di CINZIA DICHIARA-
Prima di esordire nel genere del romanzo, Sara Zurletti, musicista e musicologa docente al Conservatorio di Messina, ha pubblicato saggistica. Il neonato romanzo K 488 (Leonida Edizioni, 2025) narra la storia di una giovane pianista siciliana, Emma Cambria, ammessa al corso di perfezionamento a Parigi con l’ultimo dei grandi maestri del pianoforte. Tra vicende personali e sentimentali con il gruppo di giovani artisti bohémien che la ragazza frequenta, il percorso di Emma è narrazione di vita vissuta dall’autrice nel mondo della musica classica. Ne parliamo insieme, per mettere a fuoco genesi e dettagli.
- Quale istanza interiore la porta a divenire scrittrice?
«Nasco musicista, provengo da famiglia di musicisti. Ho iniziato come violinista con prospettive professionali, ma già allora sapevo che scrivere mi piaceva di più. Col dottorato a Parigi in Estetica e Musica, ho poi cambiato direzione, diventando musicologa, peraltro atipica, avendo dedicato una monografia al Trono di Spade».
- Com’è avvenuto il passaggio dalla saggistica al genere del romanzo?
«Ho sempre saputo, fin dall’infanzia, che avrei scritto un romanzo, per quella che Schönberg denomina “necessità interiore”. L’ho fatto a cinquant’anni suonati, dopo averci riflettuto a lungo. Non era semplice trovare il taglio, il tono, lo stile, i personaggi, ma è una storia che mi accompagnava da sempre».
- Quale traiettoria ha seguito la sua esperienza di scrittrice?
«Mi sono occupata a lungo di Adorno, figura insuperata per profondità su significato musicale, strutture e dialettica storica dei diversi stili, e continuo a occuparmene. È il grande amore ‘accademico’ della mia vita, dacché la mia tesi di dottorato è divenuta una monografia. Attraverso Adorno sono pervenuta a Thomas Mann, che ha trasferito nel Doctor Faustus precetti della sua filosofia della musica, senza ascrivergliene il merito.
Da lì il passaggio a Morte a Venezia, romanzo profondamente wagneriano, nel quale penso di aver scoperto per prima una riformulazione del mito di Tristano. Le figure chiave, infatti, vi sono sostituite per narrare, con forza simbolica, l’amore impossibile del protagonista Aschenbach per il giovane Tadzio, presso l’Hotel des Bains a Venezia».
- I suoi autori di riferimento?
«I miei debiti principali vanno a due narratori contemporanei e a due storici. Da Irvin Yalom, psicanalista autore di tre romanzi dedicati a Nietzsche, Spinoza e Schopenhauer, dal quale ho imparato a porre sullo sfondo l’argomento che più mi sta a cuore, la musica, poiché il telaio dei suoi romanzi è molto solido. Da George R.R. Martin, autore delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (sceneggiata nella serie televisiva Il Trono di Spade), ho appreso invece quella che definisco “tecnica del corpo”: inserire dettagli corporei, l’unghia che fa male, un problema di salute, aver appetito nel momento sbagliato, per agganciare il lettore al personaggio».
- E sul piano estetico?
«Musil è stato una rivelazione. L’uomo senza qualità è un esempio straordinario di romanzo sulle idee. Da Thomas Mann ho invece appreso la tecnica dell’èkphrasis, ovvero la capacità di tradurre in parole il senso di un’opera d’arte».
- Per una musicista-musicologa, l’arte letteraria può essere la più affine all’arte musicale, per la possibilità di accostare e fondere i linguaggi. Basti pensare allo Schumann compositore e allo Schumann letterato. Che rapporto esiste per lei tra musica e letteratura?
«In musica vi sono due piani di significato, uno formale, legato alla logica sintattica, uno contenutistico, che riguarda ciò che la musica intende comunicare. Il primo è dimostrabile tecnicamente, il secondo è inevitabilmente soggettivo. Tuttavia, alcuni aspetti del significato restano condivisibili».
- Nel romanzo la musica è molto presente e descritta nel dettaglio. Una scelta consapevole?
«Sì, perché la musica classica contiene dimensioni umane che tutti vivono: amore, dolore, vita. Spesso considerata poco accessibile, mentre basta che qualcuno apra una strada, per possederne la chiave».
