Il libro di Toni Morrison sulla vicenda della schiavitù

di EMANUELA DEI –

Raccontare storie per costruire storia: la vicenda della schiavitù nella narrativa di Toni Morrison
Le iniziative culturali suggerite nel 2007 dal bicentenario dell’abolizione britannica della tratta degli schiavi, decretata dal Parlamento di Westminster nel 1807, hanno prodotto un’ondata di manifestazioni e riflessioni intorno alla vicenda del sistema schiavistico così ampiamente e lungamente usato dagli imperi europei dal 1500 in poi.

Da molte parti, tuttavia, si è rimarcata l’inadeguatezza di quanto sinora fatto dagli storici e l’incapacità, o addirittura la non volontà dei paesi e dei loro governanti di andare veramente a fondo della questione, quasi per un’esitazione dinanzi all’orrore di un abisso in cui si tema di precipitare e, insieme, una cecità che ancora impedisca al mondo nutrito dalle ricchezze degli imperi di guardare negli occhi il macabro fantasma che ritorna a tormentare sia gli aguzzini sia le vittime.

La storia della schiavitù non può venire scissa dall’analisi delle società che la schiavitù stessa ha generato: società costruite su un presupposto di differenze e graduatorie razziali che hanno creato una tassonomia universalizzante i cui effetti sono ben visibili a tutt’oggi. La diaspora africana dei secoli passati si è ormai combinata con la nascita del mondo culturale del Black Atlantic e ha prodotto nuove diaspore e nuove dislocazioni in cui si trova immersa la contemporaneità.

Non si tratta dunque tanto di scovare un fantasma lontano nel tempo e nello spazio, quanto piuttosto di interrogare il presente e le modalità di produzione della nostra ricchezza anche attuale. Ma comunque c’è dell’altro: la cicatrice delle antiche ferite sanguina ancora e ritorna insistentemente a chiedere di venire interrogata e ascoltata. Quella cicatrice è parte integrante del mondo cresciuto dalla schiavitù, è corpo della sua cultura e del suo linguaggio, marchio delle sue metafore e dei suoi sogni, segno iscritto nella sua memoria e nella sua esperienza. Forse soltanto un artista può cogliere appieno il senso di questa tragica vicenda e portarla sulla scena senza intaccarne la potenza sotterranea, i molteplici sensi celati all’occhio di chi non doveva sapere e perciò veniva tenuto all’oscuro delle cose.4 Se poi l’artista è donna, sarà più vicina alla crudeltà della schiavitù, la quale ha colpito il corpo della donna in modo più intimo e feroce, facendone mercato sessuale. Ecco perché l’opera della scrittrice afroamericana Toni Morrison, Premio Nobel per la letteratura nel 1993, offre strumenti di conoscenza particolarmente utili; e in forza delle sue qualità se ne intende qui analizzare le valenze specifiche. Il fatto che Morrison sia un’artista di eccezionali capacità evocative ed espressive le permette di affrontare la questione con un’ansia di conoscenza che in lei diventa frenesia di invenzione. L’arte conosce inventando, e nel genere narrativo del romanzo questo fenomeno è evidente. È stato suggerito, infatti, che Guerra e pace farebbe capire cosa sia stata la ritirata di Russia meglio di molti libri di storia;5 e nel caso della schiavitù le mille bocche ormai mute delle vittime della tratta, insieme ai loro discendenti di oggi, trovano voce nei romanzi di Toni Morrison, che qui verranno chiamati in causa per attingere al loro contributo di narrazioni e immagini in quanto fattori differenziati rispetto ai volumi della storia ufficiale scritta dagli storici di professione. Non è solo per la quantità e il rilievo delle storie individuali, tuttavia, che l’opera di Toni Morrison appare significativa. La scrittrice infatti ha capovolto il punto focale sulla vicenda della schiavitù riposizionandola per farne una questione di integrazione culturale che investa globalmente la coscienza contemporanea.

   

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