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Konstantin Lifschitz, preclaro esperto di Bach, a Roma

di CINZIA DICHIARA-

ROMA- Il grandissimo interprete di Bach Konstantin Lifschitz, nato a Kharkov, in Uzcraina, allievo di Tatiana Zelikman, erede della scuola di Heinrich Neuhaus e maestra di altri pianisti di reputazione mondiale, in testa Daniil Trifonov, si è esibito a Roma per l’associazione musicale Sincronia. Grande occasione, per chi abbia potuto assistere all’evento, rivelazione di un Bach mai sentito prima. Per lo stesso dire del pianista, giunto nella capitale con la famiglia, e la sua bimba deliziosa, naturalmente biondissima, occhi azzurri e tanta sensibilità, che dopo il concerto ha suonato con il papà a quattro mani – «Bach non è solo il culmine del barocco e del clavicembalo. È persona piena di passione».

  • La sua idea del genio di Bach. Come lo percepisce?

«Bach è persona piena di passione, di vitalità: un viaggio nella vita di Bach non è astratto, conduce per città, opere d’arte, sale di esibizione, case, libri, paesaggi, natura».

  • Dunque, l’interpretazione?

«Bach è un centro con molte direzioni senza limiti, plastico e ambivalente».

  • Che rapporto ha con la sua musica?

«Domanda difficilissima» – risponde seriamente- «Vasto, come la vita». Ma poi aggiunge scherzando: «Siamo in un rapporto complicato».

–       Rispetto alla tendenza dominante della prassi storicamente informata, lei come si pone?

«La tradizione interpretativa fa di lui un musicista asciutto, quasi pallido, forse monotono. Vi è, invece, un modo di suonarlo, vivo, non distante ma vicino a noi esseri umani».

  • Il ‘suo’ Bach?

Può permettere tante cose. Sempre occorre trovare l’equilibrio. Io cerco di trovare la mia strada.

 

 

Il concerto inizia con la Ciaccona Bach-Brahms, dalla Partita n.2 in Re min. per violino solo, trascritta per la mano sinistra dopo la versione di Brahms.

Il famoso tema, di otto battute, prosegue con variazioni in avvincente progressione ritmica e tra le più ardite figurazioni virtuosistiche, esaltate ancor più dalla difficoltà dell’esecuzione con la sinistra. In una sola mano Lifschitz sa racchiudere registri diversi e in poche battute riesce a destare all’udito un potente organo a canne, i suoni stagliati uno ad uno verso altezze inattingibili. Non è cogitazione filosofica ma antropica e, vieppiù, espressiva narrazione di cose alte. La riflessione giunge sul passaggio di duine in successione, ogni appoggio sulla prima delle due note è pensato; segue tutto un risuonare in sala di progressioni disegnate con patimento, sorta di un interrogarsi dell’uomo. Finché all’impeto si contrappone una calma meditativa e il suono, si fa, allora, voce umana che, incedendo verso maggiore luminosità, prega.

La scrittura si dipana piena, potente, grandiosa ed evolve in un crescendo monumentale che raccoglie la massima densità e punta alle massime altezze. Al basso, accordi profondi, risonanti, solidi come rocce, fanno desiderare le sporadiche oasi in ‘pianissimo’, preparato per esplodere nella cadenza finale. Una gravità assoluta permea l’esecuzione che sulla coda diviene solennità. Difficile immaginare qualcosa di simile.

Segue la Fantasia Cromatica in Re min. che Lifschitz attacca con foga sulla scia dell’applauso, mentre si siede, sgranando una sventagliata di note evidenti, chiare, lucenti. Tratta il pianoforte come un organo, traendone la medesima potenza! Esegue con vigore velocissimi passi di agilità e addolcisce il suono con uso del pedale sapiente e funzionale alla risonanza. La cassa armonica si amplifica a dismisura. I bassi gravi, vibranti, ricchi di armonici non sembrano appartenere a un pianoforte, per quanto si tratti di un magnifico Bösendorfer. Infine conclude poggiando i suoni cadenzali come ultimi tasselli di un argomentare catartico.

Quindi passa all’Aria Variata (alla maniera italiana) in La min. BWV 989, con sfoggio di trilli, mordenti, brillanti eppure sempre torniti: l’abbellimento è reso in modo inusitato e bellissimo, cantabile, fraseggiato come parte integrante della linea melodica. Ciò che più conta è l’evidenza di ogni elemento, in sequenza, di un intero universo, personale espressione di voci da liberare, raccolte in frasi di una sostanza finissima, quando smorzata, mai vuota, come talora capita di sentire in un pianismo attuale che ricerca la vibrazione minima senza calore. Il suo ‘piano’ parla altrettanto che il ‘forte’ e ugualmente narra, sottovoce. Così gli accenti, sorprendenti e talora taglienti nella morbidezza di linee veloci, fino a fragore che travolge, e sommerge.

Il Concerto Italiano è classico omaggio a noi tutti: scorrevolezza graziosa, in aria di festosità, apertura, solarità di progressioni luminose. Desta meraviglia la pulsante vitalità dei trilli, lunghi sotto la voce maestra. II canto, sommesso nelle linee interne, è sempre molto presente e viene a emergere in modo superbo. È l’espressività a segnare la cifra del tempo Andante, moderato e riflessivo, prima del Presto, straveloce, portentoso. Ed è chiaro che il pianista non mira a riprodurre al pianoforte il suono del clavicembalo e dunque anche in brani come questo, non organistici e lontani dalla concezione chiesastica, tratta il suono con molta potenza, lontano dalle corde pizzicate a plettro. Forse, in qualche momento può giungere sovrabbondante nell’effetto, ma la coerenza della visione riscatta la sua enorme possanza.

Chiude con la Partita n. 4 in Re magg. nella quale alterna calma ed equilibrio delle parti, nell’Ouverture, rimarcando in modo esemplare, e unico, l’asprezza di dissonanze e altrettanto l’armonia d’incontro nella risoluzione di cadenze perfette. L’ Allemanda è per lui terreno di prova di un virtuosismo ottocentesco, alla Liszt. Come eseguisse passaggi di tecnica trascendentale nel fragore di una gamma spinta verso la massima esaltazione, a rischio di qualche suono eccessivo, sa ascendere a un pianissimo celeste, del quale potrebbe avvalersi forse più di frequente. Quando decresce ha del miracolosamente umano e toccante: sembra rannicchiarsi come un bimbo dentro la culla.

In quel discorrere nobile, l’Aria acquista densità espressiva e persino gli arresti tra la conclusione di una sezione e l’altra divengono respiri significativi, sentiti e talora dolenti. Tutto corrisponde a una lettura enorme nel significato e nella resa. Solo la Giga, sembra essere sperimentazione di magnificenza più che leggiadro e spigliato ritmo di danza in stile italiano. Ma l’effetto di questa esecuzione rimane a lungo impresso e fa registrare uno smottamento nella percezione consueta del genio di Eisenach, spingendo verso quote elevate, che pure scuotono interiormente, lasciando quasi sgomenti. L’azione di Lifschitz è dirompente, lui lo sa.

Infine, concede due bis, l’Aria delle Variazioni Goldberg, religiosamente centellinata, e la breve Gavotta dalla Suite Francese n. 5, graziosissima. Poi incontra il suo pubblico, con una naturalezza e semplicità che solo i grandi posseggono.

Recensione riferita al concerto del 15 dicembre 2025, Pio Sodalizio dei Piceni in San Salvatore in Lauro, Roma

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