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Cloud AI: l’intelligenza artificiale come servizio

di TOMMASO SASO-

Nel 1882, Thomas Edison aprì la prima centrale elettrica commerciale a Manhattan. Prima di allora, chi voleva elettricità doveva costruire un generatore personale e dopo Edison, bastava attaccare la spina al muro! Oggi stiamo vivendo una rivoluzione simile con l’intelligenza artificiale perché invece di costruire supercomputer da miliardi di dollari, basta una connessione internet per accedere alle AI più potenti di qualsiasi sistema mai esistito. Benvenuti nell’era del Cloud AI, dove l’intelligenza artificiale è diventata un servizio pubblico come l’elettricità!

In pratica la Cloud AI ha democratizzato l’accesso all’intelligenza artificiale in modi che erano impensabili solo dieci anni fa. Una startup di due persone in garage può ora utilizzare gli stessi algoritmi di machine learning che Google usa per la ricerca, Amazon per le raccomandazioni o Facebook per i feed

La trasformazione, come potete immaginare, è stata rapidissima. Nel 2006, Amazon lanciò Amazon Web Services (AWS), inizialmente per vendere la capacità computazionale in eccesso dei suoi data center, poi nel 2008 Google introdusse App Engine e nel 2010 Microsoft lanciò Azure. Quello che iniziò come storage e computing si è evoluto in un ecosistema completo di servizi AI, dal riconoscimento vocale, alla computer vision, ai processi di linguaggio naturale, fino al machine learning automatizzato.

Ma cos’è esattamente il Cloud AI? È l’idea che l’intelligenza artificiale non deve vivere sul vostro computer o server, ma “da qualche parte” su internet, accessibile attraverso API, appositi programmi di interfaccia. In pratica invece di installare pesanti software si possono fare chiamate web, addestrare modelli ecc. Invece di gestire pesanti infrastrutture semplicemente si noleggiano.

Il modello economico è rivoluzionario, pay-per-use (pagare quello che si usa) invece di fare massicci investimenti. Volete tradurre un documento? Costa meno di un caffè. Volete addestrare un modello custom su milioni di immagini? Pagate solo per il tempo di utilizzo dei GPU. È computing on-demand che ha abbattuto barriere all’innovazione.

I giganti tech hanno costruito ecosistemi Cloud AI incredibilmente sofisticati. AWS offre oltre 20 servizi AI, da Amazon Rekognition (computer vision) a Amazon Comprehend (natural language processing), da Amazon Polly (text-to-speech) a Amazon Lex (chatbot). È come un supermercato dell’intelligenza artificiale dove potete comprare solo quello che vi serve!

Ad esempio Spotify usa Google Cloud AI per analizzare gusti musicali di 400 milioni di utenti e generare playlist personalizzate e Netflix usa AWS per raccomandazioni che influenzano l’80% di quello che guardate, anche Uber usa Microsoft Azure per ottimizzare i percorsi dei taxi in tempo reale.

L’impatto sui costi è stato impressionante. Quello che nel 2010 richiedeva milioni di euro in hardware e anni di sviluppo, oggi costa migliaia di euro e poche settimane di implementazione. Un pressione deflazionaria che ha accelerato l’adozione dell’AI in ogni settore, dalla sanità all’agricoltura, dalla finanza all’educazione, con le barriere economiche all’AI che sono praticamente scomparse.

La velocità di innovazione nel Cloud AI è sbalorditiva e ogni settimana vengono rilasciati nuovi servizi, modelli, capabilities. GPT-5 è diventato disponibile via API poche settimane dopo il lancio. DALL-E, Midjourney, Stable Diffusion sono accessibili via cloud APIs. È “time-to-market” che si misura in giorni, non anni.

Il Cloud AI ha anche fatto esplodere le possibilità dell’AI mobile. Il nostro smartphone non ha la potenza per far girare GPT-5, ma può accedervi istantaneamente via cloud. Apps come ChatGPT, Google Translate, i riconoscimenti delle immagini, funzionano inviando dati al cloud e ricevendo intelligence processata, in pratica è avere una superintelligenza in tasca!

Ma questa dipendenza dal cloud crea anche vulnerabilità. Quando AWS va down (si interrompe), metà di internet smette di funzionare. Quando OpenAI limita l’accesso alle API, migliaia di apps perdono funzionalità.

Anche la latenza (il tempo di invio e ricezione dei dati) è un altro problema cruciale. Inviare dati al cloud, processarli, ricevere risultati richiede tempo. Per alcune applicazioni come il gaming, le automobili autonome, o le interazioni in tempo reale, anche millisecondi di ritardo sono inaccettabili. È il limite fisico della velocità della luce che nessuna ottimizzazione può superare.

Anche la privacy e la proprietà dei dati sono questioni sempre più importanti. Quando inviamo dati sensibili a servizi cloud, dove vengono processati? Chi ha accesso? Come vengono utilizzati per training (istruzione) di modelli futuri? Il GDPR in Europa, leggi simili in altri paesi stanno creando complessità di compliance per Cloud AI.

Senza contare inoltre, il Cloud AI crea dipendenza da infrastrutture controllata da pochi giganti. AWS, Google Cloud, Microsoft Azure dominano il mercato. Questa concentrazione di potere preoccupa regolatori e competitors. È come avere l’elettricità controllata da sole tre aziende a livello globale.

Emerge anche il problema della “vendor lock-in”, ovvero il blocco dovuto al servizio di un unico fornitore. Quando costruiamo la nostra applicazione usando servizi specifici di un cloud provider, diventiamo dipendenti da loro, perché ambiare è costoso e complesso. E questo è un rischio strategico che molte aziende stanno considerando seriamente.

Per questo il multi-cloud e hybrid cloud stanno emergendo come soluzioni alternative, in pratica invece di dipendere da un singolo provider, le aziende distribuiscono carichi di lavoro distribuiti. AWS per storage, Google per AI services, Microsoft per sistemi di produttivit; in pratica questa diversificazione riduce i rischi di cui sopra, ma ne aumenta la complessità.

Ma forse il trend più importante è verso AI sono le infrastrutture invisibili. Invece di “usare AI”, AI sarà già implementata in ogni interazione digitale. Non parleremo più di “servizi AI” ma di “smart services” dove intelligenza è già attesa.

In conclusione la Cloud AI ha trasformato l’intelligenza artificiale da lusso per pochi a utilità per tutti, come l’elettricità di Edison, ha democratizzato l’accesso a una tecnologia trasformativa. Ma con questa democratizzazione emergono nuove responsabilità, come garantire un accesso equo, proteggere la privacy e evitare la concentrazione di potere a pochi giganti.

Malgrado ciò la Cloud AI rappresenta l’infrastruttura della rivoluzione AI, perché senza ChatGPT, i veicoli autonomi, le medicine personalizzabili, le città intelligenti ecc sarebbero impossibili. E’ la base su cui si sta costruendo il futuro dell’intelligenza artificiale e probabilmente della prossima umanità

Nel prossimo appuntamento esploreremo l’altra faccia della medaglia, ovvero l’Edge AI, dove l’intelligenza artificiale si sposta dal cloud direttamente ai nostri device, creando un nuovo paradigma di privacy, velocità e autonomia digitale.

Professor Tommaso Saso. Professore di Marketing e Organizzazione Aziendale e membro dell’Osservatorio di AI generativa presso l’Università degli Studi G. Marconi. Presidente di Manageritalia Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna ed Umbria.

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