di CINZIA DICHIARA-
“Leggerezza Romantica” è il titolo del concerto cameristico dedicato alla formazione di Quartetto con pianoforte al Festival della Tuscia, sabato scorso, 11 ottobre, presso il Santuario della Madonna del Ruscello in Vallerano, dove il pianista Massimo Spada e Chiara Sannicandro (violino), Georgy Kovalev (viola) e Ludovica Rana (violoncello) hanno eseguito i Quartetti per pianoforte e archi Op.2 n.2 in Fa minore di Felix Mendelssohn (1809 -1847)) e Op.87 n.2 in Mi bemolle maggiore di Antonín Dvořák (1841 – 1904). Due opere che hanno il comune denominatore della leggerezza, sprigionata dall’impeto giovanile di Mendelssohn e dallo spirito poetico e folclorico di Dvořák.
Il primo quartetto, scritto da un Mendelssohn appena quattordicenne e dedicato al suo maestro, quel Carl Friedrich Zelter che lo condusse a Weimar dal poeta Wolfgang von Goethe, si configura quale sperimentazione già ricchissima di spunti contenenti in nuce tutte le tipicità della scrittura mendelssohniana nei quattro movimenti Allegro molto, Adagio, Intermezzo- Allegro moderato e Allegro molto vivace. Dal punto di vista formale l’op. 2 è già un confronto con la musica di Beethoven, soprattutto nell’alternanza di elementi lirici e contrappuntistici, mentre la scrittura pianistica sembra risentire dell’influenza di Hummel e Weber.
Dettosi onorato di suonare in un sito storico – artistico nel quale troneggia dall’alto il magnifico organo suonato nel 1707 da Händel, allora ospite a Palazzo Ruspoli, che qui compose tre cantate, Spada ha sostenuto la compagine con la facilità tecnica e la scorrevolezza connaturate allo stile dell’autore di Amburgo, nei passaggi di virtuosismo, esibiti con totale scioltezza, e nell’espressività, distribuita con attenzione alla levigatezza di suono, lasciando emergere di continuo la fresca e delicata cantabilità dei temi, quando enunciati dagli archi e ripresi dal pianoforte, come nel primo mov., e viceversa.
Gli rispondeva il violino deciso di Chiara Sannicandro, vincitrice di concorsi nazionali e internazionali dall’intensa attività cameristica in sale da concerto europee e americane, inizialmente con suono ancora ‘da scaldarsi’ giunto con gradualità al calore postulato dalla scrittura romantica, segnalandosi anch’essa per personalità, slancio, perfezione di fraseggio, vigore dinamico e intensa cantabilità.
Nel movimento lento, parentesi poetica introdotta con tenerezza dal pianoforte cui gli archi replicano con espressività contenuta, il violino emerge con voce lirica e tensione romantica, con la viola, che Georgy Kovalev, nato nel 1990 a Tbilisi, tra i più apprezzati violisti della sua generazione nel mondo e collaboratore di artisti di prima grandezza, fa sentire con estremo acume nel suo timbro chiaro/scuro, seguito dal violoncello, magnifico, di Ludovica Rana, figlia d’arte invitata ad esibirsi nei principali festival e rassegne musicali in Europa, Sudamerica, Stati Uniti ed Estremo Oriente, nota anche in duo con la sorella pianista, Beatrice.
Raggiuto un amalgama ricco e vibrante, il canto elegiaco è ripreso dal pianoforte sopra il sussurro degli archi con sonorità sognanti e vaporose, finché l’insieme, si avvia alla conclusione spegnendo gradualmente il suono con stupenda magia.
Il III mov. è un intermezzo in 6/8 dal carattere semplice e nostalgico, la scrittura ancora suddivisa tra archi e pianoforte, eseguito con ottimo bilanciamento dei volumi e soprattutto con molto aggraziata pronuncia melodica.
Infine il 4 mov. attacca spedito, veloce e leggerissimo come postulato dal titolo dato al concerto. Il dialogo, mosso nella vivacità briosa del reiterato motivo di rincorsa, segue un costrutto nel quale gli archi discorrono con vivacità, in botta e risposta, pur sempre al modo elegante di Mendelssohn, mentre il pf parte per passaggi di agilità che fanno ben emergere la sua carica, confermandone il ruolo trainante, risolto da Spada egregiamente.
