Confartigianato, Presidente Signori: l’Italia cambiata

L’ultima parola al mercato. Così hanno deciso i maS 20Signorindarini al Terzo Plenum del 18° Comitato Centrale del partito comunista cinese, dopo quattro giorni di conclave segreto. La Cina si affida al capitalismo dei falansteri, primordiale e senza diritti, proprio mentre l’Occidente ripensa il rapporto tra mercato e democrazia e tenta di porre un freno al predominio della finanza speculativa fissando regole più stringenti. È solo l’ultimo salto della vertigine.

Può accadere che la storia provochi discontinuità nelle consuetudini sociali e nei tradizionali assetti del potere. Un tempo erano le guerre a rovesciare i regimi e sulla bocca dei cannoni viaggiavano la morte e la civiltà. Oggi sono la complessità e il turbo capitalismo a generare lutti e a ridicolizzare il potere pubblico proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquecento anni del “Principe” di Machiavelli, il manuale della ragion di stato e dell’esaltazione della politica. Il mondo è cambiato e non sempre la politica, affogata com’è nel presente e deficitaria della prima delle virtù – lo strabismo –, riesce ad annusare in anticipo il vento come i buoni marinai che interpretavano i cieli. La sinistra non fa eccezione. Lo sloveno Slavoj Zizek ha bollato in pagine di fuoco questa deficienza: “la sinistra manca di visione globale e non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica”. Ovunque si voti in Europa, la sinistra riformista non rappresenta che un quarto degli elettori, tra il 25% e il 30% dei votanti. Troppo poco per governare con successo. Noi di Confartigianato non siamo soliti fischiare nessuno, quanto piuttosto tifiamo per chi sposa l’eresia e non si accontenta di sbirciare nei sacri testi per rispolverare soluzioni antiquate ai drammi moderni. Non si tratta di un racconto diverso da quello già scritto a cavallo tra gli anni ’70 e 80’, a dimostrazione del fatto che ciclicamente lo scontro tra conservatori e innovatori si acutizza. Le cause maggiori del cambiamento ruotano attorno alla globalizzazione economica, all’invecchiamento demografico, alle biotecnologie e all’esaurimento delle risorse pubbliche. Povertà di ritorno, rapporto tra migranti e sicurezza, welfare senza spesa pubblica e senza crescita e disagio crescente della democrazia rappresentativa: questi sono i quattro nodi che i governi europei affrontano con l’ondivaga incertezza di chi teme di tradire il suo passato pur sapendo che le società contemporanee con quel passato sono in conflitto. Questioni che in Italia si ingigantiscono perché vanno a mescolarsi a deficit strutturali e a un eccesso di rigorismo, senza tacere l’errore di chi scambia la stabilità con il mare calmo quando invece ci sarebbe bisogno di un passo più veloce e di una missione più audace. Invece viviamo ancora nel dominio dello stato di sopravvivenza.

La società civile, ferita dall’antipolitica che ha promosso e accarezzato, fa i conti con il vuoto lasciato dalla classe politica, dalla carenza di leadership collettive. E su questo sfondo si profila una società accidiosa, dedita a mille furbizie, spesso necessarie per arrivare a fine mese; una società malcontenta dove l’impoverimento del ceto medio ha allargato le disuguaglianze e rotto la coesione sociale. D’altra parte, in uno stato dove i dipendenti dichiarano più dei loro datori di lavoro, c’è più di una cosa che non va. Nel nostro Paese quest’elenco sta diventando tragicamente lungo: disoccupazione che cresce su base annua di oltre il 16%; peso del fisco al 44,3% (nel 1986 era al 36,9%); pressione fiscale salita al 42% rispetto al 2001, in barba alle promesse che la volevano sotto il 33%. Dal 2008 al 2013 sono scomparse 400mila partite IVA tra artigiani, commercianti e agricoltori, un popolo che non gode di indennità di disoccupazione, di mobilità né di cassa integrazione. Vogliamo occuparcene liberandoli dalla condanna della protesta perpetua. E ancora, cresce l’evasione fiscale: 182 miliardi in meno per l’erario nel 2012 e basta scavare un pochino più a fondo per vedere dove alligna: la fetta più grande (43%) prospera nell’economia criminale, il 20% nel sommerso (il 21% del PIL), poi vengono le società di capitali e le big company (33%). I “mancati scontrini” rappresentano il 4% del totale. Non è difficile individuare i confini della dilagante economia di sopravvivenza: sono raddoppiati i poveri – oggi quasi 5 milioni – ed è dilatata la povertà relativa, di casa per 9,5 milioni di cittadini, soprattutto giovani, anziani, maschi divorziati. Confartigianato, così come tutte le realtà a lei simili, verrebbe meno alla propria funzione di associazione se rinunciasse a combattere l’apartheid della disuguaglianza. Fino a tutti gli anni ’90, giustizia sociale significava compensare le disparità indotte dal mercato, oggi invece si pensa a rendere equo il funzionamento del mercato.

Un mondo giusto è quello dove il mercato risponde a regole certe e in cui ciascuno viene remunerato secondo merito (vera rarità). Quello dove si consente la maggiore uguaglianza possibile al cancello di partenza per spostare l’attenzione dai risultati alle opportunità, alle chance di vita, per promuovere dignità e mobilità sociale. Questi sono i doveri dei riformisti che dovrebbero riconsiderare il loro punto di riferimento, individuandolo nella qualità dell’intera esistenza, nell’importanza di un sistema che si rivolga ai meno favoriti e che valorizzi chi ha coraggio e idee e chi si mette in gioco. Non si sta parlando solo di pensioni, risarcimenti e politiche di difesa quanto della creazione di possibilità. Non solo welfare per il lavoro dipendente ma investimenti e attenzione per chi ha un diritto di cittadinanza parziale, sia un artigiano in difficoltà o un laureato senza professione, un giovane imprenditore con cinque clienti che ogni mese deve lottare per far fronte alla pressione fiscale o all’affitto dei locali. Dobbiamo lavorare in direzione di un welfare che non guardi solo al capofamiglia maschio ma apra la finestra su un mondo fatto di donne e di giovani spesso affidati al caso o al portafoglio scarno dei nonni. V

a aiutata l’Italia del bisogno e va sostenuta l’Italia che ha coraggio. Dobbiamo guardare a chi, grazie a una sorprendente vitalità, ha trasformato la sopravvivenza in opportunità: export manifatturiero, turismo e cultura, economia digitale, comparti d’impresa che operano nell’agroalimentare e nel made in Italy, piccole e medie imprese che nonostante la sofferenza dei crediti bancari ce l’hanno fatta. L’istantanea dell’Italia è solo più sfocata dell’immagine che l’Europa offre di sé, ma a conti fatti la cornice è la stessa. Dobbiamo ritrovare le tracce lasciate da chi ci ha preceduti: coloro che seppero intuire la direzione della società industriale e organizzarono il mondo del lavoro perché gli opifici non divorassero i derelitti. Noi dobbiamo essere gli eretici e strabici pionieri del nostro nuovo tempo.

   

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