di FRANCESCA MACCAGLIA-
ORTE (VITERBO) – Al Palazzo Vescovile un momento di memoria condivisa, aperto a tutta la comunità, per rendere omaggio a don Delfo Gioacchini, sacerdote che ha lasciato un segno profondo nella storia della Città, e presentare la ristampa anastatica della sua opera “Curiosità Ortane”. Pubblicato il 22 maggio 1961, in occasione della storica ricorrenza religiosa e folkloristica, la Festa dei Santi Martiri di Orte, il volume è impreziosito dai disegni artistici della professoressa Onelia Balestrucci.
Ha moderato l’incontro il giornalista dott. Stefano Stefanini. Dopo i saluti istituzionali della vicesindaca del Comune di Orte avv. Antonella Claudiani, sono intervenuti Massimo Cardarelli, nipote del Gioacchini; il dott. Vincenzo Cherubini, psicologo, appassionato di dialetto ortano e autore della prefazione della ristampa del volume; Elisabetta Giannelli, rettrice dell’Ente Ottava Medievale di Orte; don Mauro Pace, vicario episcopale per il sostegno al clero anziano e malato,
membro del Consiglio Episcopale e del Consiglio Presbiteriale della Diocesi di Civita Castellana, che, per quaranta anni, ha svolto il suo ministero sacerdotale nella Parrocchia di Santa Maria Assunta in Orte; il dott. Abbondio Zuppante, direttore del Museo d’Arte Sacra di Orte, responsabile della sezione locale dell’Archivio Storico Diocesano e direttore della biblioteca dell’Ente Ottava Medievale; Roberto Rondelli, rettore delle Confraternite Riunite di Orte; il dott. Francesco Galli, ex assessore al bilancio nel Comune di Orte, ed altre testimonianze di parenti e conoscenti del Gioacchini.
La sala gremita. Un bel segno di stima verso un sacerdote e il suo impegnativo programma di vita che è stato, è e sarà sempre ricordato lasciando un segno indelebile nella comunità ortana. L’incontro è stato ripreso dall’emittente Tele Radio Orte.
Don Delfo Gioacchini ha messo in pratica il Vangelo, ha servito con dedizione la comunità, cercando di essere, per chi ha incontrato, un segno concreto della presenza di Dio.
Gli studi teologici presso il Seminario di Santa Maria della Quercia di Viterbo, la sua amicizia con Sua Ecc.za mons. Dante Bernini, Vescovo di Albano; Gioacchini fu assistente della Gioventù di Azione Cattolica nel dopoguerra e fondatore del Periodico Diocesano “La Fiaccola 1943-1945”, al quale collaborarono molte autorevoli personalità, dove si evince l’attenzione di don Delfo verso i giovani, e molti altri riferimenti. Da attenzionare, in special modo, il testo del novembre 1945, “Vogliamo la Costituente” nel quale si auspica uno stato dove i giovani e la popolazione potessero esprimere in modo democratico la propria opinione politica.
Insieme a don Mario Gostoli egli si prodigò per l’istituzione dell’Istituto di Geometri nel 1992, completando l’offerta didattica superiore con gli istituti di Ragioneria e del Liceo Scientifico di Orte. Al Liceo Scientifico, in particolare, fu docente nelle materie letterarie e storiche. Fu assistente spirituale dell’Ospedale di Orte, delle Confraternite Riunite di Orte, di AIMC UCIIM e cappellano militare presso il deposito dell’Aeronautica Militare di Orte.
Fondatore, insieme al prof. Amleto Di Marcantonio, dell’Accademia dei Signori Disuniti della Città di Orte, fu anche curatore delle pubblicazioni dell’Ente Ottava Medievale e dei Quaderni dell’Accademia dei Disuniti.
Per decenni fu direttore del Museo d’Arte Sacra di Orte, nel quale istruiva i giovani ciceroni ad illustrare le opere del museo ai visitatori.
Fu inoltre ideatore del concorso diocesano di cultura religiosa per gli alunni delle scuole superiori, “Don Roberto Vescovo”, intitolato a Sua Eccellenza mons. Roberto Massimiliani, Vescovo della Diocesi di Civita Castellana Orte e Gallese.
