di TOMMASO SASO-
È una serata qualunque di maggio, apriamo Netflix e troviamo subito la serie perfetta per il nostro umore, Spotify ci propone una playlist che sembra creata apposta per noi, poi su TikTok, ogni video che scorre ci cattura completamente. Non è una coincidenza ma è l’intelligenza artificiale che ha studiato ogni nostro clic, pausa, ricerca per diventare il curatore perfetto dei nostri gusti. Ma l’AI nell’entertainment va molto oltre le raccomandazioni, perché sta creando musica che commuove, film che sorprendono, giochi che si adattano al nostro stile, siamo nell’era dell’arte artificiale, dove la creatività umana si fonde con l’intelligenza delle macchine per reinventare l’intrattenimento.
L’industria dell’entertainment sta vivendo la più grande rivoluzione dalla nascita del cinema, l’intelligenza artificiale non si limita a personalizzare contenuti esistenti, sta creando forme di intrattenimento completamente nuove. Dai personaggi virtuali che interagiscono con il pubblico in tempo reale, ai concerti di artisti digitali, fino ai film generati automaticamente, l’AI sta demolendo i confini tra reale e artificiale, tra creatore e pubblico.
La trasformazione è iniziata con un problema apparentemente semplice quello del paradosso della scelta. Netflix ha più di 15.000 titoli, Spotify 70 milioni di brani, YouTube carica 500 ore di video ogni minuto. Come può un essere umano navigare questa vastità senza perdersi? La risposta è stata l’algoritmo di raccomandazione, sistemi che imparano i nostri gusti meglio di quanto li conosciamo noi stessi.
Netflix ha perfezionato l’arte della personalizzazione algoritmica, il loro sistema di raccomandazione analizza non solo cosa guardiamo, ma come lo guardiamo, quando mettiamo in pausa, quando riavvolgiamo e quando abbandoniamo. Sa se preferiamo thriller la sera e commedie nel weekend. Ha identificato ben oltre 76.000 micro-generi come “Film di gangster oscuri con protagonista antieroe” per categorizzare contenuti con precisione chirurgica.
Il risultato è che l’80% del tempo di visione su Netflix deriva da raccomandazioni algoritmiche. Alla fine non scegliamo più cosa guardare ma l’AI sceglie per noi, una curatela digitale che ha trasformato Netflix da libreria video a consulente personale dell’intrattenimento.
Anche Spotify ha rivoluzionato la scoperta musicale attraverso l’AI, con il Discover Weekly, la playlist generata automaticamente ogni lunedì, ha introdotto milioni di persone a nuova musica. L’algoritmo analizza i nostri ascolti, li confronta con utenti simili, identifica percorsi musicali sottili che potrebbero piacerci. È come avere un DJ personale che conosce perfettamente i nostri gusti.
La creazione di contenuti AI sta esplodendo in ogni media. Ad esempio AIVA (Artificial Intelligence Virtual Artist) compone sinfonie originali indistinguibili da quelle umane. Il suo album “Genesis” è stato il primo creato interamente da AI a essere riconosciuto dalla SACEM (società francese degli autori), pur essendo un amusica che nasce da algoritmi, non da emozioni umane, riesce a commuovere.
OpenAI’s Jukebox genera canzoni complete con voce, strumenti, arrangiamenti in qualsiasi stile desideriate. Volete una ballad di Elvis su temi moderni? Una canzone rap di Beethoven? L’AI può crearla, producendo una creatività infinita svincolata dai limiti della mortalità umana.
Nel cinema, l’AI sta trasformando ogni fase della produzione. ScriptBook analizza sceneggiature per predire successo al botteghino con l’85% di accuratezza, gli algoritmi possono generare trailer ottimizzati per specifici demografici e gli effetti speciali creati da AI riducono costi di produzione permettendo budget hollywoodiani a produzioni indipendenti.
Deepfake technology solleva però questioni affascinanti e inquietanti. Attori morti possono “recitare” in nuovi film, come Peter Cushing che è apparso in Rogue One: A Star Wars Story quattro anni dopo la sua morte, o anche James Dean, morto nel 1955, che è stato scelto per un nuovo film nel 2019, una macabra immortalità digitale che sfida i confini tra vita e morte nell’arte.
L’AI nei giochi va oltre la generazione di contenuti, utilizzando sistemi adattivi che modificano difficoltà in tempo reale basandosi sulle nostre performance, con nemici AI che imparano dalle nostre strategie, costringendoci a evolvere continuamente. Left 4 Dead usa “AI Director” che orchestra intensità drammatica quando rilassarci, quando stressarci e quando offrirci momenti di respiro.
Personaggi non-giocanti (NPC) stanno diventando incredibilmente sofisticati. GPT-powered NPCs possono sostenere conversazioni naturali, ricordare interazioni precedenti, sviluppare relazioni complesse con i giocatori, un roleplaying (gioco di ruolo) dove altri “personaggi” sono intelligenze artificiali indistinguibili da umani.
