“Fuocoammare”, titolo che nasce da una canzone

di MARIA ANTONIETTA GERMANO –

VITERBO – “Fuocoammare” è il titolo della canzone che il dj Pippo, nel film, lancia alla radio ed è scelta come dedica al marito amato da una donna lampedusana nella trasmissione musicale in onda sulle frequenze di Radio Delta. Da qui il titolo del film.

Nell’arena del Tuscia Film Fest (8-16 luglio 2016) in piazza San Lorenzo si sono susseguiti, come da programma, grandi film di successo molto apprezzati dal pubblico viterbese. Ieri sera, 14 luglio, per la proiezione del film drammatico Fuocoammare in piazza c’era meno gente del solito, ma sempre numerosa, forse perché allarmata dalle nuvole nere che hanno coperto il cielo.

Gianfranco Rosi, Viterbo (foto MAG)
Gianfranco Rosi, Viterbo (foto MAG)

A presentare il film vincitore dell’Orso d’oro come miglior film alla 66ª edizione del Festival di Berlino è arrivato sul palco Enrico Magrelli accompagnato dal conduttore radiofonico Dario Zonta mentre il regista Gianfranco Rosi fa sentire la sua voce in collegamento via Skipe. L’immagine che rimanda lo schermo non è delle migliori e Rosi appare in un’atmosfera infernale, quasi a luci rosse.

Dopo varie prove di hai capito? mi senti? non ti vedo, finalmente il contatto è salvo e Gianfranco Rosi salutando il pubblico spiega: “Sto iniziando finalmente a capire il mio film parlandone tutti i giorni, è una presa di distanza e di analisi quotidiana. Il film oggi è in 64 paesi, ho viaggiato tantissimo, sono on road da molto tempo, e mi sento sempre di più fuori dal fotogramma. All’interno del film ci sono tre storie, quella dei migranti che arrivano a Lampedusa, quella di un bambino circondato da alcune persone, c’è la storia di Lampedusa. E fuori dal fotogramma c’è la politica che spinge, sgomita, entra dentro il film. Ogni tanto mi capita di fare delle interviste dove si parla solo di politica e non del film. Anche nell’intervista di oggi alla televisione polacca, le uniche domande che mi sono state rivolte erano soltanto politiche, come se fossi un esperto dell’emigrazione europea. Questa cosa mi fa un po’ paura e penso che i film una volta consegnati al pubblico non ci appartengono più e vanno in una direzione che non riusciamo a controllare. Penso che il film stia creando una consapevolezza sul tema dell’immigrazione e nascono tantissimi dibattiti e discussioni e spero che qualcuno si accorga che non è possibile andare avanti in questo modo, che sia una piccola presa di coscienza”.

Dario Zonta
Dario Zonta (foto MAG)

“Lampedusa è il primo avamposto di accoglienzaspiega ancora Rosi –  Da venti anni fanno le stesse cose e non si lamentano e accolgono centinaia di persone che fuggono da drammi. Spero che l’Europa cominci a capire che la politica va cambiata in tutto questo. Io ho incontrato la morte sul confine d’Europa e credo che sia indegno che tante persone, forse 20mila, continuino a morire solo per cercare la salvezza. “Fuocoammare” è realizzato da pochissime persone, eppure ha raggiunto le più alte sfere e molti politici sono stati toccati da questo film e se questo riuscisse a cambiare qualcosa, sarebbe già tanto”.  

Non credo – termina il regista – che il cinema, l’arte, la letteratura possono cambiare il destino del mondo ma credo che si possa creare una consapevolezza delle cose. La politica spinge fuori dal fotogramma in maniera inesorabile e ormai i dibattiti sul film sono soltanto politici”. Grandi applausi.

Si abbassano le luci, inizia il film.  Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la normalità della vita semplice di un bambino, Samuele che passa le sue giornate tra la scuola e il gioco; si diverte con poco, ama tirare sassi con la fionda e mima il rumore dei fucili che colpiscono lontano qualcosa. In barca ha il mal di mare e per farsi lo stomaco sosta ore sul pontile. Un giorno dovrà andare a pesca. Per ora preferisce la terraferma anche se intorno a lui ci sono da anni migliaia di donne, uomini e bambini che dal mare, cercano di approdare sull’isola per una vita migliore, senza troppo spesso riuscirvi. Samuele non incontra mai i migranti. Il regista come metafora sul fenomeno dell’immigrazione utilizza l’occhio pigro (mancano delle diottrie) del ragazzino che ha bisogno di rieducazione per vedere tutte le sue potenzialità necessarie per volgere lo sguardo su un’Europa che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto.

Il film drammatico scorre lento, mostra sull’isola la vita degli abitanti nella sua quotidianità, sosta sulle coste rocciose dell’isola, sulle onde impetuose che si infrangono sulla scogliera, sulle navi di soccorso della marina che anche di notte vegliano sul mare, sui gommoni mal messi e sulle povere persone tratte in salvo, infreddolite, affamate e ustionate dal carburante. Pietro Bartolo è il medico che dirige il poliambulatorio di Lampedusa ed interpreta se stesso nel film, dove commenta avvilito e amareggiato che non si abituerà mai alla sofferenza dei migranti.

Gianfranco Rosi vola alto e inquadra la vita e la morte come per caso, senza farne uno scoop, e pone l’attenzione sulla consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.

Al termine del film dal pubblico scatta un caloroso applauso.

 

 

   

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