Sempre a Gioacchini si deve l’istituzione del “Premio della Bontà”, per ricordare una figura storica e spirituale molto cara alla comunità ortana, mons. Giorgio Maria Fanti.
Notevole l’attività di studio del Gioacchini presso l’Archivio e la Biblioteca del Palazzo Vescovile. Egli fu, infatti, autore di testi di carattere storico-letterario e curò la pubblicazione di libri di storia, arte e cultura del territorio, in particolare i testi relativi alle Confraternite Riunite di Orte e agli storici ortani Lando Leoncini e Giusto Fontanini.
Fu ideatore e promotore della struttura assistenziale per la terza età, La Casa di Riposo Santa Maria De Mattias alla Rocca, del restauro del complesso della Cattedrale di Orte, del Palazzo Vescovile e,
insieme alle stesse Confraternite, del restauro delle Chiese di Sant’Agostino e Santa Croce, di San Biagio, San Pietro, Santa Maria di Loreto presso l’Ospedale e Santa Maria di Loreto di Castel Bagnolo di Orte. Infine, insieme al parroco don Francesco De Angelis, collaborò alla realizzazione della Chiesa di Santa Maria della Strada, la quale, il 17 settembre 1989, ricevette la visita pastorale e la benedizione di san Giovanni Paolo II.
Don Delfo amava il suo ministero sacerdotale e amava le sue chiese. Sin da subito instaurò un rapporto sincero, schietto e amichevole con i parrocchiani; la generosità e la passione lo hanno sempre accompagnato. Immerso nella vita della gente, nell’esercizio della sua missione, ha offerto l’esempio di una vita ispirata ai valori umani della solidarietà, dell’amore e dell’aiuto agli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi. Ha perseguito con alto impegno i principi etici e morali universali che guidano la condotta, fondano la convivenza civile e definiscono la dignità umana diffondendo, nella sua opera quotidiana, la cultura della pace, della giustizia e dell’equità sociale, come valori che devono guidare ogni uomo per il bene di tutti.
La ristampa è una riproduzione fedele del testo, preserva l’autenticità e il sapore dell’opera originaria.
Massimo Cardarelli ne ha specificato le motivazioni. La prima motivazione prende spunto dalle parole di papa Francesco, pronunciate nel 2020 in occasione della 54esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, il quale nel primo paragrafo, “Tessere le storie” affermava: “L’uomo è un
essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo. L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità, ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita. L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro
racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male”. “Quante storie ci narcotizzano, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, di possedere, di consumare. Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. Spesso sui telai della comunicazione, anziché racconti costruttivi, che sono un collante dei legami sociali e del tessuto culturale, si producono storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità. Ma mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita”. Cardarelli ha quindi continuato ricordando le bellissime parole del prof. Mario Pucci all’introduzione al Periodico Diocesano “La Fiaccola 1943-1945”.
La seconda motivazione – ha continuato Cardarelli – è stata quella di adempiere alla volontà dell’amico di suo zio, Enrico Bernardini; infine, l’ultima motivazione, di carattere personale, poiché
Gioacchini, nel 1961, nel donargli la copia del libro, gli scrisse la seguente dedica in prima pagina, “Con la speranza che ti ricordi sempre di Orte e … di tuo zio”.
Stefano Stefanini ha sottolineato quanto Don Delfo tenesse alla comunità cittadina religiosa e civile, e soprattutto mettesse in evidenza i fatti storici più lontani e quelli più vicini proprio per creare questa comunità, per creare le radici che caratterizzano la nostra vita, sebbene il paese sia suddiviso in più quartieri, ma il centro storico è sempre il salotto della città. “Anch’io ho avuto la fortuna di conoscere don Delfo nella fase della formazione – ha dichiarato – e direi che, aver avuto dei buoni maestri, sicuramente ci ha fatto crescere bene e ci ha fatto crescere nella consapevolezza che non possiamo dimenticare il passato, sia esso caratterizzato da buoni eventi o con precedenti meno felici, e creare il nostro presente sulle radici dei nostri padri, di coloro che ci hanno preceduto. Egli aveva grande cura dei ragazzi, degli studenti, che accompagnava alle classi superiori, per gli esami di maturità”.
