di CINZIA DICHIARA –
Trasmesso in diretta nazionale da Radio3 Rai, dopo le rappresentazioni esterne alle Terme di Caracalla (2014 e 2015) e al Circo Massimo (2021), protagonista la digital art adeguata all’interno del Teatro Costanzi, il 14 gennaio è tornato l’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma, in collaborazione col Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, de La bohème di Puccini, ultimata nel 1895 su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa tratto da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger e Théodore Barrière.
Diretto da Jader Bignamini, maestro del coro Ciro Visco, con la partecipazione della Scuola di Canto Corale di Alberto de Sanctis, regia, scene, costumi e luci di Davide Livermore, si è esibito un cast d’eccezione: Mimì è Carolina López Moreno, Rodolfo è Saimir Pirgu, al suo debutto romano nel ruolo. Marcello è Nicola Alaimo, Schaunard, Alessio Arduini. Musetta è Desirée Rancatore mentre Benoît e Alcindoro sono interpretati da Matteo Peirone. Cast della prima, alternato ad altri due nelle undici recite fino al 25 gennaio.
Più fattori stanno a cuore a Jader Bignamini, direttore della Detroit Symphony Orchestra, clarinettista della Verdi di Milano di vasta esperienza direttoriale di orchestre illustri, non soltanto europee, e ospite di festival prestigiosi: la vitalità fresca delle esistenze fantasiose e scapigliate dei giovani bohémien e la loro sentimentalità semplice, a radice universale, nell’amicizia autentica senza confini, un po’ di gigioneria, allegria di cuori spontanei, e molti problemi esistenziali sui quali si levano l’impegno e il sogno artistico innanzitutto, usque ad mortem.
In una partitura che alterna slancio melodico rapinoso, delicata e talora commovente familiarità cameristica a improvvisi tonfi drammatici di sinfonismo verista, tra rimbalzi tematici che ‘legano’ la trama, non soltanto tracce narrative ma profondi riferimenti a stati d’animo dei quali il pubblico si sente partecipe, immedesimandosi, lo stacco dei tempi è perfettamente appropriato. Nel comunicare le differenti atmosfere attraversate dal dramma, Bignamini decide di rendere con cura e al massimo grado l’espressività melodrammatica, tenendo saldamente le redini di un’orchestra con prime parti emergenti in assolo meravigliosi, dai timbri scuri o luminosi, dai colori serici o sfumati, talora angelici e soavi, generalmente potenti, marcati da guizzi fulminei e quand’occorra ombrosi, riuscendovi appieno: intensa l’atmosfera nel teatro, da platea a loggione, senza cenni di cedimento, in crescendo di pathos. Diversi gli applausi prorompenti a scena aperta all’indirizzo dei protagonisti e delle parti di fianco che Bignamini guida, segue, asseconda, con perizia e sensibilità, in un filo rosso che sa dipanare sempre attento al divenire. La cifra lirica struggente, la dolcezza, il calibro, l’intensità delle voci dei protagonisti, soddisfano le attese del pubblico, commuovendolo: «Che gelida manina», «Mi chiamano Mimì» di Rodolfo e Mimì, nonché il valzer «Quando m’en vo’» di Musetta, con le loro melodie arcinote, di volta in volta suscitano scrosci fragorosi o lasciano un momento di toccante silenzio, quel breve timore di spezzare la tensione emotiva, fortissima, prima di erompere nel calore dell’applauso.
Saimir Pirgu sostiene la parte di Rodolfo, poeta inquieto e appassionato, rispondendo con acuti svettanti, inizialmente non molto rotondi, forse forzando leggermente l’emissione, ma va presto a conquistare pienezza, decisione e sicurezza con la sua propensione scenica spigliata e realisticamente efficace, unita ad idonea tecnica drammatica.
Carolina López Moreno, fragile Mimì, ha costruito con delicatezza l’intimismo lirico del personaggio, di grande bellezza, mostrando autenticità emotiva, nella vocalità morbida e sinuosa, dagli acuti magnificamente timbrati. Non propensa a caricare il ruolo, punta molto al risalto della giovane spontaneità, ora brillante ora toccante e carezzevole, facendo ammirare le nuance ben calibrate, con messe in voce finissime, di una sensibilità filigranata.
Nicola Alaimo è Marcello, voce poderosa supportata da tecnica ineccepibile. Il pittore più temperamentoso e umano del gruppo di artisti squattrinati si impone per presenza scenica, bel fraseggio, pienezza vocale e interpretativa, capacità di modulare i diversi aspetti, goliardico, apparentemente guascone, altresì appassionato e spontaneo del personaggio, che interpreta con compenetrazione e sicurezza, altresì nelle scene d’assieme con gli amici.
Schaunard è il basso baritono Alessio Arduini, vivace presenza scenica, compartecipe e prestante anche in passi di danza, e William Thomas, un Colline dall’emissione piuttosto piena e vibrante, con accenti espressivi e atteggiamento sul tipo del dandy, giovane e di bell’aspetto.
