di CINZIA DICHIARA-
Etichetta: AULICUS Classics
Registrazione live
Giorgia Tomassi, pianoforte – Gabriele Pieranunzi , Fabrizio Falasca, violino – Francesco Fiore, viola –
Danilo Squitieri, violoncello
Formato: 1 CD
Numero di catalogo: ALC 0122
Uscita: luglio 2024
Caposaldo del repertorio per quintetto di pianoforte e archi, l’op. 34 di Johannes Brahms (1833-1897) è una delle più belle e amate pagine della letteratura cameristica.
Come era tipico dell’autore, per inclinazione colto da ripensamenti, il brano ebbe lungo travaglio compositivo, vedendo la luce nel 1864 solo dopo essere passato, dall’iniziale versione per quintetto d’archi, non approvata dai fedelissimi Joseph Joachim e Clara Schumann che lo vedevano più consono a un organico vicino all’orchestra, e pertanto distrutto, alla riformulazione nella Sonata per due pianoforti che ancora una volta non convinse, inducendo il genio amburghese a optare per il pianoforte affiancato e sostenuto dal quartetto d’archi.
Tre diversi organici e tre diverse stesure per un gioiello della produzione brahmsiana, oggi storicizzato nell’interpretazione di nomi di fuoco della discografia mondiale, come Maurizio Pollini e Quartetto Italiano, Christoph Eschenbach e Amadeus Quartet, Rudolf Serkin e Busch String Quartet, Sviatoslav Richter e Borodin Quartet, Arthur Rubinstein e Guarneri Quartet, Leon Fleisher e Emerson String Quartet, solo per citarne alcuni.
Cimentarsi dunque in una nuova lettura rappresenta un’ardua discesa in campo e richiede ampia capacità di mettersi alla prova sulle tracce perenni, e prestigiosissime, lasciate ai posteri da mostri sacri, come fari luminosi, mirando all’angolo di visuale aperto sulla sensibilità attuale.
Una prova che il Quintetto, tutto italiano, composto da Giorgia Tomassi, Gabriele Pieranunzi, Fabrizio Falasca, Francesco Fiore e Danilo Squitieri, professionisti affermati, di prima sfera sulla scena concertistica e ottimamente rodati nell’esperienza cameristica oltre che solistica, ha affrontato con esiti più che ragguardevoli e finanche entusiasmanti, offrendo di questo brano maturo di Brahms una lettura moderna, seppur stratificata nelle esperienze fin qui accumulate dalla storia e interiorizzate nella coscienza del fare arte.
Una lettura dal suono di struggente veemenza e ineffabile tenerezza nei colori, centellinati a misura di microscopio nella finezza estenuante degli indugi idiomatici brahmsiani sulla riflessione, sul ripiegamento interiore, e al contempo stentorei e dichiarati, spessi, compatti e solidi nei passaggi di forza.
Privo di qualsivoglia asperità, infatti, l’impasto timbrico dell’ensemble non conosce spigoli risultando sempre caldo e avvolgente, come suggeriscono le tondeggianti linee ornamentali dello stile Biedermeier. Le superfici curve, ampie e lisce del quale, unitamente alla chiarezza dei colori mielati dell’acero, del faggio, o frassino che sia, dei massicci secretaire, rassicuranti come l’orizzonte della borghesia ottocentesca in ascesa, costituiscono l’habitat del pensiero di un Brahms immerso nella temperie romantica ma nutrito e indirizzato dal proprio personalissimo classicismo.
Il famoso e incisivo tema d’ingresso del primo movimento ‘Allegro non troppo ‘, esposto dal primo violino in un energico unisono con violoncello e pianoforte, rappresenta il biglietto da visita dell’ensemble. Questo si impone fin dall’iniziale ponte gettato col salto di quarta ascendente sul patema d’animo del motivo per il tono vigoroso e risoluto.
Nel breve guado dell’attesa introduttiva, resa efficace dal sapiente rallentando dei cinque strumenti, improvvisamente decolla la frenetica articolazione di quartine di semicrome del pianoforte, magnifico, di Giorgia Tomassi: è l’appello impetuoso che, tra gli sforzati degli archi, quale marchio d’autore sigla una lunga perorazione tesa a raggiungere con immediatezza la profondità sinfonica di un organico orchestrale.
E si capisce di essere di fronte a un poderoso lavoro di équipe, studiatissimo quanto a serietà di approccio al testo, ma artisticamente libero nell’espressione, che diviene man mano una cornucopia di idee sonore mentre il dialogo tra i cinque elementi si fa serrato, animato, poi rarefatto e trasognato, sovente intimo e commosso, lasciando profonda traccia in chi ascolta.
Mantenendo ben orientato il sestante, il pianoforte, guida con decisione o sostiene la compagine, la quale risponde equanime in un insieme lussureggiante, dagli archi bassi agli acuti.
Allorquando sopraggiunge l’episodio lirico del secondo tema, con la linea melodica affidata principalmente al violino primo, Gabriele Pieranunzi dispiega quale primus inter pares la sua naturale musicalità, discreta ed elegante, condividendo la dolcezza motivica distribuita tra la morbida viola di Francesco Fiore, il vibrante violoncello di Danilo Squitieri e il sostanziale secondo violino di Fabrizio Falasca.
Finché nel vasto episodio contrappuntistico dell’amplissima Coda, sviluppando il primo motivo del primo tema gli archi sfoggiano appieno la loro cifra esecutiva raggiungendo la compiutezza drammatica, cui si avvicenda la calma del movimento successivo, ‘Andante, un poco Adagio’ in La bemolle maggiore.
Il tema principale del secondo movimento, di semplice delicatezza, esposto da pianoforte, primo violino e viola accompagnati dal pizzicato, sommesso, del violoncello, introduce un’ambientazione più scura e intimista pervasa di nostalgia. Il vagheggiamento solitario del pianoforte emerge inizialmente con espressività sugli archi, sempre carezzevoli, i quali riespongono poi il motivo con passionalità indimenticabile, in un momento di incanto.
Quando attacca il terzo movimento ‘Allegro e Trio’, che dello Scherzo rispetta lo schema tripartito ABA pur nell’inventiva debordante dell’autore, il tema, da quello swing tipicamente brahmsiano, produce un climax ansioso vieppiu accresciuto dagli elementi ribattuti. Febbrile, sembra scaturire dalla profondità ritmata sottovoce da Danilo Squitieri per uscire alla luce nel canto spiegato, a cinque, con potenza di suono inaudita.
Una linea nobile e popolare insieme, caratterizza deliziosamente il Trio in La minore, mentre la riesposizione consuma il carico di emotivita nella conclusione che sopraggiunge ad arrestare la marcia sfrenata come se il discorso, estenuato, si bloccasse.
Tutte le idee musicali e interpretative dell’ensemble giungono a trionfare nel IV movimento ‘Finale’, partendo dal ‘Poco sostenuto’, col quartetto d’archi che trascolora in una parentesi di sospensione, fra presentimenti e suggestioni armoniche quasi mahleriani tanto stupendo e evanescente ne è il colore, per tornare a casa nel tono di Fa minore con l‘Allegro non troppo’ a sua volta evoluto nella coda ‘Presto non troppo’: tre sezioni in progressiva enfasi fin dal primo tema, col suo disegno ascendente stemperato nell’espressività più tranquilla che prepara l’andamento animato della seconda sezione. Nella terza, infine, un’apoteosi drammatica totalizzante.
Un ascolto che rimane impresso così da proseguire interiormente, quale esito di una visione che riverbera a lungo.




