di CINZIA DICHIARA-
MILANO- Sorprende positivamente la nuova idea di Robert Carsen, regista tra i più noti e discussi per soluzioni e letture fuori dalle righe che gli hanno ottenuto un posto di primo piano nell’interpretazione di capolavori senza tempo del teatro lirico.
Stavolta, alzando l’asticella, per il nuovo allestimento di Così fan tutte l’artista canadese ha combinato mondi apparentemente inconciliabili: il sublime ‘700 mozartiano del gioielloal vertice della trilogia italiana – con Le Nozze di Figaro e Don Giovanni – composta dal genio salisburghese in collaborazione con l’alter ego letterario Lorenzo Da Ponte, e l’esteriorità trash dei reality show televisivi, che in nome del gioco gettano in primo piano, 24 ore su 24, le gesta quotidiane di gruppi umani asserragliati in habitat di fantasia, ricreati in studio o relegati in anfratti naturalistici gestiti come scenografie per le reti dell’etere.
Un accostamento, dunque, quanto mai azzardato, privo di connessioni stilistiche e antropologiche, eppure, questo il prodigio, riuscitissimo, su tutta la linea.
Per entrare nell’ordine dell’attualizzazione, è passaggio obbligato un salto acrobatico dai codici barocchi, impressi nel testo con marchio a fuoco, all’invalso trend che declina una nuova e diversa visione dell’opera originale, con tutti i difetti, le intemperanze, altresì le aperture, che simile processo ermeneutico reca con sé. Questione generale che si continua a discutere, con fervore.
Nel valutare l’idea della mise en scène di Carsen occorre dunque accettare il contesto proposto, la televisione popolare e le seguitissime trasmissioni che imperversano sul globo, e vedere se l’idea un po’ kitsch, senz’altro singolare se non bislacca, abbia funzionato, considerando che il napoletano plot originario è dalla regia perfettamente calato nel contesto mediatico dell’intrattenimento di massa. Cosa che potrebbe far temere che molta della raffinata sottigliezza del testo e dello stile originali possano avere a soffrirne, allorquando, con la complicità della scenografia a facce girevoli, studiata da Carsen con l’ausilio di Luis F. Carvalho, la scuola degli amanti diviene un fantasioso e gradevolissimo gioco televisivo. Le istruzioni del quale sono impartite mediante scritte fluorescenti sullo schermo: “Il gioco mette alla prova le vostre relazioni, vince chi segue il suo cuore!”
Il sipario si apre sulla campata di uno studio con due accoglienti tribune di spettatori, nelle tinte caramellose, american- soft, di rosa e celeste, maschili e femminili, che ricompariranno in diversi momenti e alla conclusione, mentre cameraman riprendono a gogò quel che va svolgendosi sotto gli occhi di tutti. In alto, gigantografie su schermi luminosi propongono di volta in volta i ritratti dei protagonisti, del tipo veline e tronisti, e loro pose, cinematografiche o in odore di defilé, rimandate dalla scena allo schermo grazie ai video di Renaud Rubiano, bellissimi e talora d’impatto sorprendente. Come nel frangente comico del finto avvelenamento dei due amanti, scena di confusione e stordimento cui le immagini deformanti dell’ambiente, gli alberi mostruosamente allungati e la strada distorta, tra alterazioni di luci psichedeliche verdi, rosa, sul proscenio blu, poi gialle, di Peter van Praet (in tandem con Carsen anch’egli), infondono il senso di malessere fisico, da capogiro, per gli «effetti ancor del tossico».
Ciò che rende plausibile l’operazione è il felice rapporto che si stabilisce tra atmosfera musicale e collocazione scenografica, tra testo e movenze attoriali, tra situazione scenica e resa vocale. E non per l’approccio condizionato dal potere sul pubblico della soluzione ‘televisiva’. Il pubblico del teatro lirico, che ha mostrato di gradire oltremodo il risultato, difficilmente è quello stesso dei reality show. È l’ambientazione, vien da osservare, consona nella fattispecie, a favorire l’integrazione con musica e carattere dei personaggi. E, con essa, le scelte che completano la mise en scène. Se l’opera diviene trasmissione, in studio così come in camera da letto, davanti ad avidi teleoperatori con dolly e steadicam in azione, la scelta di scorci scenografici, certamente medioborghesi, consumistici e leccati, tuttavia ben accoglienti, non ne banalizza la resa effettiva. La piscina bordata da prati alberati con ombrelloni e sdraio per muscolosi bagnanti tatuati e sirenette in bikini, pareo, borse di paglia e occhialoni, o il giardino della cerimonia di nozze in stile wedding- planning, con sedie e ospiti in fila ordinata davanti all’arco a cuore di rose bianche, quand’anche il suggestivo terrazzo da aperitivo sul mare, con ubriacatura, affacciato su un isolotto che richiama i sortilegi capresi al variare delle luci, suggestive, fino al tramonto, accesissimo, riescono ad accogliere in modo deliziosamente ‘consonante’ sia la fine delicatezza sia la brillantezza della partitura mozartiana.
