di TOMMASO SASO-
Se l’intelligenza artificiale fosse una partita a poker, ci sarebbero pochi giocatori al tavolo principale, e tutti avrebbero pile di fiches astronomiche! Questo perché sviluppare AI all’avanguardia richiede combinazioni rare di talento, dati, potenza di calcolo e, soprattutto, soldi, moltissimi soldi. Benvenuti nel mondo dei giganti dell’AI, dove si decide il futuro dell’umanità in sale riunioni di Silicon Valley.
Google è il nonno nobile di questo club esclusivo. Ricorderete che il suo dominio iniziò per caso. Due ragazzi, Larry Page e Sergey Brin, volevano solo creare un motore di ricerca migliore per la loro tesi di dottorato a Stanford. Senza saperlo, stavano creando il più sofisticato sistema di intelligenza artificiale al mondo. Ogni ricerca su Google è un dialogo con un’AI che comprende miliardi di pagine web e indovina cosa volete davvero sapere.
Ma Google non si è fermata alla ricerca, infatti nel 2014 ha acquistato DeepMind per 500 milioni di dollari, portandosi a casa i cervelli che avevano creato AlphaGo, di cui abbiamo parlato in una puntata precedente. Ha poi sviluppato TensorFlow, il framework di machine learning più usato al mondo e costruito i TPU, chip progettati specificamente per l’AI. Ha acnhe creato Google Translate, che traduce istantaneamente tra 108 lingue che molti di noi usano quotidianamente.
Poi arrivò OpenAI. Fondata nel 2015 da un gruppo di visionari guidati da Sam Altman ed Elon Musk, nacque con una missione nobile, quella di sviluppare AI sicura a beneficio di tutta l’umanità. “Open” significava apertura, trasparenza, condivisione della ricerca. Era David contro Golia, startup idealista contro giganti corporativi.
Il progetto divenne realtà nel novembre 2022, quando OpenAI rilasciò ChatGPT. In cinque giorni raggiunse un milione di utenti. In due mesi, cento milioni! Nessun prodotto tecnologico nella storia ha mai avuto una crescita così esplosiva. Improvvisamente, tutti parlavano di AI. ChatGPT diventò il nuovo Google, il punto di riferimento per una tecnologia rivoluzionaria.
Ma il successo ha un prezzo, e OpenAI ha scoperto che l’idealismo costava caro. Sviluppare GPT-4 è costato oltre 100 milioni di dollari e l’infrastruttura per far girare ChatGPT costa milioni al giorno. L’azienda “open” è diventata sempre più “closed”, e costretta a stringere partnership miliardarie con Microsoft. A quel punto Elon Musk lasciò, accusando OpenAI di aver tradito la missione originale, perché era diventata una azienda commerciale.
Microsoft, intanto, di competere direttamente, ha investito 13 miliardi di dollari in OpenAI, ottenendo accesso esclusivo alle sue tecnologie, integrando ChatGPT nel suo motore di ricerca Bing, sfidando così il monopolio di Google nella ricerca. Inoltre, con CoPilot, ha integrato AI in Office, Word, Excel, trasformando strumenti quotidiani in assistenti intelligenti. Noi economisti la chiamiamo la strategia del “fast follower”, si lasci che altri innovino, per poi comprargli l’innovazione.
Meta (ex Facebook) ha scelto invece un approccio diverso ovvero l’open source strategico. Nel 2023 ha rilasciato Llama, un modello linguistico potente quasi quanto GPT-4, ma completamente gratuito. Sembra generosità, ma è strategia raffinata! Infatti se tutti usano i vostri strumenti, voi controllate gli standard. È come regalare la macchina del caffè per poi vendere le cialde. Meta sa molto bene che non può battere, al momento, colossi come Google e OpenAI nelle risorse, ma può provare a democratizzare l’AI per diventare indispensabile.
Mark Zuckerberg ha anche fatto una scommessa audace sul metaverso, investendo oltre 100 miliardi di dollari in realtà virtuale e AI. Finora i risultati sono deludenti, ma la visione è chiara, perché se il futuro è digitale, Meta potrà controllare le piattaforme dove vivremo.
