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Inaugurata il 2 settembre la mostra “La Via Francigena, alla scoperta del proprio IO”

di REDAZIONE-

VITERBO – È stata inaugurata il 2 settembre, in via Cavour, la mostra dedicata alle grandi tradizioni europee ed agli artisti amanti del bello. Premio delle arti “La Francigena, alla scoperta del proprio IO”, alla presenza della sindaca Chiara Frontini, dell’artista Angelo Russo, di Nuccio Chiossi e di numerosi artisti locali. In diretta telefonica dall’America Giulio della Rocca di Tuscia in fiore. A fare da madrina la prof.ssa Laura Principi.
Vi sono strade che non conducono semplicemente da un luogo a un altro, ma attraversano, insieme ai territori, la coscienza degli uomini. La Via Francigena appartiene a questa aristocrazia delle vie: più che un’antica direttrice viaria, essa è un palinsesto della storia europea, una geografia della memoria, un itinerarium mentis nel quale il cammino fisico si trasfigura progressivamente in esperienza interiore.
Il suo stesso nome — Francigena, ossia «originata dalla terra dei Franchi» — reca l’eco di un’Europa medievale ancora in formazione, attraversata da eserciti, mercanti, pellegrini, chierici e penitenti. La strada collegava il mondo transalpino a Roma, cuore della cristianità occidentale, e costituiva una delle grandi arterie della mobilità medievale. Non fu mai, tuttavia, una via rigidamente immutabile: piuttosto, un sistema di percorsi, varianti e direttrici che il tempo, la conformazione del territorio e le vicende politiche continuamente ridefinivano.
La memoria più celebre della Francigena è affidata all’arcivescovo Sigerico di Canterbury, che nel 990 intraprese il viaggio verso Roma per ricevere dal papa Giovanni XV il pallio episcopale. Nel suo diario annotò le tappe del ritorno verso Canterbury, offrendo una preziosa testimonianza dell’itinerario medievale. Il suo resoconto non è soltanto un documento geografico: attraverso la sobrietà delle annotazioni si intravede un mondo nel quale la distanza possedeva ancora una consistenza quasi metafisica. Ogni giornata di cammino era misura del tempo, della fatica, del rischio e, insieme, della speranza.
Camminare sulla Francigena significa dunque entrare in una dimensione temporale diversa da quella imposta dalla modernità. L’uomo contemporaneo, avvezzo alla velocità e alla simultaneità, ritrova nel passo una misura arcaica dell’esistenza. Il piede che procede sul sentiero restituisce al tempo la sua durata; il paesaggio, liberato dalla fugacità dello sguardo automobilistico, torna a essere contemplazione.
La Francigena attraversa territori nei quali la storia non è confinata nei musei, ma permane nelle pietre, nei campanili, nelle pievi, nelle abbazie, nelle fontane e nei borghi. La Toscana, con le sue colline e le sue città d’arte; il Lazio, con la campagna romana e l’approssimarsi della Città Eterna; i valichi appenninici e le antiche strade consolari compongono una sorta di grande teatro storico, nel quale il pellegrino è simultaneamente spettatore e personaggio.
E tuttavia ridurre la Francigena a un itinerario storico sarebbe insufficiente. La sua natura più autentica è forse quella di rito di passaggio. Il pellegrinaggio medievale nasceva da una pluralità di motivazioni: penitenza, devozione, voto, espiazione, ricerca di grazia. Ma anche il viandante contemporaneo, pur muovendosi spesso al di fuori di una rigorosa dimensione confessionale, sperimenta qualcosa di affine: la sospensione delle consuetudini, l’allontanamento dalla quotidianità, la necessità di misurarsi con la propria corporeità e con la propria solitudine.
Il cammino, in tal senso, è una forma di conoscenza. Non si conosce veramente una terra se non attraverso la lentezza necessaria ad attraversarla. Il pellegrino osserva ciò che il viaggiatore frettoloso non vede: la variazione della luce sulle colline, l’umidità della terra al mattino, il suono remoto di una campana, la geometria austera di un’antica pieve, il volto di chi abita ancora i piccoli paesi. Il paesaggio diviene così luogo dell’anima, e la geografia si converte in esperienza.
Particolarmente suggestivo è il rapporto fra la Francigena e i piccoli centri dell’Italia interna. Qui la strada del pellegrino interseca una storia minore soltanto in apparenza: quella delle comunità rurali, delle devozioni locali, delle confraternite, delle feste patronali, delle tradizioni tramandate attraverso generazioni. È una storia che raramente occupa le grandi pagine dei manuali, ma che costituisce la trama profonda della civiltà italiana.
In questo senso la Francigena è anche una via della memoria. Chi la percorre non incontra soltanto ciò che è stato, ma si confronta con il proprio passato. Ogni ritorno, ogni borgo, ogni scorcio può assumere la funzione di una epifania: qualcosa di remoto riaffiora improvvisamente alla coscienza, sottratto all’oblio. Il paesaggio, allora, non è più soltanto spazio geografico, ma deposito di esistenze.
La destinazione ultima, Roma, conferisce all’intero percorso una potente dimensione simbolica. La Città Eterna non rappresenta soltanto la meta materiale del pellegrinaggio, ma il compimento di una tensione verso il centro. Arrivare a Roma significa giungere al luogo nel quale si stratificano secoli di storia religiosa, politica, artistica e civile. Il pellegrino che vi entra porta con sé la fatica del viaggio, ma anche una trasformazione impercettibile: la consapevolezza che la vera meta non coincide necessariamente con il punto d’arrivo.
Forse è proprio questo il paradosso fecondo della Via Francigena: si parte per raggiungere una destinazione e, lungo il percorso, si scopre che ciò che conta è la trasformazione dello sguardo. La strada insegna che l’essenziale non è soltanto arrivare, ma divenire capaci di vedere.
In un’epoca dominata dall’accelerazione, la Francigena assume pertanto un significato quasi controcorrente. Essa propone la lentezza non come rinuncia, ma come forma di ricchezza; il silenzio non come vuoto, ma come spazio dell’ascolto; la fatica non come ostacolo, ma come strumento di conoscenza. Il suo antico tracciato continua così a parlare all’uomo contemporaneo perché intercetta una necessità profondamente umana: quella di sottrarsi, almeno per qualche tempo, al rumore del mondo per ritrovare una più autentica misura di sé.
La Via Francigena resta dunque una strada sospesa fra storia e mito, geografia e spiritualità, memoria individuale e memoria collettiva. Percorrerla significa attraversare l’Italia, ma anche attraversare se stessi. E forse ogni autentico cammino comincia proprio quando la strada esterna, quella che si dispiega sotto i nostri passi, diventa una strada interiore.
Per questo la Francigena non appartiene soltanto al Medioevo. Essa continua a esistere ogni volta che un uomo o una donna decide di mettersi in cammino, lasciandosi alle spalle per un tratto le proprie certezze e affidandosi alla semplice, antichissima sapienza del passo.
Perché vi sono strade che conducono a una meta.
E ve ne sono altre — come la Francigena — che, mentre conducono alla meta, ci restituiscono a noi stessi.

