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I ghiacciai svizzeri stanno scomparendo a un ritmo che non ha precedenti

Negli ultimi decenni i ghiacciai svizzeri stanno scomparendo a un ritmo che non ha precedenti nella storia recente. Le fotografie e i dati glaciologici mostrano un cambiamento drammatico, visibile anche a occhio nudo: il ghiacciaio del Pizol, nel nord-est della Svizzera, è completamente scomparso tra il 2006 e il 2025, lasciando soltanto roccia nuda. Il ghiacciaio del Gries, nel sud della Svizzera vicino al confine italiano, si è ritirato di circa 2,2 chilometri nell’ultimo secolo e, dove un tempo terminava oggi, si è formato un grande lago glaciale. Nella Svizzera orientale, i ghiacciai del Pers e del Morteratsch che un tempo si congiungevano, non si incontrano più: il Pers non alimenta più il Morteratsch, segno che la connessione glaciale si è spezzata. Il più grande ghiacciaio delle Alpi, l’Aletsch, si è ritirato di circa 2,3 chilometri negli ultimi 75 anni; dove un tempo c’era solo ghiaccio ora crescono alberi.

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I dati del monitoraggio ufficiale GLAMOS (Glacier Monitoring Switzerland) mostrano che il volume complessivo di ghiaccio nei ghiacciai svizzeri è in costante declino dal 1950 a oggi. Dopo un periodo di relativa stabilità a metà Novecento, la perdita è diventata continua: ogni anno dal 2001 la Svizzera ha perso ghiaccio, senza eccezioni. Le perdite sono state particolarmente accentuate dopo il 2010 e si sono aggravate negli ultimi anni, con volumi di fusione che non hanno eguali nella serie storica. Secondo i glaciologi, senza l’influenza del riscaldamento globale dovuto all’uomo, cioè senza la combustione di carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica, i ghiacciai sarebbero rimasti in equilibrio. L’andamento osservato è spiegabile solo tenendo conto delle emissioni antropiche di CO₂.

La storia geologica mostra che i ghiacciai avanzano e si ritirano naturalmente, ma le oscillazioni del passato si svolgevano su tempi lunghi e con velocità molto inferiori. Durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale, tra il XVII e il XIX secolo, molti ghiacciai alpini avanzavano. Il ritiro diffuso iniziò intorno al 1850, in coincidenza con l’inizio dell’industrializzazione e dell’uso massiccio di combustibili fossili, ma è negli ultimi quarant’anni che la perdita è diventata rapida e globale. La differenza, dicono i ricercatori, è che il ritmo attuale non è naturale: le temperature aumentano troppo in fretta perché i ghiacciai possano adattarsi. Anche se oggi il riscaldamento globale si arrestasse, gran parte della fusione futura è ormai inevitabile, poiché il sistema climatico reagisce con ritardo, i ghiacciai stanno “inseguendo” il cambiamento climatico e parte della perdita è già “bloccata” nel loro destino fisico.

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Le conseguenze di questa trasformazione sono molteplici. I ghiacciai sono serbatoi naturali di acqua dolce: accumulano neve e ghiaccio nei mesi freddi e la rilasciano in estate come acqua di fusione, garantendo un flusso regolare nei fiumi e contribuendo alla stabilità delle portate anche durante le stagioni più calde e secche. Quando i ghiacciai scompaiono, i fiumi diventano più variabili e le risorse idriche più scarse, con ripercussioni dirette su agricoltura, approvvigionamento potabile, produzione idroelettrica e perfino navigazione interna. L’acqua che oggi si libera dai ghiacciai contribuisce anche all’aumento del livello dei mari, con effetti globali sulle coste e sulle popolazioni che vi abitano. Ma le comunità montane saranno le prime a risentirne in modo acuto, specialmente quelle che dipendono dai ghiacciai per l’irrigazione e per la sicurezza delle riserve idriche. A livello planetario, le conseguenze più gravi riguardano le grandi catene montuose dell’Asia, dove vivono circa 800 milioni di persone che dipendono in parte dall’acqua di fusione dei ghiacciai, in particolare nel bacino dell’Indo, che alimenta regioni di Cina, India, Pakistan e Afghanistan. Nelle zone dove le estati diventano sempre più secche, quell’acqua può essere l’unica fonte significativa per mesi.

Nonostante la gravità della situazione, non tutto è perduto. Infatti, se il riscaldamento globale fosse contenuto a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, sarebbe ancora possibile salvare circa la metà del ghiaccio montano residuo. L’attuale traiettoria, invece, porta verso un aumento di circa 2,7 °C entro la fine del secolo, che comporterebbe la perdita di tre quarti dei ghiacciai mondiali. I ricercatori ricordano che i ghiacciai sono sistemi lenti: impiegano decenni ad adeguarsi alle nuove temperature e ciò significa che le scelte fatte oggi avranno effetti visibili per generazioni. Tuttavia, ridurre le emissioni di carbonio e decarbonizzare l’economia può ancora cambiare la traiettoria. Come ha detto la glaciologa Regine Hock: “È triste, ma allo stesso tempo è anche un messaggio di speranza. Se riduciamo le emissioni di gas serra, possiamo ancora preservare i ghiacciai. Lo abbiamo nelle nostre mani.”

BBC. The disappearance of Pizol Glacier. BBC / VAW ETH Zurich.

Giovanni Ghirga

Pediatra

ISDE ITALY