Diversamente AVES. Antartide cronaca dal profondo sud

No, non capita certo tutti i giorni di partire salutando una notte che sai aspetterà il tuo ritorno per più di tre mesi, ma anche questo, oltre altri mille, è unodipaola-in-SO degli aspetti intriganti delle alte latitudini. Le stelle, la luna, normali compagne di ogni viaggio saranno per un po’ messe nel cassetto sigillato dei ricordi. Imbarco come tanti, la fila al check in, il bagaglio, la

chiassosa fratellanza dei compagni di viaggio, il bus per l’aereo, le battute e i silenzi, le foto e la scaramanzia, il sano sfottò e la sfrontata abitudine a coprire un’emozione che non si vuole dimostrare. L’alba luminosa ti accoglie nella turbolenta e rumorosa pancia del C130, poco sopra il 60˚ parallelo sud, dove le dolci correnti subtropicali si incontranoc130-sul-pack con i feroci venti antartici. Il sole si rispecchia su un’infinita coperta di evanescente madreperla, dopo 4 ore di tortura acustica e con le gambe intorpidite dallo spazio angusto fra umanità e cargo ti sporgi per trovare la conferma di quello che ti aspetta, ma la strada è ancora a metà. Il primo scorcio dell’Antartide arriva a poco più di un ora dall’arrivo. Bianco, e questo te lo aspetti, ma la maestosità, la grandezza, il senso di rispetto per la Natura, per chi o cosa ha concepito tutto ciò, non potevi neanche lontanamente immaginarlo, questo proprio no. Finalmente comincia la discesa, e maledici la lontananza dal finestrino, anche se sai che quelle immagini tormenteranno le tue retine per i prossimi mesi e i tuoi ricordi per tutto il resto della tua vita. Mettendo a rischio le tue cervicali, cerchi di strappare al lontano e piccolo oblò le immagini di un avvicinamento unico, e il soffice impatto del carrello con il suolo è la prova fisica che sei arrivato. Sei arrivato alla fine del mondo. La luce ti aggredisce sulla soglia del portellone mentre l’Hercules si spegne in un sonno ristoratore. Stupidamente e conscio di quanto blasfemo possa essere il paragone ti vengono in mente le parole di Louis Armstrong al suo arrivo sulla luna. Poi il freddo ti abbraccia in un secondo, e mentre i tre giorni di viaggio, il fuso orario, la paura e l’attesa si fanno trasparenti, il bianco ti avvolge in tutti i suoi colori, la meraviglia ti accoglie, un sogno che diventa tridimensionale. Oggi, ora, in questo preciso momento, i tuoi piedi hanno completato un ciclo difficilmente realizzabile. Mentre lo spazio ti gira intorno, è solo un attimo, eppure una vita intera ti scorre dentro, i momenti tra le pagine di un libro d’avventura, le foto su un atlante, le speranze e l’attesa in un’ennesima partenza, tutto in un secondo. L’incontro è lì e segue sempre l’arrivo. L’incontro con gli amici lasciati da pochi giorni, ma che lo spazio rende simile ad anni, il fugace e struggevole ricordo di un abbraccio lungo e malinconico alla partenza, la consapevolezza della distanza che ti separa dal momento in cui lo stesso abbraccio tornerà reale e forte. Mentre il sole disegna ombre dure e spigolose sulla superfice di un mare ghiacciato, sotto lo sguardo indifferente di secoli di solitudine pietrificati nei graniti scuri, il tuo viaggio è cominciato di nuovo, benvenuto in Antartide, buon viaggio…

   

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