Ne è esempio la scena di «Soave sia il vento»: proiettata a tutto schermo dietro ai personaggi, l’immagine in movimento della portaerei che salpa allontanandosi fino a scomparire per lasciare a vista il fondale marino, quindi il cielo, infinito e assoluto, è di una bellezza commovente. Intanto che il terzetto Dorabella-Fiordiligi- Don Alfonso con grazia belcantistica regala sfumature di delicatezza e accenti vibranti nel poetico ‘legato’, una malinconia espressiva, purissima e meravigliosa nell’eleganza formale, si diffonde e risplende d’azzurro, in uno di quei momenti spirituali che sfiorano la religiosità in Mozart. E la trasposizione attualizzata di Carsen non vi fa rimpiangere altre soluzioni. Momenti toccanti, come questo, infatti, cristallizzano il risultato in una gamma espressiva sublime: la scena spoglia, solo il film di mare e cielo sullo sfondo, tenendosi per mano i tre personaggi compiono tutto con le loro voci, nella grazia di Mozart, che sempre rimane un enigma di umana trascendenza.
Unitamente alla dovizia di cambi di scena e trovate, di proiezioni, luci e balletti risalta la cura nel ricreare le atmosfere e nell’esprimere i sentimenti attraversati nei pezzi dai protagonisti, arte nella quale il cinema americano, dunque il mezzo audivisivo, generalmente vince a mani basse e il regista canadese lo sa bene. Guglielmo- Luca Micheletti e Ferrando- Giovanni Sala, baldanzosi, simpatici, ignari e superficiali quanto basta, brindano alla fedeltà delle loro amanti «in onor di Citerea», a tre col disincantato Don Alfonso, il basso Gerald Finley in completo bordeaux da presentatore di programmi d’intrattenimento, piuttosto omogeneo nella linea di canto e bravo conduttore nel disinvolto habitus di anchorman. Le due improvvide, vanitose e piacentissime sorelle Fiordiligi- Elsa Dreisig e Dorabella- Nina van Essen, presentate nel duetto «Ah guarda, sorella», si crogiolano sui divani da talk-show anziché nel giardino sulla spiaggia previsto dal libretto. Del tutto désengagées, in abiti giovanili attuali, curati da Luis F. Carvalho, dal jeans alla blusa sbrilluccicante e finanche al pellicciotto di pelouche, sfogliano riviste e fanno conversazione, mostrando gaiamente alle amiche il ritratto degli amanti nel telefonino. La scena è dipanata tra abbellimenti gentili e fraseggi aggraziati, finché, previa cadenza a due, elegantissima, su «Felice son io», all’attacco dell’Allegro conclusivo sull’acuto ben tenuto da Fiordiligi, si diparte un’accattivante e spiritosa coreografia ritmica di gruppo di Rebecca Howell. È la musica a far danzare le due sorelle: in successione l’una sostiene la nota lunga mentre l’altra intona il tema tra un codazzo di altre giovani partecipanti. E laddove ci si attenderebbe la leziosa frivolezza settecentesca, un’allure frizzante e moderna deborda in passi da disco-dance, saltellanti e a braccia alzate, introducendo al carattere ironico e spassoso del recitativo successivo, sostenuto mediante arpeggi, trilli, rapidi mordenti e accordi secchi dall’abile e pregevole basso continuo di Alexander Soddy al fortepiano. Sul podio dell’orchestra scaligera, il direttore britannico guida con smalto la duplice pista strumentale-vocale, nella visione d’insieme funzionale all’impianto registico. Tant’è che, nonostante l’abbacinante allestimento rischi, nel frastorno, di prendere il sopravvento, la musica non ne è mai sopraffatta.
Il quintetto «Sento, oddio, che questo piede» diviene un ensemble che sa di voci belle, le due sorelle in perfetto insieme, i tre registri maschili in dialogo con esse bilanciati, se non fosse per l’altezza dalla quale cantano prima di scendere al livello del proscenio, un alto loggiato che non favorisce la propagazione della voce e tuttavia non impedisce di apprezzare, nel prosieguo, virtuosismi agili e dolcissimi accenti.
Il commiato tra le coppie con il maschile invito «Abbracciami idol mio», seguito con estrema dolcezza dalla richiesta femminile «Sii costante a me sol. Sèrbati fido», raggiunge toni di preghiera devozionale mentre le voci, in quartetto, cantano l’«Addio» con una tenerezza che valica la precedente passionalità, innalzata a bellezza suprema. Alla parentesi lirica si avvicenda un brusco ritorno alla realtà in Bella Vita militar», pimpante coro di accento patriottico preparato in piena risonanza soldatesca da Giorgio Martano, il quale, in «Benedetti i doppi coniugi» della scena delle nozze, valorizza nel tessuto vocale della compagine corale iridescenze timbriche incantevoli.
