“Il Colombiano” sbarca a Roma con Antonello Ricci e la musica di Myliac

A Roma, al Pigneto, sabato 16 novembre al Forte Fanfulla, via Falfulla da Lodi 5, arrivano Myliac e la Banda del Racconto con “Il Colombiano – Tell Me Again About The Night I Was Dead – Di adozioni & altre biologie” (Davide Ghaleb Editore).antonello ricci “Il Colombiano”, racconto metricato di Antonello Ricci, è una fiaba d’amore. Introduce Antonello Ricci. Regia di Alfonso Prota; musiche di Myliac. Con Michela Benedetti, Pietro Benedetti, Domenico Coletta, Olindo Cicchetti, Sara Grimaldi, Vincenzo Prota

.”Il Colombiano”. Una storia di padri e figli. Un racconto autobiografico. Al filtro della scrittura, paure sentimenti desideri di una esperienza straordinaria: l’adozione da parte dell’autore, nel maggio 2004, del suo secondo figlio, Juanco (Juan José). Ogni padre adottivo si renderà conto, prima o poi, che in amore non c’è differenza. Tra paternità e paternità. Tra seme e seme. Perché ogni adozione è biologia. Perché ogni biologia è in realtà un’adozione. Il Colombiano è insomma un elogio del seme bastardo. Un nudo inno alla bellezza della vita.

L’arrivo di Juanco ha gioiosamente spedito gambe all’aria la vita di Ricci: da una parte rafforzandone il rapporto d’amore col primo figlio, Lorenzo (autore delle stralunate illustrazioni del libro); dall’altra riportandolo, «attraverso la terra dei ricordi», al tempo in cui anche lui era un figlio: figlio di un figlio adottivo a sua volta, perché orfano. Ma Il Colombiano è anche un omaggio: Juanco è nato il 25 aprile 2003 a Medellín. Insomma è concittadino di Fernando Botero e dello Juanes di Camisa negra, una canzonetta che tutti avrete canticchiato, almeno una volta, guidando nel traffico o mentre vi facevate la barba. Purtroppo Medellín è anche famosa, e dolente, per la leggenda di Pablo Escobar e per il cartello del narcotraffico, per la Virgen de los Sicarios e per quei killer-ragazzini che, devotissimi, ogni giorno le consacrano pallottole.

Così Il Colombiano si presenta pure come una fantasia horror, una dichiarazione d’amore alla città «funesta e aerea» che i Colombiani stessi considerano la Napoli di Colombia. Il libro narra gli ultimi istanti del consueto gioco serale tra un padre e un figlio, «di semi diversi, prima dispersi poi ritrovati». Come ogni sera, alla fine del gioco, già sotto le coperte, il figlio chiede al padre: «mi racconti una storia?». Lui acconsente. E racconta. Tutte le sera una stessa fiaba: «quella del bambino che non dormiva mai». E quando il ragazzino si addormenta, il padre si perde nel dormiveglia dei suoi ricordi. Finché anche lui sprofonda nel sonno. A questo punto, dal corpo del figlio addormentato si desta lo spettro del «sangre», il morto-vivo di un passato che non passa mai, ignobile e feroce. Si desta e parla, parla, parla.

Il Colombiano è un racconto in versi. Strutturato in quattro quadri, ciascuno dei quali si sviluppa come variazione su una diversa tipologia testuale: dal ritratto del ragazzino, svolto a forme liriche, a un particolare genere di fiaba aperta; dal racconto in flashback al monologo teatrale vero e proprio. Ma Il Colombiano è anche e soprattutto un concerto-reading. Con Alfonso Prota in cabina di regia. E la musica dei Myliac che asseconda e innerva tutta la performance, dal dolce avvio serale al suo compimento notturno e visionario, quasi spiritico. Dai vicoli di Viterbo alle Comunas di Medellín: fra tuguri che si arrampicano sulle montagne come mucchi di spazzatura, vero e proprio «inferno che si aggrappa al cielo», regno incontrastato dei sicari-ragazzini. Anche per Prota, andrà detto, Il Colombiano si configura come faccenda di padri e figli: nel quadro quarto infatti (il momento più indemoniato, più urlato, rappato, guappato), il regista si ritrova al leggio fianco a fianco con suo padre Vincenzo, a leggere un impasto di ispano-napoletano che lo riporta alle più intime e remote radici partenopee della sua famiglia.

L’audiolibro del Colombiano è scaricabile su Internet: bandadelracconto.bandacamp.com

   

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