Secondo lo studio, entro il 2050 il rischio climatico potrebbe determinare una riduzione del Pil compresa tra l’1,6% e il 6%. I soli danni diretti alle infrastrutture potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro annui entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Se si considerano anche gli effetti indiretti, come interruzioni dei servizi e impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo potrebbe salire a 11,5-18 miliardi di euro l’anno. Il settore turistico appare particolarmente vulnerabile, con possibili perdite molto rilevanti negli scenari di forte aumento della temperatura. Il dato più preoccupante riguarda però le piccole e medie imprese italiane, ancora scarsamente preparate. Solo il 14% delle PMI ha adottato misure per garantire la continuità operativa in caso di eventi estremi. Soltanto il 10% ha introdotto interventi di adattamento su infrastrutture e asset fisici. Questo evidenzia un grave ritardo nella gestione del rischio climatico fisico. Il messaggio centrale dello studio è che l’adattamento climatico non deve essere visto solo come un obbligo normativo o finanziario, ma come una condizione essenziale per proteggere competitività, territori e capacità di crescita del Paese. Deloitte. (2026). Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento. Report realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, Università Ca’ Foscari Venezia, Florence School of Regulation, European University Institute e Ipsos-Doxa. I governi che non prendono in considerazione neanche questo importante effetto economico del cambiamento climatico, non fanno gli interessi del paese e se ne dovrebbero andare.
Giovanni Ghirga
Pediatra
ISDE Italia