- Quali esperienze di vita e di musica rientrano nel romanzo?
«È un romanzo di formazione: una giovane musicista arriva finalmente a riconoscersi attraverso la musica. I personaggi derivano dall’esperienza universitaria a Parigi, momento di grande cambiamento, allorquando per dirla con Nietzsche sono diventata chi io sono».
- Quanto di lei c‘è nella protagonista Emma?
«Poco. Non mi interessa scrivere del mio ‘io’, ma del ‘noi’. Il romanzo vuole raccontare una generazione. Emma assomiglia alla giovinezza di qualche anno fa, non al modo di essere giovani oggi. Mi interessa il tema delle illusioni nel confronto con la realtà, talora brutale, e in quanto fatto generazionale».
- Che cos’è per lei il Concerto K 488 di Mozart?
«Non è il più bello, forse sono migliori il 466 e il 467, né il più complesso dal punto di vista ‘affettivo’, come lo è il 482. Ma il suo Adagio mi mette in ginocchio: esprime un dolore pronunciato senza filtri né promessa di redenzione, quasi come lo sguardo degli dei sugli uomini, distante e indifferente».
- Dunque un canto più divino, dall’alto, che umano e intimamente dolente?
«Anche umano. In termini di Teoria della Letteratura, direi che la focalizzazione di Mozart è “dall’alto”. All’opposto, di Schubert è “dal di dentro”, immersa nelle difficoltà dell’esistere».
- In Mozart l’aspetto apollineo è preponderante?
«Esprime il dolore nella maniera più assoluta: dolore e basta. Nessun modo di attenuarlo».
- Il mondo musicale è ancora di nicchia: nonostante l’insegnamento sia diffuso a tappeto nella scuola media e dunque, in teoria tutta la popolazione dovrebbe essere alfabetizzata musicalmente.
«In parte sì. Studiare la musica è importante ma, ha ragione Montaigne, non si tratta di riempire un vaso, bensì di accendere un fuoco: occorre un’educazione fatta di ascolto e spiegazioni, alimentata con passione».
- Il personaggio di Emma. Quali incontri hanno contribuito a disegnare il suo percorso artistico?
«Dietro la figura del vecchio maestro di pianoforte, che definisco l’ultimo degli dei, sorta di Rubinstein o Horowitz redivivi, sono adombrati i miei maestri. Ho avuto la fortuna di recevere la benevolenza di tanti grandi ‘vecchi’ della musica: Roman Vlad, Piero Rattalino, Paolo Isotta, Charles Rosen. E tra coloro che sono ancora fra noi, Quirino Principe, oggi un caro amico. Anche Gennaro Sasso, mio professore a Napoli, uno di quei docenti capaci di cambiarti l’esistenza».
– Quale posto occupa questo romanzo nella sua produzione?
«Ho fatto vari tentativi prima di approdare alla sua messa a punto. È un lavoro cui sono molto legata. È quello che sento come l’opera della vita».
Sara Zurletti, K 488, Reggio Calabria, Leonida Edizioni, 2025
Intervista raccolta lo scorso 10 marzo 2026
Sara Zurletti, chi è
Diplomata in violino e laureata a Roma in Lettere con tesi in Estetica, ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università Paris 8- Vincennes, ove poi ha insegnato Teoria dell’interpretazione musicale, proseguendo dal 2004 al 2010 nella docenza di Estetica musicale all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e di Pedagogia musicale all’Università di Salerno. Attualmente insegna Storia della musica al Conservatorio e a contratto presso l’Università di Messina.
Ha pubblicato: Il concetto di materiale musicale in Th. W. Adorno (Il Mulino, 2006), Le dodici note del diavolo. Ideologia, struttura e musica nel Doctor Faustus di Th. Mann (Bibliopolis, 2011), Amore luminoso, ridente morte. Il mito di Tristano nella Morte a Venezia di Th. Mann (Castelvecchi, 2016), e il libro-intervista Ars Nova. ventuno compositori italiani di oggi raccontano la musica (Castelvecchi, 2017). Infine, Famiglia, dovere, onore. Anatomia del «Trono di spade» (Castelvecchi, 2019).




