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Il Vangelo della domenica, battesimo del Signore

Mt 3,13-17
Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Parola del Signore

COMMENTO: La liturgia di oggi ci conduce sulle rive del fiume Giordano, nel momento solenne del Battesimo di Gesù da parte di Giovanni. È un episodio centrale del Vangelo, segnato da una voce che scende dal cielo e rivela l’identità di Gesù: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Parole che non solo svelano chi è Gesù, ma rimandano anche a un’antica profezia dell’Antico Testamento.
La voce del Giordano richiama infatti il testo del profeta Isaia, dove non si parla di “Figlio”, ma di “servo” di Dio. In particolare, nella seconda parte del libro di Isaia (capitoli 40-55) compaiono quattro celebri “canti del Servo”, e il brano proclamato nella prima lettura ne rappresenta il primo. Qui viene delineata una figura sostenuta da Dio, scelta da Lui e oggetto del suo compiacimento: un ritratto che trova un’evidente continuità con il Gesù battezzato nel Giordano.
Essere “servo di Dio”, secondo Isaia, non è frutto di iniziativa umana, né dipende da meriti personali. È Dio stesso che chiama, sostiene, prende per mano e affida una missione. L’iniziativa della salvezza, dunque, appartiene sempre a Dio. L’uomo, anche quando è coinvolto attivamente nell’opera del Regno, rimane uno strumento nelle sue mani. Questo atteggiamento esclude ogni forma di appropriazione: nulla è davvero “nostro”, nemmeno ciò in cui investiamo tempo, energie e risorse.
Da questa prospettiva nasce una seria provocazione per la vita delle comunità cristiane. Non si può essere autentici testimoni del Battesimo se si vivono i servizi ecclesiali come territori da difendere, se si diventa gelosi o possessivi di ruoli e attività. Se siamo servi, il padrone è Dio, e il suo modo di agire non è fatto di dominio, ma di misericordia e attenzione verso ogni persona.
Il profeta Isaia descrive con forza questo stile del servo: “non griderà, non spezzerà, non spegnerà”. Sono immagini potenti, che escludono ogni atteggiamento di condanna e di durezza. Nel contesto storico dell’esilio babilonese, spezzare il bastone e spegnere la lanterna significava sancire una condanna definitiva. Isaia, invece, annuncia che il servo di Dio non agirà così: nessuno deve essere privato della possibilità di cambiare vita, nessuno deve essere schiacciato da una sentenza senza appello.
Questo è anche il cuore dell’annuncio evangelico. Il Vangelo non si impone con la forza, né opprime le coscienze. Gesù è venuto per liberare: per aprire gli occhi ai ciechi, sciogliere le catene dei prigionieri, portare luce a chi vive nelle tenebre. Ogni forma di annuncio che genera paura, chiusura o disperazione tradisce il suo stile.
Essere battezzati in Cristo significa allora accettare di essere servi, non padroni; uomini e donne di misericordia, non giudici implacabili; testimoni di un Vangelo che libera e dona vita. Significa anche saper fare un passo indietro, come Giovanni il Battista, lasciando spazio al Maestro.
Il Battesimo ci ha resi figli amati, oggetto del compiacimento di Dio. Proprio per questo siamo chiamati a non rinnegare questa grazia, evitando di annunciare un Vangelo che soffoca le speranze e rende gli altri schiavi delle nostre pretese. Solo uno stile di autentico servizio rende credibile la fede e fedele il volto di Dio rivelato in Gesù.

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