Carrozzeria Fiorillo


Il Quartetto Noûs per il cinquantenario di Šostakovič al festival Suoni Riflessi   

di CINZIA DICHIARA-

FIRENZE, Sala Vanni-  La XXIII edizione del Festival Suoni Riflessi, noto appuntamento musicale di Firenze volto a studio, ricerca e diffusione  della musica contemporanea in dialogo aperto e fecondo con la musica del passato, ha ospitato lo scorso sabato 2 ottobre il Quartetto Noûs, affermato ensemble d’archi, vincitore del Premio “Piero Farulli” nell’ambito del XXXIV Premio “Franco Abbiati” – il più prestigioso della critica musicale italiana – e di altri importanti riconoscimenti, per le sue interpretazioni di livello e le performance innovative come suonare a memoria e totalmente al buio.

La proposta di un programma ‘a ritroso’, partendo da Silvia Colasanti, compositrice contemporanea di caratura internazionale, e tornando a Ludwig van Beethoven, caposaldo della letteratura specifica, passa attraverso la via mediana della Russia sovietica di Dmitrij Šostakovič, onde celebrare il cinquantenario della scomparsa di un protagonista ‘politico’ del ‘900 musicale, avverso al regime staliniano e alle oligarchie di partito, dallo stile inconfondibile per originalità di forma e contenuto, tra melodizzare cromatico espressivo, forti contrasti dinamici, elementi satirici e grotteschi, accenti ritmici spesso marcati nella durezza.

Coerente con il nome greco scelto, corrispondente a mente, razionalità e pensiero creativo, il gruppo d’archi di Sofia Manvati – I violino, Alberto Franchin – II violino, Sara Dambruoso – viola e Riccardo Baldizzi – violoncello, ha dato prova di una rigorosa, attenta e organica interpretazione dei brani, esordendo con “Due destini”, di Silvia Colasanti, composizione del 2017 dedicata a Ilaria Borletti Buitoni, esponente del mondo imprenditoriale, politico e culturale italiano.

Immediata, questa mette in luce l’alleanza e l’ascolto reciproco dei componenti, che si intendono a perfezione facendosi apprezzare per chiarezza e precisione della messa a fuoco degli elementi. Cosicché l’incontro delle parti risulta stratificato, contrastante, ad ampio spettro nell’oscillare continuo di accenni di melodie e subitanee impennate, con cambi di atmosfera e contrasti energetici. Un pensiero che muove sulle escursioni dinamiche repentine di un insistente disegno di tremoli e ribattuti in ‘pianissimo’, con arpeggi, fulminei come guizzi, in ‘fortissimo’: balzi destabilizzanti in un confronto di dualità puntellati da bicordi taglienti, in ‘sforzato’, resi dai quattro artisti come architravi immaginarie di una moderna enfasi sonora.

Dall’indicazione iniziale ‘Agitato’, il periodare attraversa una varietà espressivo-emotiva di forti intensità e impatto, finanche nella stasi di un’improvvisa radura armonica, dal suggestivo amalgama sonoro, apertasi come spazio di intimismo nello scontro di forze aggressive. Un lirismo che pare esaurirsi in sé stesso, mentre una scossa, soprassalto nel dramma, torna a diffondere l’effetto straniante di un appena accennato inciso melodico che non resiste, subito perso nel precipitare dell’angoscioso motivo iniziale. Dunque, tutto si svolge entro patetismi ansiogeni: sotto traccia il cliché del tremolo perdura, quale filo legante. Brunito e denso lo squarcio di oscurità della linea del violoncello, desolata, cui rispondono accorati gli altri archi finché il mesto canto passa al meditativo secondo violino di Alberto Franchin. Un percorso agìto di frammenti che risolvono in via definitiva col richiamo arcaico di una luminosa terza piccarda, prima di esaurirsi nel silenzio. Grande la propagazione di emozioni.

A seguire, tra i quindici importanti quartetti composti da Šostakovič, complessa testimonianza della sua produzione artistica, l’op. 118 n. 10, dal carattere oscuro, talora sinistro, e dall’imprinting distintivo ironico e irridente del sistema dei Soviet, con temini pseudoingenui di caricatura dell’establishment, entro un lirismo vago, spesso malinconico, pervaso di tensione ad alto potenziale drammatico: vi risaltano con incisività il clima politico e il vissuto personale, cifrato  in partitura col crittogramma del proprio nome, DSCH, traslitterato nel sistema di notazione anglosassone quale ‘firma musicale’.

Nell’Andante iniziale il primo violino di Sofia Manvati entra deciso con un motivo di quattro note discendenti in assolo, spoglio, perentorio e inquietante, che desta attesa e incertezza. Questa la nota di fondo, fra arcate brevi accentate e tipico impasto cupo della scrittura, e dell’umore, con sotterranee parentesi esecutive sul ponticello. Il cliché delle note ribattute in ‘staccato’ seguite da inciso legato morbido, è motivo strutturale che accresce il dubbio, espresso dai quattro artisti con sonorità dal dosaggio misuratissimo nello spegnersi dell’intensità e con scansione del ritmo di anapesto in respiro assolutamente sincrono.

