Il prestigioso etnomusicologo e compositore Pier Giuseppe Arcangeli ha messo in musica due poesie di Alfio Pannega, l’una dedicata al centro sociale Valle Faul e l’altra alla pace.
Esse saranno prossimamente eseguite da Michela e Pietro Benedetti in un recital all’interno delle iniziative commemorative nel centenario della nascita di Alfio.
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Di seguito tre ricordi di Alfio da parte di Giorgio Demurtas, di Marco Aurelio Scardanelli e di Angelo Filippi.
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Giorgio Demurtas ricorda Alfio Pannega
Alfio quando l’ho incontrato io era molto anziano, penso anche malato.
Quel giorno lo notai all’ultimo momento, mentre uscendo dall’ospedale vecchio dove allora lavoravo stavo per salire in macchina. Vidi questa persona che subito riconobbi come quell’uomo che avevo già notato, perché il più vecchio, quando quella volta noi i compagni di Alternativa Vetrallese partecipammo ad un concerto nel centro sociale di Valle Faul.
Mi veniva incontro sul bordo del marciapiede come se la strada fosse diventata improvvisamente troppo larga. Alfio stringeva un bastone di legno fatto a mano più per abitudine che per vera sicurezza dato che ogni passo rimaneva leggermente diseguale: una gamba seguiva l’altra con un piccolo ritardo, un claudicare lieve ma continuo, come il battito di un orologio ormai difettoso e nell’altra mano stringeva buste di plastica stracolme e stanche, che gli segnavano le dita. Vestiva un vecchio cappotto di lana cotta militare. Un occhio, velato e quasi spento, sembrava guardare altrove, mentre l’altro cercava con ostinazione un appiglio nel mondo.
Lo aspettai, e quando ci incontrammo con lo sguardo accennò un sorriso, più negli angoli della bocca che negli occhi. In quel gesto c’era molta stanchezza, ma anche dignità: il peso degli anni, delle buste, e pensai anche dei giorni ripetuti. Gli allungai la mano chiamandolo per nome e gli dissi che lo avrei accompagnato a casa, e in quel contatto breve – le buste che passavano da una presa all’altra – sembrò aprirsi uno spazio di quiete e di solidarietà, dove il tempo rallentava e due età diverse si riconoscevano.
Da quel giorno lo accompagnai spesso a casa sua, a ridosso della porta di Faul. Chi arrivava prima aspettava e se arrivava prima lui trovava la portiera aperta e poteva entrare.
Giorgio Demurtas
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Marco Aurelio Scardanelli: Il centro sociale di Alfio Pannega
Se la memoria non m’inganna, il centro sociale Valle Faul esisteva da poco quando subi’ la piu’ squallida delle vigliaccherie di cui fu vittima.
Accadde questo: che una persona evidentemente perturbata penetro’ in due chiese della citta’ e con una bomboletta spray imbratto’ pareti ed opere d’arte con scritte turpi e grottesche frutto del suo flagrante delirio. Non contento di questa ignobile impresa l’anonimo imbrattatore penso’ bene di firmarsi col nome del centro sociale.
Fortunatamente nessuno a Viterbo credette neppure per un momento che il centro sociale di cui era anima e simbolo Alfio Pannega, il centro sociale che era nato per restituire alla citta’ un bene pubblico da decenni abbandonato, il centro sociale che dava aiuto ed ospitalita’ a chiunque ne avesse bisogno, il centro sociale che lungo l’intero arco della sua esperienza si caratterizzo’ per la scelta meditata ed operante della nonviolenza, potesse aver fatto una simile porcheria, e quindi l’intera Viterbo riconobbe nel centro sociale un’altra vittima di quella infamia.
Ricordo che tutte le volte in cui con Alfio parlammo di quell’episodio (il cui autore credo sia restato ancor oggi ignoto) lui ne provava un’indignazione profonda. Alfio rispettava i sentimenti e le fedi di tutte le persone, amava con tutto il cuore la citta’ e tutti i suoi monumenti, gioiva di ogni opera d’arte, era persuaso del dovere di tutti di prendersi cura del mondo intero, di non compiere alcun male, di contrastare il male facendo il bene.
Vi furono altri episodi di aggressione diretta al centro sociale, ed alcuni che avrebbero potuto avere esiti tremendi (una notte fu scagliato un ordigno incendiario verso la finestra aperta della casa di Alfio, ma per fortuna l’ignoto attentatore non centro’ il bersaglio e colpi’ solo il muro; un’altra volta sempre nottetempo dalla strada fu esploso un colpo di pistola che colpi’ il bordo di una finestra…), ma forse nessuno atto criminale fu cosi’ infame come quella aggressione indiretta.
Continuo a pensare che fu grazie alla presenza di Alfio come autorevole figura pienamente rappresentativa del senso e dei fini del centro sociale Valle Faul che l’intera Viterbo capi’ immediatamente che il centro sociale nulla aveva a che vedere con quel gesto sacrilego e demenziale.
Marco Aurelio Scardanelli
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Angelo Filippi: una lettera ad Alfio
Caro Alfio,
ti scrivo perché il tempo corre, ma la tua traccia qui a Viterbo non sbiadisce. Sta per finire il 2025, il centenario della tua nascita, e sento il bisogno di dirti quanto la tua assenza pesi ancora, come un vuoto che nessuna parola può davvero colmare.
Ti immagino ancora lì, nel container o nei pressi di Valle Faul, con quel tuo passo lento e lo sguardo che sembrava aver visto tutto del mondo, eppure restava capace di stupore.
Volevo dirti grazie. Grazie per avermi insegnato che la dignità non si compra e non si vende, e che si può essere “signori” anche raccogliendo il ferro vecchio o vivendo in una grotta a Porta Faul.
Sai, il Centro Sociale è stato la tua casa, ma tu sei stato il cuore pulsante di quel posto.
Hai saputo trasformare uno spazio occupato in una scuola di vita per tanti giovani che in te vedevano un nonno, un compagno, un esempio di coerenza.
Mi mancano le tue ottave improvvisate e quei versi della Divina Commedia che recitavi con una voce che sembrava venire dalle viscere della terra.
Ci manca la tua politica dei fatti, quella che non cercava poltrone ma la salvezza degli ultimi.
Ci hai mostrato che l’antifascismo non è una ricorrenza sul calendario, ma un modo di stare al mondo: non voltarsi mai dall’altra parte quando qualcuno soffre, che sia un immigrato, un precario o un animale abbandonato.
Oggi che tutto si butta via, la tua arte del recupero ci appare come una profezia.
Non recuperavi solo oggetti, Alfio; recuperavi l’umanità che la società dello scarto dimentica per strada.
Hai vissuto nella verità, dividendo il pane con chi non aveva nulla, mettendo da parte i tuoi pochi soldi per i figli degli amici, dimostrando che la vera ricchezza è solo quella che si dona.
Spero che, dovunque tu sia, la tua voce stia ancora cantando la libertà e la giustizia.
Noi qui cerchiamo di non dimenticare i tuoi insegnamenti.
Mi manchi, poeta degli ultimi, ma la tua luce continua a illuminare i passi di chi crede ancora in un mondo senza padroni e senza confini.
Con affetto infinito e immutata stima,
Angelo Filippi, un tuo compagno di strada
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