Amazon, da parte sua, ha preso la strada dell’infrastruttura. Invece di creare l’AI più intelligente, ha creato le fondamenta su cui gira l’AI di tutti gli altri. Amazon Web Services ospita infatti la maggior parte dei servizi AI del mondo. È come essere il proprietario della struttura ferroviaria, dove tutti devono passare sui vostri binari. Amazon è anche proprietaria di Alexa, forse l’AI più presente nelle case americane, e sta sviluppando Olympus, un modello linguistico per competere con GPT.
E Apple che fa? Fedele al suo stile, è rimasta silenziosa fino al 2024, quando ha annunciato Apple Intelligence. Invece di puntare su AI generali nel cloud, si concentra su AI personali sui suoi dispositivi. Siri, anche se lentamente, diventerà davvero intelligente, con le foto si organizzeranno da sole e i messaggi si scriveranno automaticamente. È l’approccio Apple quello di non essere primi, ma essere migliori nell’esperienza macchina/utente.
Non dimentichiamo Anthropic, fondata da ex ingegneri di OpenAI, che fa della sicurezza il suo punto di forza. Il loro Claude, che è anche uno dei miei preferiti, è progettato per essere “costituzionalmente” sicuro, seguendo principi etici codificati. In un mondo dove l’AI può essere pericolosa, la sicurezza potrebbe essere il vero vantaggio competitivo.
Ma questa concentrazione di potere preoccupa molto. Sei, solo sei, aziende controllano la ricerca, lo sviluppo, i dati e l’infrastruttura dell’AI mondiale. Queste aziende non decidono solo prodotti, ma il futuro dell’intelligenza artificiale e, quindi, dell’umanità.
I governi stanno iniziando a reagire. L’Europa ha approvato l’AI Act, la prima legge globale sull’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti stanno valutando regolamentazioni. La Cina ha già regole rigide. Ma le leggi sono lente, la tecnologia è veloce. Spesso i regolatori inseguono innovazioni già superate, facendo danni maggiori.
Il problema è che l’AI è diventata troppo costosa per la concorrenza, come si dice in economia, la barriera all’ingresso è altissima. Se negli anni ’90, due studenti in garage potevano sfidare Microsoft, oggi per sviluppare AI competitiva ci vogliono miliardi di dollari, migliaia di (costosissimi) ingegneri e data center enormi.
Questo crea un paradosso, perché più l’AI diventa potente, più il potere si concentra in poche mani. Possiamo dire che è l’opposto della promessa originale dell’internet, che doveva democratizzare l’informazione, mentre l’AI rischia di centralizzarla ancora di più.
Ma attenzione, perché la storia della tecnologia ci insegna che i giganti di oggi potrebbero essere i dinosauri di domani. Ricordiamoci quando IBM dominava i computer, Microsoft i software e Google la ricerca. Ogni rivoluzione tecnologica rimescola le carte, L’AI sta ancora evolvendo rapidamente, e potrebbero emergere nuovi player inaspettati.
Startup come Stability AI (Stable Diffusion), Midjourney (immagini AI), Runway (video AI) dimostrano che nicchie specifiche possono ancora essere conquistate. L’open source sta democratizzando molti strumenti. Università e governi stanno investendo massicciamente in ricerca indipendente.
In conclusione la partita non è finita, ma certamente i giganti di oggi hanno un vantaggio enorme, controllano i dati, i talenti, le risorse. Definiscono cosa è possibile e cosa no nell’AI e loro decisioni sui prodotti, sulla sicurezza, sulla condivisione della ricerca, plasmeranno il futuro di tutti noi.
Nel prossimo capitolo, esploreremo l’altro lato della medaglia, parleremo dei miti e le paure irrazionali che circondano l’AI, separando la realtà dalla fantascienza. Perché per navigare nel futuro dell’intelligenza artificiale, dobbiamo prima distinguere cosa è vero da cosa è leggenda…
Professor Tommaso Saso. Professore di Marketing e Organizzazione Aziendale e membro dell’Osservatorio di AI generativa presso l’Università degli Studi G. Marconi. Presidente di Manageritalia Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna ed Umbria.






