NEPI (VT) – La mostra “L’orizzonte del tuo divano”, che ha inaugurato il ciclo di progetti monografici della Massimo Lupoli Gallery, segna il ritorno di Valeria Sanguini alla pittura e alla galleria, in un percorso che riunisce opere di temporalità diverse per tracciare nuove traiettorie di senso. Il corpus esposto si configura come un’indagine viscerale sui modi di abitare il corpo e lo spazio, intesi come territori permeabili in cui si confrontano dinamiche di potere e dispositivi di resistenza.
Lo spiega così Valeria Sanguini: “La pittura è pratica dell’alta tecnologia del corpo umano. La scelta del grande formato risponde anche alla necessità di implicarlo tutto, nell’esperienza fisica dello spazio, di cui i magneti, le “radici” sono estensione. Torno alla tela, terreno di viaggio e luogo di trasformazione, dopo anni di percorso all’incontro delle rotte migranti e del loro potenziale sovversivo, “non domesticabile”, all’incontro dei più giovani, condividendo con loro l’essenza della mia pratica: l’esercizio dell’intenzione, Gesti, linee e colori, rilanciando, per un altrove in divenire e dedico questa mostra a tutti loro”.
L’orizzonte del tuo divano
Come scrive la curatrice Domiziana Febbi – in un testo critico che ha il merito di restituire in forma organica anni di pratiche, idee, esperienze, mescolanze di culture nel lavoro e nella biografia dell’artista – L’orizzonte del tuo divano segna per Valeria Sanguini un ritorno alla pittura come spazio di riattivazione e trasformazione della propria ricerca. Esposte opere appartenenti a temporalità differenti, riallineate alla luce di nuove consapevolezze, in un percorso che attraversa corpo, territorio e memoria come luoghi permeabili e attraversati da tensioni politiche, biologiche e sociali. L’intero progetto si sviluppa attorno a una polarità costante: da un lato una forza meccanica e oppressiva, legata ai dispositivi contemporanei di controllo, sorveglianza e standardizzazione; dall’altro una dimensione organica, femminile e generativa che si manifesta attraverso immagini di radici, miceli, corpi in trasformazione e relazioni collettive. In questa tensione, le opere più recenti segnano un progressivo superamento della condizione di compressione iniziale, aprendo a forme di resistenza e riconnessione con il vivente. Elemento centrale della mostra è il magnete, presente fisicamente in molte opere come principio simbolico e dispositivo relazionale. Il magnetismo diventa metafora di forze invisibili che attraversano corpi, spazi e memorie, attivando relazioni di attrazione, repulsione, protezione e conflitto. Attraverso pittura, scultura e installazione, Sanguini costruisce un universo visivo in cui anatomie, paesaggi e materiali industriali si contaminano continuamente. Residui tecnologici, strumenti di misurazione e frammenti elettronici vengono sottratti alla loro funzione originaria e trasformati in materia poetica, energetica e vitale.
Un percorso che è trasformazione
La mostra si sviluppa come una progressiva metamorfosi: dalla caduta e dalla frammentazione dei primi lavori, legati ai temi della migrazione, della maternità e della violenza sistemica, fino all’emersione di configurazioni collettive rizomatiche in cui il corpo si dissolve in reti di protezione reciproca e coesistenza biologica. Nel lavoro di Valeria Sanguini, la pittura diventa così uno spazio di attraversamento e alleanza, capace di immaginare nuove forme di relazione tra individuo, natura e tecnologia, oltre le logiche di controllo e separazione che attraversano il presente. Il percorso espositivo si dispiega in tre movimenti. Nel primo, il dispositivo del potere si manifesta nella sua forza opprimente: attraverso opere come Parto (Atterraggio), My Mom Wanted to Be an Astronaut e la serie ispirata al luna park berlinese MaiFest, Sanguini traduce in pittura la precarietà esistenziale, la violenza travestita da intrattenimento e lo sradicamento culturale. Nel secondo, lo sguardo si fa frontale e resistente: l’artista si appropria di tecnologie obsolete per deprogrammarle e restituirle come materia energetica, in un gesto che è insieme poetico e politico. Opere come Cinturone, Life Belt e I Stand for You ridisegnano il corpo femminile come macchina di sopravvivenza ed eversione. È nel terzo movimento, tuttavia, che la ricerca di Sanguini trova la sua sintesi più radicale, e le Mamasetas ne rappresentano il cuore pulsante. Questi gruppi di corpi femminili e materni — da cui emergono bambini e figure fungine — evocano la dimensione accogliente e collettiva del sottobosco, ribaltando la solitudine del singolo spettatore in una circolarità relazionale che connette le persone al tessuto naturale. Mamasetas – dallo spagnolo maceta (vaso) e setas (fungo) -, è la serie che si articola in declinazioni diverse: Mamasetas (Chiama Viola) affronta la minaccia della solitudine urbana integrando il riferimento all’applicazione di mutuo soccorso femminista, mentre Mamasetas (Sezione) “a cappella” mostra la figura più giovane interamente protetta dallo strato del sottobosco. Attraverso queste opere, la pittura si fa fluido, spora, gas: una forma di resistenza collettiva e sotterranea che sfugge allo sguardo del controllo.