Ma è nell’Allegretto furioso che l’ensemble, che di Šostakovič ha inciso l’integrale dei quartetti, dimostra la propria forza trainante. La carica rabbiosa del tema iniziale, per toni interi discendenti, evoca un clima del tutto conflittuale di intensità risoluta, esprimendo sentimenti negativi come paura, ansia, ostilità. Un corpo e un’anima, quale organismo sonoro differenziato nelle quattro ‘voci’ ora dispari ora univoche, ingranaggi perfetti di un unico apparato, i bravissimi musicisti trasmettono foga e impeto narrativo, in una barbara congestione di caos ordinato con accordi massicci che suonano tipo clacson strombazzati sull’ostinato staccato del basso ossessivo, fino al precipizio nel quale termina, secco, il movimento.

L’Adagio è un patetico e legatissimo movimento di Passacaglia di elevata espressività. Un tema toccante di nenia diventa via via tetro e trascinato faticosamente con straordinaria compattezza, nell’emergere del colore che, nell’insieme dei quattro archi, risulta stupendo. La circolazione tematica, su un tappeto di armonie vaganti e disegni di pura lentezza, entra nell’anima, con il violoncello di Riccardo Baldizzi, tenebroso sul registro grave, a edificare fondamenta presenti eppure invisibili. Il tema è ripreso fino a spegnersi per consunzione, conducendo senza soluzione di continuità all’Allegretto finale su un mosso motivetto saltellante dal carattere comunque solitario e straniato, sospinto da angoscioso botta e risposta costante tra gli archi alti e il basso, persistente nelle tenebre, fino a rimontare verso il chiarore di una ascesa ritmata, parossistica e meccanica, dei quattro strumenti nel registro acuto. Episodi con materiale di motivi precedenti, incluso il tema della passacaglia, tornano come visioni, o inani ricordi, che, infine, vanno a perdersi, spegnendosi.

Con sensibilità moderna ancora intrisa di Šostakovič, l’ensemble attacca il Quartetto in fa minore op. 95 ‘Serioso’ di Ludwig van Beethoven, considerandolo, seppure lontano esteticamente, in felice assortimento col brano precedente, di certo a buon diritto per la comune risonanza espressiva e l’affine intimità di linguaggio: universali l’idealità e l’umanità profonda, nonché il rigore del contenuto espressivo e il processo creativo essenziale che li pervadono entrambi.

Di conseguenza ne offre una lettura asciutta e concentrata. L’esposizione iniziale all’unisono, più che pronuncia di sentimento romantico si fa enunciazione programmatica, biglietto da visita di uno stile interpretativo che ha superato la tradizione senza perderne le radici. Il carattere turbinoso e combattivo vivifica una contrapposizione dialettica sottile, filtrata attraverso un ‘sentire’ attuale e antico al contempo.

 NeI II mov. risalta l’attenzione capillare all’inciso, mirabile, nella linea lunga del fraseggio. Trionfa il bel suono mentre il lirismo poetico di Sara Dambruoso rapisce, poiché la sua viola canta con amore. Entra il violoncello, l’arco teso sul motivo di note discendenti come passi in discesa nel buio. Il dialogo di viola e violoncello è terso, quando il pensiero del I violino punta al suono sentito quale profondo patema dell’anima. E l’anima c’è tutta. Razionale, ma cedevole all’abbandono poetico, tendendo ad accentuare il livello esecutivo, molto alto. Ogni frase si apre alla grazia, si avverte, tesa alla rivelazione.

Come bis, una Polka di Šostakovič, espressione leggera del sarcasmo dell’autore irriverente e avanguardista con i piedi nella tradizione culturale russa e nel passato. Spassosa e ironica nel motivetto omoritmico, conferma la qualità esecutiva del Quartetto Noûs, straordinariamente rispondente al gusto interpretativo di questo repertorio, al quale da tre anni esso si dedica con interesse e pienezza di risultati.

Una serata di successo, con grandi applausi, di un festival che trova la sua anima più vitale e profonda nel suo fondatore e direttore Franco Ancillotti, flautista di fama nel mondo, direttore d’orchestra, organizzatore musicale e figura di spicco nella promozione della musica contemporanea, dopo una carriera di solista nelle maggiori istituzioni musicali planetarie, come primo flauto di orchestre fondamentali della storia italiana, dalla Rai di Roma all’Accademia di Santa Cecilia. Una personalità che prosegue nel cammino con sempre rinnovato vigore, sorretta da capacità e conoscenza. Ancora altri appuntamenti di Suoni Riflessi fino al 30 novembre.

Archivio online Tuscia Times
LEGGI TUTTE LE NOTIZIE