Datagate, diritto alla privacy e accesso all’informazione “libera”: ecco perché il caso Snowden non può essere dimenticato

Tra gli eventi più significativi e sconcertanti del 2013 va senz’altro annoverato il Datagate. Nel giugno scorso Edward Snowden, dopo aver lavorato per la Cia ha svelato al mondo intero, preso da un evidente rimorso di coscienza, i piani messi in atto dagli snowdenStati Uniti tramite la National Security Agency per controllare, monitorare e schedare tutte le potenziali minacce alla sicurezza che viaggiano on line come informazioni scambiate da ignari navigatori.

In sostanza gli Stati Uniti hanno sfruttato le falle del World Wide Web per creare immensi database con i dati inseriti nella rete stessa dai cittadini di tutto il mondo. Il Datagate ha coinvolto naturalmente i colossi del web (Google, Cisco, Apple, Microsoft, Facebook, Yahoo e molte altre aziende operanti nel settore delle telecomunicazioni).

La questione, oltre che minare alla base il diritto alla privacy, ha scatenato durissime reazioni a livello internazionale, provocando uno scandalo che ha investito i servizi segreti di tutti i Paesi della Terra. Al di là della considerazione che l’origine delle attività di spionaggio e controspionaggio si perde nella notte dei tempi, l’attuale pervasività dei moderni media e l’impossibilità di fare a meno del web per la quasi totalità delle persone ha generato un dibattito che non si spegnerà nel nuovo anno. Anzi, la discussione è destinata ad assumere sempre più un’importanza prioritaria per i rapporti tra cittadini e Stati, utenti e aziende proprietarie dei server, diritto alla privacy e accesso all’informazione libera.
Sulla vicenda è intervenuto anche il nostro ministro degli Esteri Emma Bonino che, interpellata sulla possibilità di concedere l’asilo politico ad Edward Snowden ha dichiarato: “Non sussistono le condizioni giuridiche, ma resta in piedi la richiesta agli Usa dei chiarimenti promessi da Obama e mai arrivati in nessuna delle capitali europee. In gioco non c’è solo il diritto alla privacy ma un rapporto di fiducia tra alleati. E per l’Italia gli Stati Uniti sono dalla metà del secolo scorso il principale alleato. A me pare che, come governo, preservare con Washington un rapporto di fiducia sia nel nostro interesse ma sia anche nell’interesse americano e quindi la richiesta di chiarimenti risponde a questo obiettivo”.
La pietra dello scandalo in Italia si chiama “Prism”, ovvero un programma attraverso il quale gli Usa hanno implementato un sistema di controllo della Rete in grado di controllare potenzialmente tutte le comunicazioni via mail, tramite telefonate, via social network, chats, ecc. ecc. Un “Grande Fratello” che rappresenta la risposta degli Stati Uniti al terrore di vivere un nuovo 11 settembre.
Nel 2014 si tornerà a parlare ancora di ripercussioni del Datagate e della fine del mito dell’informazione libera, gratuita, attendibile ed accessibile per tutti, per un aumento illimitato delle nostre conoscenze e conseguentemente della qualità della nostra vita. Un mito che può resistere solo nella mente degli sprovveduti. Un’idea di ingenuo ottimismo che deve scontrarsi con una realtà ben scolpita dalle parole di un ragazzo di appena 30 anni che è tuttora in fuga dal Paese che gli ha dato i natali: “Sono disposto a sacrificare tutto quel che ho perché in buona coscienza non posso permettere che il Governo USA distrugga la privacy, la libertà di Internet e le libertà basilari per le persone in tutto il mondo con la macchina di sorveglianza massiva che stanno costruendo”.

   

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