La chiusura del cerchio
Il ciclo si chiude con Hula Hop (Pachamama), opera in cui matrioska, grembo e terra si fondono in un’immagine cosmica che riassorbe tutte le polarità della mostra. Il territorio non è più confine geopolitico, ma elemento accolto dentro un ciclo immensamente più ampio: la vittoria biologica e collettiva della forza generativa sulla meccanicità del potere.
Un polo artistico decentrato
La Massimo Lupoli Gallery si trova nella zona industriale di Nepi, nella Tuscia viterbese. A soli trenta minuti da Roma, ma comunque fuori città. Commenta Massimo Lupoli: “Il successo di pubblico del vernissage di giovedì scorso è stato per me una conferma importante: le persone sono venute, hanno scelto di fare quella strada, e questo mi conferma che la direzione è quella giusta. Nepi è una scelta precisa, non un ripiego. Chi arriva fin qui ha deciso di venire, non è passato per caso. È una selezione naturale che produce un pubblico più attento, più curioso, più disposto ad ascoltare. La Tuscia è un territorio straordinario, ricco di storia e di una bellezza che parla ancora. Un capannone industriale riconvertito a spazio d’arte in questo contesto può sembrare un paradosso, ma è esattamente il paradosso che cercavo. I grandi spazi dell’arte contemporanea internazionale sono spesso ex fabbriche, ex depositi, luoghi che hanno avuto un’altra vita prima di diventare arte. Essere fuori dai circuiti tradizionali non è un limite: significa che chi viene qui ha già scelto di cercare qualcosa. Ci regala il suo tempo con fiducia e consapevolezza”.
Valeria Sanguini | Valeria Sanguini (Addis Abeba, Etiopia, 1973), vive e lavora a Roma). Lavora tra pittura, scultura e installazione esplorando appartenenza, confine e spazio vissuto. Tra le mostre personali: Iper_Tenda al MACRO Mattatoio la Pelanda (2024) e La Tenda al MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove (2016), entrambe a cura di Giorgio de Finis; Exiit qui Seminat al Kamo Atelier di Berlino (2019). Ha partecipato a collettive in Italia e Germania, tra cui OVEST alla galleria PrimaLinea Studio di Roma (2024) e Mirage al PRAC di Ponzano Romano (2021). Tra i riconoscimenti: il Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti con visiting professor Marina Abramović (2001), la residenza alla Künstlerhaus Schloss Wiepersdorf (2003) e l’International Artist Summit Award della Casa Internazionale delle Donne di Roma (2022).
aDomiziana Febbi | Domiziana Febbi è una curatrice indipendente, exhibition manager e specialista in produzione di mostre e grandi eventi d’arte contemporanea. Ha conseguito la laurea in Curatela presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, sviluppando una ricerca teorica e progettuale incentrata sulle dinamiche relazionali dell’arte e sui processi di rigenerazione culturale dello spazio sociale, con un focus specifico sull’insorgenza dei linguaggi underground e delle espressioni urbane. Curatrice e membro di PrimaLinea Studio a Roma, spazio di ricerca indipendente all’interno del quale partecipa alla programmazione espositiva favorendo il dialogo tra diverse generazioni di artisti. Ha curato progetti monografici e collettivi dedicati a pionieri storici e interpreti emergenti della scena internazionale. La sua esperienza nella gestione di progetti espositivi su grande scala la vede attualmente impegnata negli Stati Uniti in veste di Exhibition Manager per Emotion Air, importante produzione internazionale firmata dal Balloon Museum.