Inoltre, l’ironia, lo spirito di irrisione e il sarcasmo del capolavoro sulla fedeltà ‘recuperata’, sempre sul filo, non paiono affatto persi. La figura di Despina, il mezzosoprano Sandrine Piau che ne è emblema sapiente, in sgargiante e paillettato abito da soubrette, conosce qualche momento di difficoltà nella parte, oltre alla dizione talora imprecisa, con puntature spinte e tirate, all’acuto. Tuttavia l’aria «In uomini, in soldati» ne fa emergere il fraseggio di carattere brillante in stile buffo e la vivacità nella conduzione del ruolo. Fa sensazione il cambio di desinenza e di aggettivo possessivo nel testo della scena del «cioccolatte», che pone la figura della cameriera, promossa a presentatrice, nell’atto di rivolgersi in terza persona alla figurante che la sostituisce nella preparazione della bevanda. E nel suo invito «Amiam per comodo, per vanità» risulta discutibile l’utilità delle movenze piuttosto ordinarie delle ragazze schierate in scena nel brandire riviste dalle copertine allusive, corrispettivo della scena maschile che si svolgerà in camerata nell’aria di Guglielmo del II Atto.
Fiordiligi in «Come scoglio», vero scoglio da superare nell’ardua parte a sbalzo, appare determinata nell’emissione dei salti all’acuto, esibendo puntature di bel colore, e nelle difficili discese al registro grave apprezzabili nella sonorità, parendo solo leggermente affaticata nelle ornamentazioni in terzine della conclusione Più Allegro. Il calmo legato dal fraseggio lineare e nobile del rondò «Per pietà, ben mio perdona», intonato su una poltroncina mentre il soprano è ripreso, sotto i riflettori, nel maxischermo sovrastante, conferma, nel suo personaggio, la cifra seriosa con bel risultato.
Contraltare alla comica gravità della sorella, Dorabella è più leggiadra, nonostante il tono tragico dell’aria di furore «Smanie implacabili», nella quale, esagitata e credibilmente patetica, cita le vendicative Eumenidi intonando un canto concitato, messo a fuoco nell’emissione vocale e nella linea drammatica, ed esibisce suono pieno sulla sospensione cadenzale prima di chiudere con risolutezza. Nell’arietta giocosa «È amore un ladroncello», assecondata dal moto ritmico ondeggiante interpreta con facilità maliziosa e suadente il ritorno alla cifra della sua gaiezza.
Nell’esplicita arietta «Non siate ritrosi», di stile apertamente comico, Guglielmo esibisce bei mustacchi e altri attributi elencati dall’ironia di Da Ponte risultando convincente per timbro, suono e recitazione ed ergendosi a protagonista di vaglio, per voce e baldanza, in «Donne mie, la fate a tanti», mentre Ferrando vive il suo momento migliore nell’aria «Un’aura amorosa», disegnando il suo canto d’amore con voce palpitante e fioriture flessuose. La sua cavatina «Tradito, schernito» evidenzia in lui non troppa rotondità di suono ma temperamento nell’espressività e nella recitazione.
I vorticosi pezzi d’insieme risultano davvero molto ben organizzati scenicamente. Il sestetto «Alla bella Despinetta», in graduale assestamento tra le voci, acquisisce via via il carattere brioso evolvendo nel Finale primo, in costume da bagno, «Ah che tutta in un momento», con i finti albanesi- finti moribondi che hanno bevuto in taniche dalla dicitura cubitale ‘CLORO’, momento di graziosissima ilarità che non manca di essere filmato e riprodotto su video gigante. A fronte della comicità brillantissima dei due soggetti, che adagiati sui lettini a bordo piscina, si agitano a tempo, con moto convulso, tra le braccia delle amanti, Despina-medico, caricaturale nella recitazione, interviene in collegamento di telemedicina. L’esprit conclusivo si scatena nell’effervescente sillabato da opera buffa «Dammi un bacio, o mio tesoro», dagli accenti a raffica che segnano la stretta finale, vivacissima, con figuranti in piscina all’inseguimento con pistole ad acqua.
Nel Finale del II Atto «Fate presto, o cari amici, la festa di nozze è un tripudio di colore e di bellezza scenico- drammaturgica. Al momento del brindisi fra gli sposi, i personaggi esibiscono deliziose parti a canone: le voci di Fiordiligi, Ferrando, Dorabella si assommano in un melodiare luminoso, entrando a turno nell’intreccio polifonico di «E nel tuo, nel mio bicchiero», mentre Guglielmo, ancora contrariato pel tradimento di Fiordiligi, ha una sua linea melodica “a parte”, «Ah bevessero del tossico». Segue la carrellata di pezzi vertiginosi, che anziché ricomporre le coppie assegna la vincita del premio in palio di 1.000.000 di euro alle concorrenti donne, sotto una pioggia scintillante di pepite d’oro, avvalorando in via definitiva lo sfoggio di artifici scenici e tecnologici e lo sforzo, dell’intero cast, di offrire momenti di autentica piacevolezza.
Applausi, a scroscio e lunghi, di un pubblico internazionale, variegatissimo, con molta parte, comme d’habitude, in fuga al calar del sipario per la fretta tipica delle grandi città, mentre la maggior parte rimane a godere dell’entusiasmo leggero eppure acceso che questo magnifico allestimento ha portato con sé. Con una ventata di gioiosa freschezza.
La recensione si riferisce alla recita dell’8 novembre 2025








