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I social, la famiglia, la scuola e il coltello. Le criticità di un sistema sociale in transizione

Possiamo aspettarci altri episodi come quello del ragazzino che in mimetica accoltella la professoressa e intanto prepara bombe in casa. Per due motivi: il primo, che i social ormai sono a portata di bambino e non vanno tanto per il sottile nell’esprimersi in ogni campo dello scibile e dell’agire; il secondo, che la famiglia sta fallendo alla grande in un sistema sociale che non solo non sa sostituirsi ad essa ove necessario, ma non ha neppure un’idea precisa su cosa fare nel caso specifico. Tutto ciò accade in ogni fase di transizione, quando le varie opzioni sono spesso contraddittorie e poco sperimentate; l’importante è rendersi conto che non valgono le tradizioni precedenti, ma che le soluzioni innovative talvolta sono velleitarie e vanno calibrate.
Veniamo al primo punto. I social sono come una biblioteca; ci trovi l’etica di Maritain e il Mein Kampf di Hitler, quindi occorre saper scegliere, perché la biblioteca – pardon, il social – non lo fa per te ed è anche passato il tempo in cui i “libri proibiti” erano chiusi a chiave. Ed è chiaro che un giovane adolescente sia più attratto dalle melliflue suggestioni del Gatto e della Volpe, piuttosto che dagli ammonimenti ad indice alzato della Fata Turchina. Non sarò qui a riprendere il trito discorso dei “critici della società di massa”, come li definiva Umberto Eco, secondo i quali c’è una sorta di persuasione occulta che si agita per influenzare, manipolare, orientare i comportamenti della gente, sia per i motivi commerciali di una società dei consumi, sia – e forse corrispettivamente – per i motivi politici di una società capitalista sostanzialmente autoritaria. Certo un Musk, un Bezos o un Zuckerberg non si pongono come dei filantropi, ma sono piuttosto degli oligarchi del web che mostrano persino qualche insofferenza verso quelle istituzioni internazionali e nazionali che tentano di limitare i loro poteri. Quindi è difficile porre dei paletti all’accesso indiscriminato ai social in termini anagrafico-generazionali. Ma sembra l’unica possibilità attualmente praticabile ed è necessaria la collaborazione attiva della famiglia in primis e poi del sistema educativo e più in generale del Welfare State.
E arriviamo allora al secondo punto. Che ne è della famiglia oggi? Non è certo quella del passato – e per fortuna – dove i genitori esibivano un potere di controllo assoluto, essi stessi suddivisi gerarchicamente nei loro ruoli di genere (il padre patriarca e capofamiglia a tutti gli effetti e la madre, custode del focolare domestico, leader socioemotiva). Oggi i genitori hanno ambedue una vita individuale anche fuori della famiglia, nel loro luogo di lavoro e non solo, sulla spinta di una comune volontà di auto-realizzazione individuale che sta in cima alle loro aspettative personali e sociali. Tutte aspirazioni legittime, in una società che aspira ad essere evoluta, paritaria e libertaria, sia sul lavoro, sia nei rapporti di genere e in quelli della quotidianità relazionale, associativa e di consumo. Ne derivano tuttavia alcune criticità, tant’é che oggi la metà delle famiglie sono per così dire “a tempo” (tra separazioni e divorzi), percentuale che peraltro è in continua crescita e collegabile anche all’aumento delle relazioni di semplice convivenza. Questi dati incrociano la funzione genitoriale in modo problematico. Molte ricerche mettono in relazione l’evoluzione della famiglia con la contrazione delle nascite e rilevano un legame tra i comportamenti devianti degli adolescenti e un clima familiare difficile e inevitabilmente meno attento allo sviluppo educativo dei figli.
Sia chiaro: le indagini individuano un trend, non un nesso causale valido in tutti i casi; ma il concetto di trend parla di una maggioranza di casi e di una tendenza statisticamente significativa in atto.
Atteso che the Times They Are A-Changin’ – come cantava già Dylan negli anni sessanta, e a maggior ragione oggi – ovviamente sul percorso educativo e formativo dei giovani adolescenti, tale da farne dei cittadini consapevoli, responsabili e vogliosi sia di partecipazione che di innovazione virtuosa, deve intervenire anche la società con le sue istituzioni. Affiancando e aiutando la famiglia a svolgere il suo ruolo insostituibile di prima e più profonda socializzazione, ma sostituendosi ad essa quando non è in grado di assolvere tale ruolo. Ciò accade con servizi sociali di accompagnamento, ma deve accadere soprattutto nella Scuola, in un compito – e lo diceva già Plutarco due millenni fa – che non è quello di riempire di nozioni il giovane come fosse un orcio, ma di accendere l’interesse del giovane come fosse una torcia pronta a brillare. Perciò, niente nozionismi, molto adattamento alle possibilità e alle inclinazioni personali del singolo studente, una regime disciplinare ragionato e partecipato, una responsabilizzazione critica della condotta del giovane nell’apprendimento e in tutte le sue espressioni relazionali, sia con gli adulti che con i coetanei; e segnatamente nei rapporti dell’adolescente con i social e con l’extrascuola. Per tutto ciò, è necessario fornire ai docenti una accurata preparazione non solo nel loro settore disciplinare, ma anche nelle scienze della formazione. E, soprattutto, il mestiere dl formatore non deve essere considerato né residuale, né tanto meno legato a inclinazioni di genere, e quindi valutato adeguatamente, perché politicamente socialmente cruciale per lo sviluppo della Società, anche da un punto di vista retributivo. Nei decenni passati si è accreditata di fatto la figura dell’insegnante donna, con uno stipendio mediobasso, con molto tempo da dedicare al focolare domestico, che metteva nel suo mestiere non solo e non tanto un sapere, ma quasi una innata vocazione materna. Cancellare questi residui di malcelato sessismo è necessario. La società che si sta dipanando sotto i nostri occhi presenta punti di debolezza e di criticità numerosi; nella comunicazione e nella conoscenza, nel consolidamento di certi principi etici, nei rapporti di genere, in quelli generazionali e in quelli di inclusione sociale, nei processi di convivenza e di organizzazione sociale. A fronte di tutto ciò il momento formativo, i processi della socializzazione primaria e finanche il problema dell’ordine sociale, vanno affidati ad esperti, a soggetti valutati e apprezzati come tali e perfettamente connessi con le punte avanzate del cambiamento sociale in corso. Solo la scuola può accompagnare il saper fare con la risposta al perché fare, senza scadere in quelle ideologie d’accatto o in quell’esibizionismo provocatorio e sbracato che si riscontrano nei social. Con una avvertenza: tutto ciò non significa ignorare la disciplina e il rispetto delle regole, che costituiscono – come indicava Rousseau – la garanzia di una convivenza civile.

Francesco Mattioli

 

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