Dopo oltre 1000 anni dal viaggio di Sigerico, il mito della via Romea è esploso in tutta la sua forza. La sua attrattività è ormai fenomeno di importanza assoluta per paesi ed economie locali lungo il percorso. Pellegrini da tutto il mondo attraversano l’Italia da nord a sud. Versioni stilizzate del camminatore, spesso in giallo, dopo aver fatto la loro comparsa sui loghi di associazioni dedicate sono oggi visibili un pò ovunque: B&b, negozi, bar e punti di soccorso. La Regione Lazio, prima fra tanti, nel 2025 ha lanciato un bando per opere di arte contemporanea su questo ed i cammini di fede.
Il Premio delle arti concentra l’attenzione degli artisti di tutte le forme grafiche e non, sul mito che continuerà a crescere con la forza della fede, delle passione per le camminate e per la vita all’aria aperta circondati da paesaggi maestosi. I camminatori descrivono a fatica la profondità delle emozioni provate lungo i viaggi alla riscoperta dell’io. Solo gli artisti possono rappresentare il viaggio, sia fisico che interiore, affascinante e complesso.
La Mostra itinerante porta, grazie al genio creativo, anche i più sedentari di noi a contatto con i tantissimi sentimenti vissuti dai pellegrini. I loro racconti parlano di gioia, di fede, di emozioni e contatti umani, in altre parole ogni camminatore scopre la propria umanità e se stesso come non aveva ancora avuto la possibilità di fare. Il loro messaggio, attraverso l’opera degli artisti, crea echi profondi ed attrae nuovi pellegrini.

Obiettivo II: realizzazione di una istallazione monumentale, lungo la Francigena nord (tra Proceno e Sutri) dell’opera vincente o delle prime selezionate.
Il PREMIO DELLE ARTI “La Francigena, alla scoperta del proprio IO”ha riscosso molto successo.

Enti organizzatori ETS Tuscia in Fiore, la Culla dell’Arte, Provincia di Viterbo