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Il Vangelo della domenica, IV del Tempo Ordinario

Vangelo
Mt 5, 1-12
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

COMMENTO: Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù sale tre monti decisivi. Il primo è il monte delle Beatitudini, affacciato sul lago di Galilea, luogo della parola che inaugura un cammino. Il secondo è il monte alto della Trasfigurazione, avvolto nella luce e nella voce. Il terzo è il monte degli Ulivi, il monte della notte, della solitudine e dell’abbandono totale al Padre. Ma se desideriamo incontrare il Cristo Risorto, il Vangelo ci invita ancora oggi a salire un monte preciso: quello delle Beatitudini, insieme, come fratelli.

Quel monte è reale e simbolico insieme: tra campi di grano maturo, rocce scure, ulivi e fiori azzurri, battuto da un vento forte che apre lo sguardo sull’intera valle del Giordano. È il luogo dove risuona un’eco potente e sorprendente: “Felici. Beati”. Dieci volte, come dieci sono le parole consegnate a Mosè. Le Dieci Parole e le Beatitudini si riflettono l’una nell’altra: solo insieme si comprendono davvero.

La parola “beato” non nasce con Gesù. Il Salterio si apre proprio così: “Beato l’uomo…”. Ma la felicità annunciata dalle Beatitudini non coincide con l’appagamento, il successo o la sicurezza. Non è felice il sazio, né chi è arrivato, né chi ha sistemato ogni cosa. Felice, nel Vangelo, è chi è in cammino, chi si rialza, chi riprende il passo.

Le Beatitudini parlano a persone ferite ma vive: ai poveri in spirito viene detto “camminate”, a chi piange “rialzatevi”, ai miti “alzate il cuore”, agli affamati di giustizia “guardate avanti”. Ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati viene consegnato un coraggio nuovo. La felicità evangelica è movimento, non possesso.

Per questo le Beatitudini sono un paradosso radicale. In un mondo segnato da disuguaglianze crescenti, proclamano felici i poveri. In una cultura che deride la fragilità, dichiarano beati coloro che piangono. In un tempo saturo di violenza, esaltano la mitezza, la fame di giustizia, la pace disarmata. Là dove il mondo difende l’immagine e si chiude, le Beatitudini aprono alla misericordia, alla semplicità del cuore, alla disponibilità a pagare di persona.

Non sono parole per il domani, né una promessa rimandata a un futuro indefinito. Le Beatitudini sono necessarie oggi. Sono il Regno seminato nel presente, il volto di Dio che si rende vicino nella storia concreta. Non alienano dal mondo e non invitano alla fuga: al contrario, immergono profondamente nella realtà, insegnando ad amarla fino in fondo, senza violenza. Sono parole potenti, capaci di generare vita, come il Magnificat o il Cantico delle Creature.

Le Beatitudini compiono una Pasqua: trasformano una folla anonima in un “voi” riconosciuto e chiamato per nome. Donano identità, restituiscono un volto, offrono la stessa vita di Cristo. Per questo non chiedono di essere spiegate, ma abitate.

Forse basta prenderne una sola, oggi. Tenerla con sé, meditarla, lasciarla lavorare dentro. Come ricordava don Primo Mazzolari, le Beatitudini non si predicano: si leggono. Perché sono parole che fanno piangere di gioia o di vergogna, parole che solo chi le vive “da dentro” può davvero pronunciare. E Cristo, povero, mite, misericordioso e perseguitato, continua a leggerle con noi, sul monte della felicità possibile.

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