Nella seconda parte l’ensemble propone un Dvořák della produzione tarda, tra i capolavori dell’ultimo periodo (estate 1889), nei quali il linguaggio popolare, già vivace, si arricchisce.
L’impressione è quella di una compagine in grado di modulare il ventaglio dinamico con una gamma amplissima di gradazioni. Di prima sfera, infatti, lo studio del colore, che raggiunge punte di sorprendente finezza. Nell’insieme, perfetto, della scrittura densa e articolata, passaggi vigorosi e parentesi di poesia che parla al cuore si avvicendano a passi di forza ritmica, con impennate di carattere drammatico o attese sospese nel suono che pare sgorgare dal nulla, con ‘pianissimo’ che hanno del miracoloso. Finanche il pizzicato gioca di finezza nella trina scritturale, mentre coinvolgono non poco la capacità di creare voragini di profondità e alto spessore sonoro.
Attacco omoritmico deciso e accentato, quello del primo mov. ‘Allegro con fuoco’, nel tema esposto all’unisono dagli archi, che apre al dramma dall’inflessione melodica slava. Quando, subito dopo, è affidato a violino e viola, il motivo diviene un canto spiegato sull’accompagnamento di fluide quartine del pianoforte. Ma, poche battute, e la viola, persuasiva, introduce una seconda idea in sol, disegnando una linea dolce che passa presto al violino con eguale effusione. Nello sviluppo risulta apprezzabile la disinvolta resa pianistica, tendente anche ad assecondare il gioco degli archi e a valorizzarne la funzione mentre tra di essi ferve uno stretto dialogo che attraversa, affascinando, modulazioni e idee di elaborazione, anche qui nella divisione dei pesi, tra archi e pianoforte in opposizione, fino alla conclusione ultima, che plana su una riunificazione delle energie sonore.
Nel II mov., ‘Lento’ in sol bemolle, si impongono subito la cifra lirica predominante nella varietà tematica di ben cinque diversi motivi e il ruolo concertante del violoncello e del pianoforte. Rana entra morbida nel registro medio, con espressività dolente, piangente ma compassata, ed ecco crearsi un quadro di sintonia d’intenti che si fa ammirare anche alla concitazione drammatica, molto sentita. Incantevole il dialogo tra gli archi e il pianoforte che man mano va appropriandosi delle redini, sotto traccia la sostanza sonora degli archi, delicati e commoventi, fino a condurre alla conclusione che ripristina il dialogo contrapposto archi-pianoforte, nella concretezza di suono a due piste ma nell’elegante fattura del costrutto d’insieme.
Segue un grazioso ‘Allegretto moderato’ in mi bemolle, l’inizio del quale, un tema dalle gentili movenze di danza popolare affidato al violino e poi riproposto sopra un tappeto di tremoli del pianoforte, tipica scrittura di Antonín Dvořák, apre, dopo una breve introduzione accordale pianistica cui rispondono gli archi, un altro movimento dalla gradevole ricchezza tematica. Nel Trio di contrasto (Un pochettino più mosso), una brillante danza ceca, di voci disposte a canone, fa apprezzare il brio esecutivo del quartetto, i suoi timbri chiari e smerigliati, il tocco pianistico di velluto.
Impeto e passione del Finale, ‘Allegro ma non troppo’ in mi bemolle minore costruito in forma-sonata, scatenano potenza di suono, scorrevolezza, cantabilità dei temi accattivanti e differenziati nel carattere, in atmosfera generale infuocata. Biglietto da visita, il perentorio primo tema su ritmo puntato e note staccate, pronunciato dapprima all’unisono, quindi alla viola e poi, in scrittura ottavata, al pianoforte. Il secondo tema, per contrasto lirico e vibrante, è esposto dalla viola con preziosa cantabilità espressiva. Per l’intera durata quest’ultimo tempo è una farandola di sorprese e attrattive, fino alla coda vorticosa che ha suscitato applausi fragorosi di un pubblico rapito.