“In psicologia esiste un termine, “effetto alone”, che significa che una caratteristica più brillante mette in ombra altre caratteristiche” – ha affermato Vincenzo Cherubini. “Don Delfo era uno studioso e un ricercatore approfondito, ma una cosa particolare che emerge da questo libro è che
egli era sempre interessato al dialetto. Questo libro, come afferma nella Presentazione, inizia a scriverlo per scherzo alle A.C.L.I”. Cherubini ha ricordato che alle A.C.L.I. giocava a carte anche con suo padre, non sapeva giocare ad uno dei giochi di carte italiani più popolari, il Tresette, invece, giocava benissimo ad altri giochi; ha quindi invitato Elisabetta Giannelli a leggere la sua poesia in dialetto ortano dedicata a don Delfo. Egli rassicurava e aiutava gli studenti e lo fece anche con alcuni allievi che avevano sospeso gli studi e superata la maggiore età, i quali, grazie al suo aiuto, riuscirono a conseguire il diploma.
Un altro aspetto sottolineato da Cherubini, la sua consuetudine a chiamare le persone non solo per nome, ma soprattutto per soprannome, rivelatrice di una comunicazione empatica, informale e diretta.
“Curiosità Ortane è il primo libro stampato dalla Tipografia Menna ad Orte, un libro da leggere e rileggere, ricco di sfaccettature, dove emerge la grande capacità dell’autore di calare la parte letteraria subito dentro Orte. Questo non è il libro di don Delfo, è il libro di tutti noi, perché i nostri avi, i nostri nonni stanno tutti qui dentro e lo dobbiamo a don Delfo”, ha concluso.
Stefanini ha evidenziato la figura di intellettuale, sottolineando che per don Delfo la cultura non era ascrivile solo ai cattolici o alla sinistra o alla destra, la cultura sia religiosa sia civica era per lui una
cultura popolare. Come fece Pier Paolo Pasolini, ricordato dallo stesso Stefanini, quando venne in visita al centro storico di Orte, il quale parlò della cultura popolare.
“La mia conoscenza di don Delfo risale al primo liceo classico alla Quercia – ha riferito don Mauro Pace – quando don Delfo insegnava l’italiano, poi è continuata quando all’improvviso morì don Giorgio, nel 1975, ed egli ci chiamò insieme al Senato dei preti, in quanto il Vescovo Massimiliani era morto, e mi disse di venire ad Orte”. Il loro rapporto non ebbe una buona partenza, ed un altro sacerdote ortano, don Mario Gostoli, lo rassicurò. Don Mauro Pace arrivò ad Orte il 22 ottobre del 1975 e il 1° novembre celebrò la sua prima Messa in cattedrale a mezzogiorno, la cosiddetta messa “de ’zzignori”. Egli ha ricordato don Delfo come insegnante e anche la sua nomina a canonico della Cattedrale di Orte, quando era ancora seminarista, permettendogli di godere di un sussidio economico.
Avevano spesso delle divergenze di vedute nella libertà del rapporto. Nel periodo della sua malattia, si recava tutti i giorni in ospedale per portargli la Comunione e gli amministrò il sacramento dell’Unzione degli infermi. “Don Delfo era il Priore della cattedrale, che amava moltissimo. Quando morì la Cattedrale era chiusa, il funerale quindi lo celebrammo a sant’Agostino. Per me è stata una figura di riferimento molto importante. Nutrivo per lui una sorta di venerazione e ciò che mi colpiva molto era la sua abitudine costante di pregare attraverso il breviario, oggi chiamata Liturgia delle Ore. La recita del breviario, proprio sotto questo portico, nel primo pomeriggio, verso le ore 16, sia in inverno sia in estate, una pratica quotidiana che non ha mai trascurato, neanche in casa”, ha concluso.
“Questo è stato il suo primo libro e secondo me è uno dei più interessanti, anche se ha scritto diverse altre opere di divulgazione”, ha affermato Abbondio Zuppante. “Con questa agile opera di divulgazione, don Delfo è stato il primo a ricordare agli ortani le loro radici.
