Corrado Augias acclamato alla Biblioteca consorziale di Viterbo con “La vita s’impara”

di MARIA ANTONIETTA GERMANO –

VITERBO – Un grande ritorno e un grande successo. Corrado Augias venerdì 7 giugno è tornato di nuovo alla Biblioteca consorziale di Viterbo, questa volta l’occasione è il suo ultimo e prezioso libro di testimonianza “La vita s’impara” (Enaudi Editore), evento che di fatto ha chiuso in bellezza la rassegna letteraria “la Biblioteca incontra” ideata e curata da Paolo Pelliccia commissario straordinario del Consorzio. Una folla così piena di entusiasmo non si era mai vista in Biblioteca. Sale piene, gente in piedi, un tripudio di applausi e una interminabile fila per il firmacopie.

Tutto inizia con la conversazione sulla sua autobiografia, ovvero la costruzione di un cittadino nell’Italia che cambia (frase coniata da un giornalista della Gazzetta di Parma) dal giugno del 1944,quando bambino vide arrivare gli americani a Roma, era il 4, poi il 6 ci fu lo sbarco in Normandia che in questi giorni si celebra quell’impresa eccezionale. “La guerra una tragedia immane. Mi misero in collegio cattolico è lì ho passato momenti terribili”. Una testimonianza di quasi novant’anni di vita civile che Corrado Augias, intellettuale democratico, ha vissuto con tristrezza nell’infanzia e con ironia e speranza nell’età adulta. Il racconto di un uomo che per la sua professione svolta si inteccia strettamente agli eventi pubblici, anche se solo da testimone.

Nel ’48 le prime elezioni politiche dove vinse la Democrazia Cristiana, fino a quel momento era stato al governo il partito comunista di Palmiro Togliatti (ministro della giustizia) mandò liberi i fascisti anche quelli che si erano macchiati di colpe molto gravi. E cominciò la dialettica democratica che ci ha accompagnato per mezzo secolo, alti e bassi, in un paese che acquisiva il benessere, una agiatezza che gli italiani non avevano mai conosciuto prima. Non così diffusa. A parte la motorizzazione che è diventata invasiva, prioprio la qualità del cibo, la statura della popolazione. Gli italiani dalla fine della guerra alla fine del secolo, sono scesciuti di 6-7 cm di media. Perchè mangiano meglio.

“Ecco tutto questo cerco di raccontare nel libro – spiega Augias– E contemporaneamente racconto come un giovanotto un po’ così ha preso progressivamente coscienza del paese in cui viveva, della città in cui viveva. Perchè all’inizio vivere a Roma mi sembrava una cosa indifferente, poi mi sono reso conto che vivevo in una città miracolosa in quanto a bellezza. Io ho vissuto molti anni a New York, a Parigi, che hanno qualità immense ma quello che offre Roma è incomparabile : 27 secoli di storia. Tutto questo l’ho imparato per mia deficenza, molto lentamente. Ho imparato Roma, ho imparato la Repubblica, cioè i valori repubblicani. La coesistenza, la dialettica politica, l’esistenza dei valori di libertà e giustizia che possono in una certa misura, essere coniugati insieme, è il tentativo supremo che una nazione possa fare”.

Corrado Augias continua ad esporre ciò che ha scritto nel libro dove ci sono le sue grandi esperienze professionali: quella giornalistica prima al settimanale L’Espresso poi a La Repubblica dal gennaio del 1976, quella televisiva lunga e interessante a partire dal 1987. E sottolinea una cosa importante anche oggi. In quegli anni, primi anni ’80 ci fu una legge che spostava il controllo sulla televisione pubblica della Rai dal Governo e al Parlamento e spostandola al Parlamento, le 3 Reti  che c’erano e in parte, un po’ malconce, ci sono anche oggi, venivano quasi ufficialmente date, la Rete1 alla Dc, la Rete2 al partito socialista e la Rete 3 a quello comunista che allora esisteva. E che cosa accadde? Accadde che a dirigere la Rete 3 venne chiamato un funzionario che stava al Centro di via Teulada che si chiamava Angelo Guglielmi che nessuno conosceva, cioè era conosciuto come critico letterario e la critica letteraria si sa ha una conoscenza limitata…. Lui era un diavolo perchè s’inventò una rete che rivoluzionò la televisione. Ad Augias affidò un programma che si chiamava “Telefono giallo” ed ebbe successo. E poi la direzione dei programmi culturali Fabiano Fabiani (era direttore del telegiornale) cambiò la linea politica e quell’acuto, cauto, gestore del potere che era Ettore Bernabei lo levò dalla direzione del telegiornale ma Fabiani riuscì a contrattare la creazione di una direzione dei programmi culturali. “Sono tutte esperienze attraverso le quali veramente ho imparato, sono esperienze di altissima qualità tutte….. Privilegio, fortuna? perchè ci poteva essere un altro al mio posto e non sarebbe cambiato niente” commenta Augias.

