“I limoni non possono entrare”: storie di donne dal carcere di Rebibbia

di EMANUELA DEI –

VITERBO – È stato presentato presso il “Salone dell’editoria sociale” a Roma il nuovo libro di Ortica Editrice: “I limoni non possono entrare. Storie di donne dal carcere”. Alla presentazione sono intervenute le due autrici Alessandra Caciolo, Stefania Zanda e Susanna Marietti, presidente dell’associazione Antigone, che da anni si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale e giudiziario.

Oggi solo il quattro percento della popolazione carceraria appartiene al sesso femminile. Le donne, di solito, sono ospitate in sezioni all’interno degli istituti maschili. Spesso, data l’esiguità dei numeri, queste vengono abbandonate a se stesse. Questo libro è il frutto di incontri settimanali, avvenuti nell’arco di un anno, nel carcere di Rebibbia. Tredici storie di donne, tredici storie di vita vera, raccolte e poi raccontate dalla voce di una narratrice immaginaria che snocciola i vissuti, i ricordi e le emozioni di anime ormai invisibili. “I racconti sono scritti a quattro mani” spiegano le autrici nella premessa, “ ma ne abbiamo affidato simbolicamente la narrazione a Maria, in omaggio alla prima donna detenuta nel carcere di Sing Sing, condannata a morte e poi salvata. Una donna che rappresenta la speranza, capace di unire le nostre personalità ed i nostri punti di vista, capace di descrivere i luoghi, le persone, le emozioni perché conosce la carcerazione e l’importanza della libertà. Una donna nata due volte, che ha vissuto due vite, dentro e fuori dal carcere, due mondi opposti e paralleli ma che possono sfiorarsi per giungere a toccarsi.”

Il carcere è un luogo di attesa. Si attende sempre che qualcosa accada, si attende che un permesso venga accordato, l’ora d’aria concessa, il  desiderato giorno del colloquio con i familiari. Per sanare l’attesa ci sono le attività che scandiscono le ore, si utilizza il tempo per una possibile rieducazione della detenuta. Il fare è un modo per evadere dalla solitudine e fondamentale è ruolo delle associazioni, del volontariato che tentano di portare il mondo esterno all’interno degli istituti in modo che, un domani, ogni donna possa riprendere in mano la propria vita.

In cella si vive insieme ad altre, e quando il fare diminuisce, affiora il senso di colpa che solo con un filo è legato alle azioni commesse. Il dolore che annienta l’anima è la consapevolezza di aver disgregato una famiglia. Questa può essere quella di provenienza o quella che si ha con un compagno e figli. I legami con i propri cari vengono ridotti a sei colloqui mensili, di un’ora ciascuno. Gli affetti, gli abbracci, gli sguardi non possono più entrare nel regno della pena.

Susanna Marietti nella prefazione al libro afferma: “Gestire una pena breve con la frattura netta che il carcere può produrre significa aggiungere danno al danno. Ancor più che per gli uomini – forse a causa della maggiore stigmatizzazione cui è soggetta la donna detenuta – la carcerazione al femminile può determinare la rottura con la famiglia, con gli affetti, con qualsiasi altro contesto relazionale in cui la donna era prima inserita. Si crea dunque il drammatico circolo che vede un’iniziale esclusione sociale, seguita da un periodo di detenzione, seguito ancora da una nuova e più profonda esclusione sociale. Una spirale che sarebbe folle non cercare di interrompere con tutti gli strumenti che l’istituzione ha a propria disposizione. Questo libro è una polifonia di voci. Non solo Maria ha in verità “quattro mani”, come ci viene svelato nelle prime pagine, ma ogni singola donna, ogni singola sensibilità, ogni singola esperienza non si perde nell’indistinto del racconto, non viene rielaborata e incanalata nell’unico sentire delle autrici, ma anche quando non si esprime in prima persone riesce – seppur filtrata dall’inevitabile percorso di riscrittura – a fare capolino, ad affacciarsi al lettore con quel qualcosa di irriducibile che ogni persona si porta dentro. Ad aggiungere il suo pezzetto di umanità a quel che i numeri già sanno dirci.

Ascoltiamole. Ascoltiamo queste voci che ci arrivano da dentro e ringraziamo chi ha saputo portarle fuori. Sapranno darci dei suggerimenti preziosi per ripensare il carcere e il suo ruolo nella società.”

I LIMONI NON POSSONO ENTRARE, Ortica Editrice, pp.216, euro 12.00.

 

 

   

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