Controcultura, la rubrica di Marco Zappa

di MARCO ZAPPA –

VITERBO – Provo a riformulare la domanda alla quale ancora non avevo risposto. Città della cultura, se ne è parlato in più d’una occasione per Viterbo e alcuni hanno proposto tale candidatura forse con un pizzico di presunzione: probabilmente il titolo suona bene ma Viterbo potrebbe essere definita anche come città d’arte?

A mio avviso sarebbe più pretenzioso darle questo attributo e non perché manchino cose “belle” nel territorio, anzi, ritengo che la Tuscia sia una delle zone più ricche d’arte della penisola e probabilmente, se faccio un resoconto dei miei viaggi a fini culturali, potrei dire anche del mondo.

Ma se escludiamo la provincia e ci limitiamo ad analizzare il contesto cittadino, quello per intenderci racchiuso fra le splendide, massicce mura medioevali, le cose cambiano radicalmente: Viterbo non può vantare un Palazzo Farnese come quello di Caprarola né un parco saturo d’arte e significati come il Sacro Bosco di Bomarzo, neanche Villa Lante che si trova a Bagnaia così come i vari castelli disseminati nei molti paesi del circondario.

Marco Zappa

La stessa città di Castro, raro esempio di nuova razionale impostazione urbanistica rinascimentale, si trova ad oltre quaranta chilometri di distanza.

Come spiegare all’interno del capoluogo della Tuscia la mancanza di significative opere Architettoniche (che poi comprendono altre forme di creatività, come la pittura, la scultura…) oppure di scenografici giardini che a volte diventano parchi così da investire spazi ancora più considerevoli?

Questa carenza non si limita ai secoli passati ma perdura nel XX secolo e continua drammaticamente fino ai nostri giorni nell’ambito dello sviluppo artistico contemporaneo.

E perché tanti talenti nati e vissuti nella Tuscia preferiscono lavorare altrove rinnegando le proprie origini, evitando così di lasciare le tracce della loro cifra culturale nella propria città natale?

E ancora, questa scarsa attenzione per la cultura in genere ma soprattutto per le arti visive è un fenomeno relativamente recente per i viterbesi o affonda le radici nella storia?

Se analizziamo il problema, evitando di cadere nei ridicoli campanilismi e facendo un’ onesta analisi nella considerazione del patrimonio culturale proprio della città, scopriamo un quadro miserevole.

E’ innegabile la quantità di opere realizzate in epoca medioevale che incantano chiunque, dal viterbese al turista.

Mi limito in questa prima disamina a ricordarne alcune: inizio citando la splendida cerchia muraria che è una ricchezza a mio avviso assolutamente sottovalutata, tanto è vero che nonostante i tanti buoni propositi, idee e chiacchiere, ad oggi non è percorribile né visitabile.

Viterbo è città di chiese e fontane ma può vantare anche un numero considerevole di torri che svettano nel suo centro storico decorando un quartiere originale nella sua storicità come quello di San Pellegrino.

Indubbiamente la città dei Papi deve questo attributo alla grandezza che aveva quando alcuni pontefici vi dimoravano e l’importanza del Palazzo Papale risale a quella che definiamo epoca medioevale.

Serve sottolineare come a quel tempo tutto il popolo contribuisse all’edificazione della città, senza avere lo stimolo di mecenati o famiglie nobiliari che investissero di tasca propria in opere d’arte, fenomeno questo che avverrà più di frequente ovunque in epoca rinascimentale tranne che a Viterbo.

Voglio dire che nella nostra città è mancata la lungimiranza culturale da parte “della politica” che nei secoli ha avuto il compito di amministrare il bene comune ma ancor più si è percepita l’assenza di privati abbienti, famiglie importanti o mercanti disposti a spendere i propri denari per far rivaleggiare Viterbo con gli altri centri culturali della penisola.

Se prendiamo in esame quanto accaduto con la vicina Siena ci rendiamo subito conto come da noi siano assenti figure del calibro di Duccio di Boninsegna, Simone Martini, dei Lorenzetti e tanti altri che evito di nominare per non rendere più penoso il divario che ci separa dalla città toscana, dimora atavica tra l’altro di un’istituzione come il Monte dei Paschi.

Ma la stessa vicinissima Orvieto (e chissà perché posta in provincia di Terni), con il suo prezioso duomo oscura Viterbo.

Il risultato è stato deleterio: intanto non si è affinato il gusto estetico, in quanto non avendo modelli propositivi, come quelli citati davanti ai propri occhi, il viterbese è rimasto privo di quel processo secolare che fa scegliere ciò che è bello e ciò che veramente vale rispetto all’appiattimento tipico della non cultura e del disinteresse.

Non c’è dubbio infatti che la prima palestra per la formazione di un individuo sia il contesto che lo circonda e il poter disporre della fruizione di capolavori d’arte visiva, di architetture innovative, di scambio di idee e di conversazioni filosofiche, genera un processo di edificazione della coscienza comune.

Nell’epoca rinascimentale si esalta quel percorso di ricostruzione già cominciato nel Medioevo attraverso la competizione e la ricerca del prestigio personale che poi di riflesso diviene collettivo.

Cosa è accaduto in Viterbo in quel periodo storico?

Ma prima di formulare una risposta analizzeremo un capolavoro proprio del Rinascimento:

la Pietà di Sebastiano del Piombo conservata al Museo Civico.

   

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