La Bohème di Orte festeggia Katia Ricciarelli

di VINCENZO CENITI –

ORTE – C’è la Bohème di Franco Zeffirelli, o quella di Carmine Gallone e di Robert Dornheim, e c’è la Bohème di Orte che l’altra sera Katia Ricciarelli ha tenuto a battesimo in occasione del  suo mezzo secolo di palcoscenico, dal 1969 ad oggi.  La  pontificia e pluridecorata Fonderia Marinelli di Agnone ha fuso per lei una scultura raffigurante un violinista, consegnatale dal giovane artista Ettore Marinelli. Rivolgendosi al pubblico Katia ha detto “Dopo cinquant’anni o ti metti a piangere o te lo porti via” (il giovane artista s’intende). In cabina di regia Sandro Corelli, originario del posto, direttore artistico del concorso di canto “Lirica sul Tevere” che ha nutrito di voci  e di vigore il capolavoro di Puccini trasformando  con un coup de foudre (complice lo scenografo Umberto di Nino), piazza della Libertà di Orte in un set lirico-cinematografico. Progetto ardito ed unico (folle come dice lui) con fondali di pietra viva e vissuta, tra la cattedrale bianco-latte dell’Assunta e il palazzo del card. Nuzzi (oggi sede del Comune),  su cui fanno da quinta il palazzo dell’Orologio e quello delle  cosiddette arcate romane. In mezzo la gente: oltre quattrocento spettatori (paesani e turisti), anche  appollaiati sui gradini della chiesa, come ai vecchi tempi quando la lirica estiva occupava le piazze delle città oggi appannaggio di sagre improbabili e cene all’aperto.

Da questo spazio magico parte il racconto della Bohème di Orte, immaginato negli anni Cinquanta quando sogni, chimere e castelli in aria avevano tra i giovani post guerra le stesse intensità dei  bohémien di allora. L’idea di coinvolgere tutto il paese (studenti compresi) nelle laboriose fasi di allestimento dell’opera è stato un percorso obbligato per recuperare ascolti, idee, soldi,  interesse e valori verso un’ arte che ci fa grandi  nel mondo.                                                                                         E pazienza se si deve ricorrere ad una leggera amplificazione delle voci per farle arrivare in ogni angolo o se gli spettatori sono costretti a tener d’occhio  tre scene diverse sparse nella piazza (soffitta, quartiere latino e barriera d’Enfer)  con qualche difficoltà di visione e di ascolto. La Bohème di Orte è stata concepita così. E’ bella così ed è improponibile altrove.

Tour de force per il giovane maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli di buon lignaggio pucciniano (già direttore principale ospite della Fondazione  di Torre del Lago) che si è trovato a governare l’orchestra e i cantanti in condizioni estreme, con il Cafè Momus alla sua sinistra al cospetto di una trattoria verace (addirittura Parpignol alle spalle), la soffitta al centro e la dogana a destra della piazza presidiata da un destriero montato da un gendarme. Sipari ha però Puccini nelle vene e lo ha dimostrato  quando in alcuni passaggi (Sono andati?…) posava la bacchetta per plasmare la musica e la voce a mani nude. Nel finale dell’opera l’atmosfera, complice anche il caldo umido della serata, si poteva affettare tanto era intensa e vibrante.  E dal momento che non c’era il sipario, abbiamo potuto ascoltare la partitura (cosa rara) fino all’ultima nota senza applausi anticipati.

Onore ai cantanti. Qualche plausibile incertezza nei fraseggi e negli attacchi, considerata l’esecuzione all’aperto in un paese vivo con brusii di sottofondo, e la giovane età, ma tanta voglia di fare e di esserci. Su tutti la rumena Alexandra Grigoras, voce ben intonata,  sapientemente gestita nei “piano” e di sicuro avvenire. Una Mimì dopo guerra, con le calze di seta, molto vicina alle corde e agli umori  dei più giovani. Di vivace coloritura vocale  Abenauara Graffigna Caballero (Musetta). E’ il massimo quando pregando la Madonna  (Madonna benedetta fate la grazia a questa poveretta …), volge spontaneamente lo sguardo pietoso verso la Cattedrale dell’Assunta.  Promettenti i quattro della soffitta dotati di robusti fondamentali: Raffaele Tassone (Rodolfo), Hibiki Ikeuchi  (Marcello, ottima dizione di italiano), Alberto Zanetti (Shaunard),  Jin Jang Sang (Colline). E poi  Domenico Maglioni (Parpignol) e la vecchia volpe di scena Armando Ariostini nel doppio ruolo di Benoit e Alcindoro (la scuola di Gina Cigna e Giulietta Sinionato non si smentisce)                                                                                                                                                       Il Coro ha fatto del suo meglio sotto la direzione di Renzo Renzi. Inevitabile  qualche incertezza per la distanza dal maestro. La terza edizione del Concorso “Lirica sul Tevere” del prossimo anno è già nei piani di Sandro Corelli. L’idea è quella di allestire nel  2020,  con le stesse modalità, Cenerentola e Tosca.“Orte deve diventare la piccola Spoleto della lirica.”. E noi glielo auguriamo.

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email