accorgi dell’importanza del vissuto “glocale”, cioè del complesso rapporto funzionale tra globale e locale che oggi caratterizza la vita politica, associativa, economica culturale delle persone.
Queste problematiche ci consentono, anzi ci spingono, a considerare in che senso oggi Viterbo è una città. Lo è sul piano urbanistico, demografico, commerciale perché raggiunge una dimensione fisica e organizzativa che le consente di fregiarsi di un titolo del genere. Lo è perché ha una storia ben definita di centralità culturale e territoriale. E anche perché ha un repertorio di confronti, di conflitti, di bisogni che vanno a costituire un quadro che non è lo stesso che altrove, nonostante che l’epoca moderna la consegni all’altrove. Quante volte il cittadino viterbese, di fronte ad esempi anche virtuosi provenienti dall’esterno, si è trovato a ribattere “Eh, sì, ma qui le cose stanno un po’ diversamente”? Lo dice spesso con toni amari, ma molte altre volte quasi a rivendicare una identità, una propria specificità, una fisionomia che vuole rendere Viterbo diversa, talvolta migliore.
Citerò a il pensiero di uno studioso che si è speso nello studio sociologico della città, Max Weber: “E’ nella eterogeneità della vita urbana che cresce la motivazione alla partecipazione politica”. La città è dunque il luogo privilegiato dell’azione umana e di una costruzione sociale fondata sulla convivenza. Lo certificano anche gli studi classici di Georg Simmel, per la vocazione a creare interlocutori fuori dei propri confini, di Emile Durkheim per la cura della propria identità culturale, di Thomas Marshall per l’idea di cittadinanza attiva, o quelli di Robert Park per l’integrazione sociale. E lo confermano gli studi più recenti, ad esempio quelli sulla persistenza del genius loci, sulla ricerca della sicurezza, sulla complessità dei processi di rigenerazione sociale oltre che urbana, che rimandano sempre ad uno “spirito cittadino”. Così, dobbiamo considerare anche la città-Viterbo: come il luogo privilegiato nel quale l‘individuo si fa cittadino e portatore di civiltà. Non è necessario che la città sia vasta, internazionale come Roma, Milano, New York, Londra o Shanghai. Si può essere cittadini del mondo anche a Viterbo, quando si vive e si opera civilmente nei luoghi di lavoro, di consumo, di cultura, e per le vie, le piazze, i quartieri e i parchi della città.

Francesco Mattioli

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