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Cosa significa davvero “intelligenza artificiale”?

di TOMMASO SASO-
È probabilmente la domanda più importante e più fraintesa del nostro tempo: cos’è davvero l’intelligenza artificiale? La risposta sorprenderà qualcuno, perché quello che chiamiamo “AI” oggi è molto diverso da quello che immaginiamo guardando i film di fantascienza e capire questa differenza è fondamentale per capire il mondo che ci circonda.
Iniziamo con una verità che difficilmente viene detta, ovvero che nessuno sa davvero cosa sia l’intelligenza. D’altronde non è che ne sappiamo tanto anche di quella umana! Non dico nulla di sconosciuto se affermo che, dopo millenni di filosofia e decenni di neuroscienze, ancora non abbiamo una definizione precisa di cosa renda “intelligente” un essere umano. Non sappiamo da dove derivi esattamente la nostra capacità di risolvere problemi, di adattarci all’ambiente, di creare musica o di provare emozioni.
Se non sappiamo ancora definire con esattezza cos’è l’intelligenza umana, come possiamo definire quella artificiale? La comunità scientifica, come al solito, ha provato a risolvere il problema in modo pragmatico, definendo l’AI semplicemente come la capacità delle macchine di svolgere compiti che, se fossero eseguiti da umani, richiederebbero intelligenza, una definizione funzionale e non filosofica.
Questa definizione però crea un paradosso, perché ogni volta che le macchine imparano a fare qualcosa che prima sapevano fare solo noi, quel compito smette di essere considerato “intelligente”, dando luogo al cosiddetto “AI Effect”. In parole semplici l’intelligenza artificiale è tutto ciò che non è stato ancora fatto.
Abbiamo visto, negli articoli precedenti, che negli anni ’60 giocare a scacchi era considerato il “top” dell’intelligenza umana, ma quando Deep Blue batté Kasparov nel 1997, improvvisamente gli scacchi divennero, brutalmente, “solo calcolo”. Oggi, tradurre lingue, riconoscere immagini, guidare automobili, tutte attività che fino a pochi anni fa sembravano richiedere intelligenza umana, sono diventate “semplici” problemi informatici.
Per orientarci in questo panorama confuso, gli esperti distinguono tra due tipi fondamentali di AI: quella “ristretta” e quella “generale”. L’AI ristretta (o “debole”) è quella che abbiamo oggi, cioè sistemi estremamente capaci in compiti specifici ma praticamente inutili fuori dal loro dominio di competenza. ChatGPT è straordinario nel generare testo, ma non sa farsi il nodo alla cravatta, così come un sistema di riconoscimento facciale può identificare milioni di volti ma non sa effettivamente cos’è un volto.
L’AI generale (o “forte”), invece, è quella dei film di cui sopra, macchine con intelligenza flessibile e adattabile come quella umana, capaci di imparare qualsiasi compito, di ragionare in situazioni nuove, di essere creative. È quello che sognava John McCarthy a Dartmouth nel 1956. Ed è quello che ancora non abbiamo, anche se molti dichiarano di esserci davvero vicini. Il che non dovrebbe farci stare troppo tranquilli, ma ne parleremo più avanti.
Tuttavia la differenza tra le due “intelligenzs” è cruciale per capire dove siamo oggi. Capita di leggere articoli allarmistici su “AI superintelligenti” o “automi che ci sostituiranno”, parlando appunto di AI generale che “ancora” non esiste. Quando interagiamo con Siri, Google Traslate o Netflix, stiamo usando AI ristretta che esiste eccome invece, ma è molto più limitata di quanto sembri.
Possiamo osservare che ci sono perà diversi livelli di AI ristretta. Al livello più basso abbiamo i sistemi basati su regole deterministiche e previste dai programmatori, (ad esempio i vecchi chatbot dei siti web); al livello intermedio troviamo invece i sistemi di machine learning, algoritmi che imparano dai dati senza essere programmati esplicitamente. Per fare un esempio, il sistema antispam delle nostre email non ha regole scritte da un programmatore su cosa sia spam, ma che ha imparato analizzando milioni di email. Al livello più alto abbiamo i sistemi di “deep learning”, che sono reti neurali profonde che scoprono pattern (percorsi logici) complessi dentro enormi quantità di dati. Sono quelli che ci sorprendono di più perché sembrano “capire” e “ragionare”, ma in realtà stanno solo trovando correlazioni statistiche molto sofisticate.
In realtà (ancora) nessuna di queste AI “capisce” davvero quello che fa. Quando ChatGPT , o similari, ci spiega la teoria della relatività, non “sa” cosa siano spazio e tempo, sta semplicemente combinando pattern linguistici che ha “letto” in miliardi di testi. È bravissimo a farlo, ma non ha una comprensione concettuale come la nostra. (Come avrete capito sto cercando di salvare la categoria dei professori, almeno per ora!)Comunque tutto questo ci porta ad una distinzione fondamentale che appartiene alla sfera di competenza dei filosofi, ovvero la differenza tra intelligenza e coscienza. L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, riconoscere pattern, adattarsi. La coscienza è invece la consapevolezza soggettiva di esistere, di provare esperienze, di avere una vita interiore. Tutte le AI attuali sono intelligenti (in senso stretto) ma nessuna è cosciente.
Se ci chiediamo se l’AI è davvero intelligente, ci stiamo facendo la domanda sbagliata, quella giusta è “questa AI è utile per quello che debbo fare?” Il sistema di navigazione GPS non è intelligente nel senso umano, ma è ormai praticamente insostituibile per trovare la strada giusta. L’algoritmo di raccomandazione di Netflix non “capisce” i nostri gusti, ma può suggerirci film che, probabilmente, potrebbero piacerci. Così come i contenuti che ci propone, in maniera subdola, TikTok
Ma allora perché la chiamiamo “intelligenza artificiale”? In parte per ragioni storiche, infatti il termine fu coniato nel 1956 entrando nel nostro lessico, e in parte perché funziona dal punto di vista marketing, e dato il mio mestiere, posso confermarlo. Dire Intelligenza artificiale non è infatti più affascinante di dire, anche se più correttamente, “riconoscimento di pattern statistico avanzato”? La verità è che l’AI di oggi è allo stesso tempo molto più limitata e molto più potente di quello che immaginiamo. Più limitata perché non ha la flessibilità, la creatività, la comprensione dell’intelligenza umana, ma più potente perché può processare quantità di dati e trovare pattern che nessun essere umano potrebbe mai gestire e quindi apparire molto potente.
Capire questa dualità ci deve aiutare a non aver paura irrazionalmente di robot senzienti che conquisteranno il mondo (anche se ormai vediamo pubblicità di automi cinesi a 5900 dollari che però non si capisce bene a cosa servano per ora), ma anche a non sottovalutare l’impatto reale di sistemi che, pur non essendo “intelligenti” nel senso umano, stanno già trasformando radicalmente la nostra società.
In conclusione di questo appuntamento del lunedì, abbiamo capito che l’’intelligenza artificiale di oggi non è né il paradiso né l’inferno che spesso dipingono i media o i vari divulgatori. È semplicemente uno strumento potentissimo che amplifica le capacità umane in modi specifici. Come tutti gli strumenti potenti, naturalmente, può essere usato per il bene o per il male.
Lo capiremo insieme passo passo, durante i nostri incontri. Buona lettura e alla prossima settimana!

Prof. Tommaso Saso

Professore di Marketing e Organizzazione Aziendale e membro dell’Osservatorio di AI generativa presso l’Università degli Studi G. Marconi. Presidente di Manageritalia Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna ed Umbria.

 

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