E così via via va avanti raccontando nelle pagine del libro queste cose e contemporaneamente alcune sciocchezze giovanili che tutti fanno, racconta la “costruzione di un cittadino” sulla quale molto hanno influito i libri, con letture che rimangono e in giovane età si imprimono nella mente, diventano delle guide. “La rielettura dei “Promessi sposi” – spiega Augias –  fatta in età maura. Quel testo che a scuola mi aveva fortemente annoiato, per immaturità mia. Riletto in età matura si rivelò per quello che è, cioè una potente autobiografia di italiani, come avrebbe detto Gobetti. C’è il mafioso, c’è l’umile sferciato, c’è la povera donna che sta per diventare vittima di uno stupro, tutte le cose che ritroviamo oggi nella vita di tutti i giorni, nelle cronache dei giornali, tutte immerse in quell’atmosfera politica ambigua della dominazione spagnola nella Lombardia, 1861”.

E parla ancora di libri letti e spiritualità. “La spiritualità – precisa Corrado Augias – è un rapporto che ognuno ha con gli altri e con la natura. Ma dove la religione è piuttosto centrata, l’osservanza religiosa su una forma di eventi, forme di preghiere e per quanto i riguarda i celebranti, gli abbigliamenti, i copricapi. Che è un’altra cosa. E’ una cosa che lega. Ma la spiritualità la puoi coltivare da solo andando a spasso per i campi, leggendo S. Francesco, cioè S. Francesco che nel 13esimo secolo, nel 1200, benedice l’acqua “preziosa e casta”.  L’acqua, nel 1200. Il sole. Cose vertiginose. Fa il ‘Cantico delle creature’ che è una cosa che oggi mette i brividi. Come prevegenza vediamo oggi il cataclisma che ci sta cadendo sulla testa”.

“E poi naturalmente- termina Augias – nel libro c’è anche un’occhiata a quella che è stata la grande frustrazione della mia vita, la musica. Perché, purtroppo, l’ho coltivata molto male, senza mai arrivare davvero a possederla. Perché per possedere la musica, bisogna farla. Se non la fai sei un buon orecchiante, puoi essee colto, puoi conoscere molta musica, molti autori, molte fasi musicali, le forme musicali. Racconto un po’ di Beethoven, uno dei miei lumi tutelari. Quest’anno è il centesimo anniversario della Nona sinfonia. L’Inno alla Gioia è come la Divina Commedia, è come Shakespeare, è un Inno all’umanità”.

Di passo in passo si arriva al finale, a un congedo affettuoso. E Augias legge dal libro le parole di John Malkovich: “si vive senza capire granché, quando si afferra il senso della vita è ora di morire. Riflessione secca nella quale mi riconosco perché anch’io sono vissuto a lungo senza capire granché. E’ il mio più profondo rammarico. Ora so che la vita s’impara e va un po’ meglio, però s’è fatto tardi”.

Alle numerose domande del pubblico si congeda dicendo: “Abbiamo bisogno di Europa. Dal 1945 noi abbiamo raggiunto la convivenza pacifica, nel senso delle armi. Le armi tacciono. La guerra è orribile, l’ho vista la guerra. Se mancasse l’acqua  la casa si trasfomerebbe in una latrina.  A Roma mancava spesso l’acqua.  Da soli non ce la possiamo fare, neanche la Francia, la Spagna, la Germania. Nessuno dei paesi che fanno parte dell’Euro ce la fa da solo. L’Europa è aria, è indispensabile. Abbiamo 3mila miliardi di debiti. Bisogna che i più giovani sappiano che il loro avvenire è l’Europa, fuori dell’Europa, è immigrazione”.

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