Università Unimarconi

Il prof. Mattioli in merito al pensiero di Giuseppe Cruciani

di FRANCESCO MATTIOLI-

Giuseppe Cruciani proviene dalle file ideologiche più espressive della tradizione radicale italiana. Le “vittime” delle sue polemiche sono equamente divise fra i tradizionalisti bacchettoni, celoduristi e benpensanti e i progressisti massimalisti del politicamente corretto, mettendo in un unico pacchetto tutti coloro che vogliono dare regole e che formalizzano abitudini. Questo tipo di mentalità di rottura ha cuore antico e si ritrova spesso, ad esempio, tra i cosiddetti “philosophes” francesi più critici verso il conservatorismo capitalista. Più le nozioni della convivenza sono radicate nel sentire comune e più diventano oggetto di dissacrazione da parte di Cruciani e dei suoi simili; il che può non essere un male, perché tutto ciò che si consolida nella società alla fine rischia di diventare una incrostazione piuttosto che una garanzia di convivenza. D’altronde lo constatava anche Karl Mannheim: quando il rivoluzionario cambia il volto alla società, poi è necessario mantenerlo, e subito giunge il rischio che il cambiamento si trasformi in un ordine talvolta troppo pesante. Sta accadendo, probabilmente, anche con gli eccessi del politicamente corretto. I cruciani insomma costituiscono una sorta di necessario “raschietto” laddove la pittura cede il posto alla ruggine. Ma la loro funzione dovrebbe restare quella del Laocoonte che mette in guardia dal concedersi troppo a certi “doni” della società; insomma, dovrebbe avere un ruolo di sveglia, di sirena d’allarme se il sistema sociale si sclerotizza e si addormenta sugli allori, ma solo quello.
Cruciani ha il ruolo del decostruzionista. Il problema è che, poi, destrutturata la sclerosi del sistema, qualcuno deve accollarsi il fardello di ricostruire. Non basta più la pars destruens, occorre quella costruens che, come sanno ingegneri e geometri, è ben più impegnativa, perché è necessario un progetto, un accordo, una valutazione delle reali possibilità di fare.
Cruciani ad esempio ce l’ha con i samaritani, che a suo avviso sono falsi, ipocriti e rischiano di fare danni in una società schiettamente egoista. In realtà temo che sappia poco di storia e ancora meno di processi sociali; Montesquieu e Rousseau, ma anche Kant, non erano poi degli stupidi quando ritenevano che la società potesse sopravvivere, invece che diventare una foresta di lupi, solo attraverso accordi, principi condivisi e inevitabilmente regole. Ovviamente, tutti meccanismi che la storia poi si incarica di modificare; si chiama cambiamento ed è un processo che sociologi e antropologi studiano da sempre, rinvenendone gli aspetti evolutivi, ma anche quelli conservativi. Inoltre, nella sua vis polemica Cruciani dà del concetto di charitas – cristiano, ma anche caro all’umanesimo evoluto – un versione un po’ troppo semplicistica e opportunistica, mentre per altri è proprio ciò che contraddistingue l’unicum della civiltà e della peculiarità umana dal resto del mondo fisico dominato da una cinica entropia.
Cruciani altrove si è vantato di aver votato Vannacci in polemica e ripicca contro il politicamente corretto che a suo avviso si è troppo scandalizzato dei pensieri del generale; un atto di ribellione intellettuale, certo, ma sorge la domanda: se un domani i vannacci di turno salissero al potere, sarebbero così tolleranti con Cruciani da continuare a fargli esternare nell’etere i suoi pensieri critici alternativi?
In ogni caso, il lettore sappia che chi grida di più e chi più agita, più arriva alle orecchie e all’attenzione della gente; a prescindere da ciò che grida.
Come mi ricordavano Maurizio Costanzo e Gianni Statera, due massmediologi con i fiocchi, questa è la regola, e il requisito della mera “visibilità” dell’industria mediatica.
Cruciani, temo che lo abbia capito benissimo.
Francesco Mattioli

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