Il suo racconto parte dalle cose più antiche del Quattrocento fino ad arrivare al dopoguerra, e quasi tutti gli argomenti trattati hanno avuto un seguito nella storiografia di Orte”. “I ricordi che ho di don Delfo sono tanti. – ha continuato Zuppante. L’importante attività culturale che abbiamo intrapreso, ma non solo quella culturale. Dopo una lotta avviata dall’Ente Ottava Medievale nel 1971-72, come ricordavate l’Accademia dei Signori Disuniti, la scoperta del documento che attesta che effettivamente l’Accademia è esistita nel Seicento ad Orte, l’abbiamo concepita con don Delfo per affiancare all’Ottava Medievale con iniziative non di studiosi, delle contrade. Mancava l’apporto culturale di ampio respiro, che abbiamo potuto mettere in atto con l’istituzione dell’Accademia, una branca indipendente dell’Ottava Medievale che ha permesso di portare ad Orte personaggi di rilievo, come il Presidente dell’Accademia della Crusca, conosciuti sia da don Delfo sia soprattutto dal prof. Di Marcantonio; poi l’attività sulle Confraternite e per migliorare la processione del Cristo Morto. Le occasioni sono state tantissime. Poi tutta la fase tribolata della scopritura della Diocesi”.
“È doveroso ricordare don Delfo il quale è stato il primo rettore delle Confraternite di Orte”, ha detto Roberto Rondelli; anzi è stato proprio lui nel dopoguerra a riunire le Confraternite, per risollevare le loro sorti ed ebbe l’idea di riunirle sotto un unico organismo, un unico Consiglio
Direttivo che le rappresentava tutte. Stessa cosa accadde con gli Ospedali Riuniti di Orte. Mi preme sottolineare due aspetti, il primo è che le Confraternite stanno portando avanti le loro attività e penso che lui dal cielo è molto felice dell’ampliamento dell’offerta della nostra attività culturale, ed anche perché abbiamo intrapreso questa strada lunga, difficile e tortuosa che è il riconoscimento da parte dell’Unesco della nostra Processione del Cristo Morto come Bene Immateriale dell’Umanità”.
Francesco Galli, all’epoca assessore al bilancio nel Comune di Orte e legato al Gioacchini da un rapporto di fiducia spirituale, collaborazione e rispetto, si è soffermato sulla generosità, riflesso di un’umanità straordinaria, la quale si manifestava in tutti gli ambiti, in particolare nella scuola dove insegnava ai ragazzi, e l’impegno profuso per aprire ad Orte gli istituti scolastici, prima Ragioneria, poi i Geometri ed infine il Liceo. “L’insegnamento che dava ai giovani – ha detto – lo trasferiva anche nella società civile e nel suo impegno politico, quest’ultimo, condivisibile o non condivisibile, era comunque sempre rivolto al servizio, agli altri. Non c’era un uomo che amava più di don Delfo il proprio paese. Non solo si è scontrato con avversari di tanta parte politica, ma si impegnò moltissimo per il mantenimento della Diocesi di Orte, per non far estinguere il nome della Diocesi di Orte, scontrandosi fortemente con il Vescovo dell’epoca, Sua Eccellenza mons. Marcello Rosina, e ancora la battaglia per l’Ospedale. Egli non guardava soltanto alla storia, guardava al futuro di questo paese, e cercava di diffondere questa voglia di fare, per portare avanti e sostenere le iniziative che c’erano nel nostro paese. Non da ultimo, quando la battaglia dell’Ospedale è andata persa, chiese alle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue di donare il Monastero alla Rocca, per costruire una casa di riposo, perché, lui diceva che le nuove povertà erano quelle degli anziani, ed era necessario pensare a questa età della vita, nella quale c’è più bisogno di essere accuditi e
serviti da altri, e soprattutto che tutti abbiano la stessa dignità. Quindi, ricordiamolo anche in queste opere importanti che lui ha fatto, oltre ad averci dato un’identità storica”, ha concluso.
Don Delfo Gioacchini, presbitero, sacerdote, chiamato dal Signore a portare nella Chiesa le grandi opere di Dio, facendo incontrare Gesù Cristo con l’annuncio della sua Parola. Maestro della parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità ortana, un autentico punto di riferimento, ha educato e accompagnato intere generazioni, ha intrapreso e realizzato opere importanti. I fedeli ne custodiscono attraverso la gratitudine il ricordo.