I personaggi virtuali stanno conquistando il mainstream, pensate a Hatsune Miku, cantante virtuale giapponese, che ha venduto milioni di album e fatto tour mondiali come ologramma! O a Lil Miquela, influencer Instagram virtuale, che ha 3 milioni di follower e partnership con brand di lusso, una celebrità digitale che genera engagement reale.
Questi avatar AI-powered possono interagire con fan in tempo reale, essere disponibili 24/7, non invecchiano mai, non hanno scandali, sono brand perfettamente controllabili che non portano rischi umani. Ma sollevano domande sulla autenticità, cosa significa “genuino” quando l’artista non esiste fisicamente?
La realtà virtuale combinata con AI crea esperienze immersive senza precedenti. Mondi VR popolati da personaggi AI intelligenti dove possiamo vivere narrative interattive, non guardare più storie, ma le viviamo, le possiamo influenzare, ne diventiamo protagonisti.
AI Dungeon permette avventure testuali infinite generate da GPT, dove si può descrivere qualsiasi scenario e l’AI crea storie adattandosi alle nostre scelte, realizzando una narrativa collaborativa tra umano e macchina dove ogni partita è unica, ogni decisione genera conseguenze imprevedibili.
Ma anche l’AI nell’entertainment solleva questioni etiche complesse. Chi possiede i diritti quando l’AI crea arte? Se un algoritmo compone una hit song, chi riceve le royalties? Quando deepfake permettono di far “recitare” attori senza consenso, dove finisce la creatività e inizia sfruttamento?
La possibile disoccupazione lavorativa crea una preoccupazione reale. Compositori, sceneggiatori, artisti grafici, editor video e molte professioni creative rischiano di essere automatizzate e sostituite. Netflix usa già l’AI per creare artwork personalizzato per ogni utente e presto l’AI potrebbe generare trailer, poster, persino intere campagne marketing. In realtà ci sono già degli esempi in questo senso
Il controllo algoritmico sui gusti culturali è un’altra preoccupazione, perché quando l’AI decide cosa vediamo, ascoltiamo, leggiamo, sta plasmando culture e valori.
Inoltre dei bias negli algoritmi di raccomandazione possono perpetuare discriminazioni, se l’AI suggerisce principalmente contenuti creati da certi demografici, potrebbe marginalizare voci diverse, come l’algoritmo di YouTube che è stato criticato per promuovere contenuti estremi perché generano più engagement (interazione).
Il futuro dell’AI entertainment promette esperienze ancora più personalizzate, con contenuti generati in tempo reale basato sui nostri stati emotivi, film che si adattano alle nostre reazioni mentre li guardiamo e ancora musica che cambia basandosi sul vostro battito cardiaco!
Si potrà sviluppare una narrativa interattiva dove saremo veramente protagonisti, non solo osservatori, inventando personaggi AI che sviluppano relazioni autentiche con noi attraverso interazioni prolungate, alla fine un intrattenimento che diventa indistinguibile dalla vita reale.
Ma forse la trasformazione più importante sarà la democratizzazione della creatività quando gli strumenti AI permetteranno a chiunque di creare contenuti di qualità professionale e non servirà più un budget hollywoodiano per fare un film, non serviranno più anni di studio musicale per comporre.
Possiamo ben dire che l’AI nell’entertainment rappresenta una convergenza tra arte e scienza, creatività e algoritmi, se ben usata non sta sostituirà gli artisti umani, ma li doterà di strumenti più potenti, aprendo possibilità creative prima impensabili.
Naturalmente il successo richiederà un delicato equilibrio, cercando di sfruttare la potenza dell’AI preservando autenticità umana, personalizzare senza manipolare, automatizzare senza disumanizzare. È questa è la sfida che determinerà se l’AI arricchirà cultura umana o la, ahinoi, sostituirà.
L’entertainment AI-powered non è futuro distante, ma è già nel presente che stiamo vivendo ogni volta che aprite Netflix, Spotify, TikTok. L’AI trasformerà intrattenimento, ma saremo capaci a guidare questa trasformazione per amplificare creatività umana ed evitare di sopprimerla?
Con questo, concludiamo la terza sezione del nostro viaggio nelle applicazioni dell’AI. Nel prossimo capitolo, inizieremo l’esplorazione della quarta e finale sezione parlando delle sfide etiche e del futuro dell’intelligenza artificiale, affrontando le questioni più difficili e urgenti della nostra era tecnologica.
Al prossimo appuntamento!
Professor Tommaso Saso. Professore di Marketing e Organizzazione Aziendale e membro dell’Osservatorio di AI generativa presso l’Università degli Studi G. Marconi. Presidente di Manageritalia Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna ed Umbria.








