Il Focarone accende la festa di Sant’Antonio a Bagnaia (VIDEO)

di ANNA MARIA STEFANINI-

BAGNAIA (Viterbo)- Ore 18 del 16 gennaio 2024. Al grido di “Viva Sant’Antonio”, comincia la serata dedicata alla tradizione, alla devozione, alla festa. Mentre in chiesa inizia la Santa Messa, la piazza è gremita di gente e gli sbandieratori si esibiscono fra la folla. Attesa, emozione, allegria.
Ore 18,30. L’assessore alla Cultura e Vicesindaco Alfonso Antoniozzi arriva in piazza con il presidente del Consiglio Comunale Marco Ciorba, con Katia Scardozzi, Elena Angiani; presenti anche Laura Allegrini e Antonella Sberna. Il Comandante della Polizia Locale Mauro Vinciotti e il Comandante dei Carabinieri della stazione di Bagnaia, insieme alla Protezione civile, ai Carabinieri, ai Vigili del Fuoco e alla Polizia controllano tutto.
Ore 18,45. Qualche goccia di pioggia scende sull’enorme catasta di legna, mentre dalla chiesa esce la processione con don Vittore e la campana rintocca.

Questa sera, come da tradizione, torna a risplendere a Bagnaia il focarone in piazza XX Settembre: oltre 500 quintali di legna sistemati su una pila alta 5,40 metri e larga dieci. Uno spettacolo unico nel cuore di un borgo meraviglioso.
Giorgia Serafini e Jessica Di Marzio, rispettivamente presidente e vicepresidente del comitato del Focarone sono accanto al cuore del “fuoco”. Il comitato le solleva, acclamandole. Finalmente, dopo la solenne benedizione, i discorsi del Vicesindaco, di Giorgia Serafini, di Pierini, viene acceso il fuoco. E scoppia l’entusiasmo.

Bagnaia diventa “ammantata” di scintille luminose di fuoco, di fumo che disegna fra le fiamme arabeschi di luce, di incontenibile allegria. Si ricorda la storia di Sant’Antonio e del fuoco e coloro che non ci sono più. L’impegno di un anno intero fa esplodere di felicità il Comitato e la Proloco. I ragazzi brindano, scherzano, festeggiano, in nome di Sant’Antonio, protettore degli animali domestici. Arrivano il Questore di Viterbo Fausto Vinci e il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza colonnello Carlo Pasquali, il capitano Angelo Fazzi, comandante del Nucleo operativo della Squadra Mobile della Compagnia di Viterbo. C’è anche don Emanuele. Mentre il fuoco arde, si mangiano cavallucci, dolci tipici bagnaioli, salsicce e pizze fritte, si beve vin brulè, si brinda e si ascolta musica.
La tradizione del fuoco si perde nella notte dei tempi. In passato si accendeva in via Zuccari. La legna era portata da contadini e allevatori bagnaioli.
Ore 19,20. Il fuoco divampa, scalda, protegge, illumina Bagnaia.

“Di quella pira l’orrendo foco tutte le fibre m’arse, avvampò!” (G.Verdi)

Non si spegne – anche nel 2024 – la passione per i fuochi e i falò di Sant’Antonio. Il Sacro fuoco rappresenta la vittoria della luce sulle tenebre. Il fuoco è ascendente, sale verso l’alto, simboleggia energia, forza, virilità. Ad Olimpia ardeva nel braciere. I Romani adoravano il fuoco come una divinità familiare e una Vestale lo custodiva. Prometeo lo rubò agli dei per donarlo agli uomini.
È da sempre legato a rituali mistici e magici, a danze sacre intorno ai falò,
alle preghiere (il fuoco arde anche nelle candele accese in chiesa).

Il Focarone di Bagnaia rappresenta un’antica e suggestiva tradizione.

Tempo fa, si usava, alla fine della festa, raccogliere le braci rimaste e portarle a casa per proteggere la famiglia dalle malattie, dalle disgrazie e dai fulmini.

La cenere veniva raccolta e usata per aumentare la fertilità dei campi.

