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Dorotea Lange, Gianni Berengo Gardin e Nomadica: riflessioni di Francesco Mattioli

Qualche mese fa a Perugia si è tenuta una mostra di immagini di Dorotea Lange, la grande fotografa americana che negli anni ‘30 del’900 raccontò la fuga dal Midwest pauperizzato dalla Grande Depressione di migliaia di famiglie che, con ogni mezzo, cercavano di migrare verso le promettenti terre degli stati del Pacifico, soprattutto la California. La Lange, assieme ad altri fotografi del suo tempo, ereditava e conduceva a livelli di elevata qualità descrittiva quel patrimonio di fotografie che tra la fine dell’800 e i primi anni del nuovo secolo si era andato raccogliendo sui problemi sociali, sia che si trattasse di povertà, sia che si trattasse di curiose abitudini, o di espressioni di un mondo in rapido cambiamento: basterà citare i lavori di Riis e Hine in America, di Atget in Francia, di Zille in Germania e di Primoli e Alinari e in Italia.
Qualche giorno fa ha lasciato questo nostro mondo Gianni Berengo Gardin; una colonna della fotografia di denuncia sociale che tra gli anni ’50 e gli anni ’80 ha documentato con grande sensibilità descrittiva la vita di un’ Italia che cercava di rialzare la testa dopo la guerra, le sue contraddizioni sociali e culturali, la condizioni degli ultimi, degli emarginati – si pensi ai suoi lavori sugli ospedali psichiatrici e quelli sulla cultura popolare, in specie del Mezzogiorno – ma anche le strade di una possibile emancipazione. Con lui, vanno ricordati i lavori di Giacomelli, Cerati, Lucas, Cresci, Pinna e di tanti altri fotografi che hanno contribuito a capire la società italiana dal dopoguerra alle porte del XXI secolo.
Che cosa hanno in comune questi due episodi? La possibilità di giustapporli a Nomadica, l’iniziativa fotografica che si svolge nel cortile del Palazzo di Priori a Viterbo, dedicata a quelle foto di viaggio che contribuiscono a conoscere mondi e problemi altrimenti travolti dalla bulimia della cultura del selfie, che mostra ma non narra, che ricorda ma non ha tempo per spiegare.
La fotografia sociale, descrittiva e narrativa, oggi non è in buona salute; non perché non ve ne siano gli autori e i praticanti; ma perché non si tiene conto della sua identità comunicativa. Il cinema e la televisione l’hanno respinta ai margini dell’attenzione di un pubblico ormai disabituato al silenzio evocativo di una immagine; la proliferazione incontrollata dell’aumentato, del virtuale e del metaverso, ma anche del deepfake, ha finito per normalizzare una foto che ritrae un bambino di Gaza affamato.
Così, la ”foto di viaggio”, che era espressione anche di un viaggio intellettuale ed emotivo, rischia di perdersi nei rivoli di una cultura digitale che scambia continuamente forme e contenuti, e necessita di una mostra per ricordare che non solo esiste ancora una fotografia di ispirazione e di sensibilità sociale, ma che esistono veramente intorno a noi quei fenomeni, quei problemi, quei momenti di singolare intensità comunicativa che essa, viaggiando, talvolta scopre, anche per caso, e che sa restituire al vero.
Francesco Mattioli*

*Fondatore per l’Italia, negli anni ’70, della Sociologia visuale, una disciplina scientifica che adotta le immagini per la ricerca sociologica. Già Docente di Sociologia Visuale alla Sapienza e autore, fra l’altro, del manuale “La sociologia visuale; che cosa è, come si fa”, Bonanno, II edizione, 2015.

 

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