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Famiglia nel bosco

di FRANCESCO MATTIOLI-

Questa storia della famiglia “nel bosco” – che non è l’unico caso esistente in Italia, peraltro, visto che esiste un vero e proprio movimento che si definisce “neorurale” – invita a fare alcune considerazioni, possibilmente senza pregiudizi. Sono state dette molte cose, pro e contro, a seconda di come si intenda oggi la famiglia, la scuola, la società, la legge, la Costituzione Italiana, ecc. E non si può ignorare che tutto nasce da una posizione dei genitori di questa famiglia – di origine britannica – che pratica un neoruralismo ispirato in larga misura al concetto di decrescita felice, rifiutando non solo i modelli del consumismo ma anche ogni forma di sviluppo sostenibile. Così, agli agi della modernità preferiscono persino la mancanza di un bagno, di elettricità, di acqua corrente e praticano l’istruzione parentale dei figli.
Partiamo dal presupposto che, se non fai del male agli altri, tu puoi scegliere il modo in cui vivere.
Ma occorre anche partire dal presupposto che, se vuoi essere coerente, dovresti rifiutare TUTTI i meccanismi della società da cui ti tieni lontano, comprese le sue leggi di mercato. Il che, per sopravvivere oggi, a meno di non ricorrere ad una economia autosufficiente di natura cacciatrice/raccoglitrice e di autoproduzione agricola, appare pressoché impossibile.
E’ stato detto che nell’educazione parentale i genitori hanno rispettato i ritmi di apprendimento della scuola dell’obbligo, quindi della legge dello Stato, compresa la Costituzione. Ma l’educazione scolastica ha nei suoi programmi non solo leggere, scrivere e far di conto; la formazione dell’infanzia comprende a pieno titolo anche quei processi di socializzazione che abituano a stare in società, a collaborare con gli altri cittadini per creare, mantenere e migliorare i processi associativi (quelli di cui parlava un certo Rousseau). Processi che includono l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva verso gli altri e la capacità di partecipazione sociale; requisiti indispensabili per promuovere la democrazia e la convivenza. Tutto ciò si impara a scuola, in famiglia certamente e anche nella pratica dell’interazione sociale, e non riguarda soltanto quanto fa due più due, il participio passato del verbo avere e neppure di quali nefandezze si è macchiato quel cattivone di Cristoforo Colombo. La civiltà occidentale è una civiltà della partecipazione; non a caso i concetti di libertà, di uguaglianza e di democrazia partecipativa sono nati in Europa, non nella Cina di Confucio, né nell’India del Buddha, che predicavano l’ascetismo e il ritiro dalla società, e neppure nell’Arabia di Maometto, che predicava il radicalismo religioso, dando tutti costoro campo libero, non solo ieri ma anche oggi, alle peggiori forme di autoritarismo e di dispotismo.
Quindi, al di là della libertà di questa famiglia di vivere come meglio crede, invocata da molti, resta disatteso un principio fondamentale della nostra Costituzione: il diritto dei giovani e il dovere dei loro genitori riguardo all’educazione ai principi costituzionali vigenti, che garantiscono libertà e uguaglianza ma esigono doveri sociali, partecipazione, condivisione.
Chi asserisce che “ognuno educa propri figli come vuole”, come rivendicato da molti, dimentica due cose: a) che in una società civile l’educazione di un individuo presuppone sia quella fornita dalla famiglia che quella fornita dalla scuola (lo asseriscono, oltre ai nostri padri costituzionali, le scienze sociali e politiche); b) che se fosse vero i principio che ognuno è libero di educare i propri figli come vuole, non dovremmo sorprenderci e neppure scandalizzarci se il figlio quindicenne di un boss mafioso spara ai suoi rivali come fa papà, o se il maschietto educato da un padre padrone violento e sessista picchia a morte la sua fidanzatina.
Francesco Mattioli

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