Anche soffocare le fiamme che si levano dalla poesia italiana, è impossibile, fortunatamente. È la poesia stessa a volte una stupefacente forma di combustione dell’esperienza umana, delle emozioni più profonde, delle passioni. Da essa promanano le emissioni di calore e di luce proprie di un incendio.

L’origine dell’uomo che ci consegna la mitologia greca è quella di un impasto di fango “animato” dal fuoco degli dei, in base a quanto deciso da Zeus ed attuato dal gigante Prometeo (il cui nome significa “Colui che è capace di prevedere”).

La prima condanna inflitta da Zeus al genere umano, colpevole di aver trattenuto per sé la parte migliore del creato, è la “confisca” del fuoco (dell’anima?).

Parallelamente, il primo reato internazionale perpetrato dagli esseri umani è il furto, con la complicità del generoso Prometeo, del fuoco.
Senza il fuoco l’essere umano non sopravviverebbe, forse non esisterebbe neppure, come ricorda il fisico greco Empedocle che scompose l’unità e gli equilibri dell’universo nel quadrinomio fuoco, acqua, terra ed aria.

Anche i primi grandi poemi epici dell’umanità, l’ Iliade e l’Odissea, ruotano entrambi sul cardine dell’incendio di Troia.

San Francesco d’ Assisi scriveva: “Laudato si’, mi’ Signor e, per frate focu / per lo quale ennallumini la nocte: / et ello è bello et iocundo et robustoso et forte”. (San Francesco, Laudes creaturarum); la ritroviamo crepitante nella nota invocazione di Cecco Angiolieri: “S’i’ fosse foco, arderei’ il mondo; s’i’ fosse vento, lo tempestarei” (sonetto).

Dante Alighieri, nel suo viaggio, ritrova la musica ignota del fuoco: “Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento, / piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento”. (La Divina Commedia, Inferno, canto IX).

Il fuoco e la poesia. Una dualità che si unisce. Così scrisse Salvatore Quasimodo:“…altare della sopravvivenza davanti ad un falò presso il Naviglio, dove Qualcuno può tradire /a quel fuoco di notte, può negare / per tre volte la terra (…)”.

Talvolta fuoco ed acqua si alleano a modellare l’esistenza: “Il mare brucia le maschere / le incendia il fuoco del sale. / Uomini pieni di maschere / avvampano sul litorale” (Giorgio Caproni).

Infine, saldamente fedele alla sua missione e alle tradizioni, il fuoco accende Bagnaia e infine rientra tristemente nei camini delle nostre case, a richiedere e ricevere nutrimento, come un bimbo dalla madre; intona gioioso la sua melodia ed affida alla sua luce il compito d’illuminare dimensioni che lo sguardo umano potrà, compiacendosene, soltanto intuire: “Case come questa sono ricoveri/o poco più per gente di passaggio, / ma se la madre di famiglia nutre / il fuoco, aggiunge rovere sottile, / la casa di fortuna non più alta / del noce che le dà un po’ d’ombra, scarsa / a contenere il poco che contengono / di più destini quattro mura, basta / a fonderli in uno quanto è lunga / questa vita, quanto spazia la speranza di un’altra”. (Mario Luzi).
E la fiamma diventa triste nel Natale di Giuseppe Ungaretti, dopo la guerra,
[…] Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Già. La guerra ricorda che “Chi combatte il fuoco col fuoco di solito finisce in cenere”.

È strano il percorso che poi la Quaresima ci fa compiere: normalmente si va dal fuoco alla cenere! E’ questa la realtà che noi conosciamo. Un fuoco che arde, consuma, scalda… ma poi lentamente non rimane che un mucchietto di cenere che altrettanto lentamente perde il suo calore.
Dopo il fuoco e il Carnevale, dalle ceneri di penitenza della Quaresima, noi torniamo invece alla luce.
E di luce a Bagnaia c’è ancora molta con il fuoco che arde. 20,32. Si balla, si suona, si mangia in piazza. Evviva la festa di Sant’Antonio! Evviva Bagnaia!

 

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