Poco più di una settimana dopo il voto referendario – che, con la vittoria del NO, ha dimostrato il legame profondo tra cittadini/e e Costituzione – il ministro Calderoli ha portato in Conferenza Unificata le preintese del Governo con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per realizzare il disegno dell’Autonomia differenziata; per realizzare, cioè, la “secessione dei ricchi”.
Sì, perché di questo si tratta. Qualche giorno prima, infatti, il presidente leghista della Lombardia, Fontana, aveva affermato a chiare lettere che “c’è una parte del paese che si distingue per modo di pensare e di agire […]. E’ l’area più moderna e funzionale che traina il resto d’Italia”; per questo è necessaria l’autonomia differenziata: per liberarsi della zavorra rappresentata dal resto dell’Italia.
A suo sostegno si è schierato qualche giorno dopo il professor Marco Fortis che – su “Il Sole24 ore” del 26 marzo – ha scritto che il SÌ ha vinto nelle regioni e province più produttive; dunque, è giusto che esse proseguano a differenziarsi dalle altre. Non sono parole casuali: una parte del Paese – e, in questa, una parte consistente ed influente del settore imprenditoriale – ritiene che i presunti “meriti” vadano riconosciuti e valorizzati. Come? Individuando diritti diversificati, che privilegino maggiormente alcune aree rispetto ad altre: una “secessione dei ricchi”, appunto.
A proposito di premi: per ripagare le Regioni e le Province, che in Conferenza Unificata hanno votato a favore delle preintese, “il Governo ha accolto la possibilità di avviare contestualmente all’Autonomia un percorso con tempi certi per l’uscita dai piani di rientro in ambito sanitario”, come si legge nel comunicato del Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri: uno scambio vergognoso, per distruggere l’unità della Repubblica sancita dall’art. 5 della Costituzione.
Nella Conferenza Unificata, la maggioranza delle Regioni si è pronunciata a favore, con il voto contrario di quelle guidate dal PD e dal M5S e con il dissenso dell’ANCI, a nome dei Comuni. Questo voto contrario, apprezzabile, non fermerà purtroppo l’iter delle preintese; infatti, il ministro Calderoli – acquisito l’ok della maggioranza della Conferenza – le porterà in Parlamento, che avrà 90 giorni per dare il suo parere. Si badi: il suo parere; il Parlamento sarà infatti ulteriormente spogliato delle sue competenze legislative e avrà solo la possibilità di dare un “parere”; conclusa la procedura prevista, poi, potrà pronunciarsi con un sì o con un no. Prendere o lasciare. Per questo la Corte Costituzionale, nella sentenza 192/2024, aveva sollecitato Governo e Parlamento a rivedere i termini per il raggiungimento degli accordi tra Governo e Regioni, assegnando al Parlamento un ruolo centrale. Purtroppo, nessun gruppo politico ha presentato finora una proposta di legge in tal senso.
Bene la Regione Puglia, che ha attivato la Corte costituzionale sui LEP; bene il voto contrario delle Regioni a guida PD e M5 in Conferenza Unificata. Ma non basta: dobbiamo impedire che si attui l’unica de-forma costituzionale rimasta in campo, quella dell’Autonomia differenziata. Sarebbe davvero paradossale che, dopo il voto referendario, che ha sancito ancora una volta che “la Costituzione non si tocca”, venisse attuato il c.3 dell’art 116, così come revisionato, insieme all’intero Titolo V, dal governo di centrosinistra nel 2001. Le posizioni sono ora cambiate: tutte le forze di opposizione hanno maturato un giudizio negativo sulla perversa revisione costituzionale del 2001. Non solo: le forze sindacali e associative, i cittadini e le cittadine del Meridione hanno votato No al recente referendum sulla magistratura, mossi anche dal rifiuto dell’autonomia differenziata.
Ora è tempo di agire, ricorrendo da parte delle Regioni alla Corte Costituzionale; promuovendo in Parlamento atti capaci di contrastare il disegno Calderoli; mobilitandosi nel paese per denunciare la “secessione dei ricchi”.