Desirée Rancatore è una Musetta dai tratti accattivanti, mobile e briosa nel carattere e nel ruolo. Presentata su un carrello scorrevole che attraversa il proscenio in lunghezza, sa entrare nella parte con studiata disinvoltura, inglobata nella scena collettiva esorbitante, e non lesina acuti ben torniti, riuscendo a divertire e a intenerire, nel suo aspetto civettuolo, con vocalità corroborata dalle capacità attoriali.
Matteo Peirone nei ruoli di Benoît e Alcindoro, Giordano Massaro in Parpignol sono applauditi anch’essi nel contribuire al tratteggio umano della Parigi bohémien.
Il Coro preparato da Ciro Visco, comme d’habitude in modo esemplare, collabora al risultato esibendo valentia, qualità pregevole e ampia tenuta nelle scene delle grandi masse con figuranti, musici e ballerini. Conquista interamente il canto di studenti, venditori e popolani con le voci bianche dei Monelli, pezzo vivace e avvincente che dà colore e movimento alla scena del Cafè Momus, dipingendo la vita brulicante del Quartiere Latino.
Straordinario è infatti il Quadro II con la folla di borghesi, soldati, fantesche, ragazzi, bambine, studenti, sartine, gendarmi, monelli, venditori, botteghe con lampioncini, con la Ritirata Militare capeggiata dal Tamburo Maggiore: un’apoteosi scenica che chiude il sipario con grande effetto sulla fiammata del mangiafuoco, il Coro in fantasmagorico trionfo, con grandi applausi e calorose chiamate a sipario chiuso.
Al centro dell’allestimento il videomapping di D-Wok che da oltre dieci anni contraddistingue il lavoro del torinese Livermore, utilizzando superfici e spazi scenici per illustrare, confermare e completare l’estetica dell’opera tradizionale, dallo stesso regista definita esperienza immersiva nell’arte visiva della Parigi fin de siècle.
Proiezioni multimediali trasportano lo spettatore all’interno dei quadri scelti a collocare fisicamente e stilisticamente la vicenda. A partire dall’atelier di Marcello vediamo alternarsi tele impressioniste, talune oltremodo famose, di Monet, Cézanne, Pisarro, proposte in versione ledwall (grande schermo modulare composto da tanti piccoli pannelli con diodi luminosi a creare un’unica superficie visiva continua per immagini- video ad alta luminosità, generalmente usati per pubblicità), con un continuo rimando alla tela sul cavalletto del pittore, intento a dipingere il Mar Rosso. Tale insistenza crea un contenitore all’interno del quale lo spettatore viene a trovarsi di continuo con effetto altamente suggestivo, quasi sempre meraviglioso e bellissimo.
La Notte stellata di Van Gogh (1889), forse il titolo più scontato tra i prescelti ma non per questo meno efficace, funge da sfondo alla variopinta massa del coro riunita al crocicchio del Quartiere Latino e poi al café Momus, e non mancano riferimenti persino ai Girasoli (1888). Il quadro Après la faute di Jean Béraud (1885) ambienta sul divano di velluto rosso la morte per tisi di Mimì, che indossa lo stesso abito della donna riversa del dipinto moralista, proiettato sugli schermi della parete esterna della vecchia mansarda per studenti dal soffitto sghembo, al centro un brutto lampadario spoglio e rugginoso, l’affaccio sui tetti della Parigi bell’époque di Toits sous la neige di Caillebotte (1878). Taluni effetti, come la nevicata fitta e costante nella barriera d’Enfer, un paesaggio brullo innevato di Monet, sembrano un tutt’uno con la musica e con le voci giunte ad animare il quadro.
Lo spettacolo ha riscosso un successo caloroso. Al cocktail seguente incontriamo i protagonisti del cast e realizziamo una breve intervista con due di essi.
Carolina Lòpez Moreno, nata in Germania da padre colombiano e madre albanese, spiega come ha avvicinato il personaggio:
Quando interpreto un ruolo posso ispirarmi a interpreti diverse, ma poi devo cercare dentro di me. Non posso compararmi con altri, devo essere vera. Il mio compito è di ‘sentire’ ogni frase, ogni sentimento di Mimì. È la quinta volta che canto questo ruolo ma è sempre la prima volta per me.
-Questa Mimì com’è, rispetto alle precedenti?
Sempre vergine, ogni volta nuova.
– Quali sono le difficoltà e le soddisfazioni del ruolo?
Io non vedo mai difficoltà, vedo solo una sfida, e ciò mi piace moltissimo, poiché quando mi trovo a fronteggiare una sfida vuol dire che sto crescendo come artista e come persona. Mimì presenta molte sfide: una è la malattia. Ho dovuto leggere, capire, informarmi e comprendere come lei viva la sua condizione ma è tutto scritto da Puccini.
– Vocalmente?
È parte dell’anima, un colore.
– La resa del personaggio passa attraverso la tecnica
La tecnica è fondamentale, non possiamo diventare quel personaggio senza avere una tecnica di base che permette di andare forte, oltre, di rischiare, come coloro che si lanciano per fare bungee jumping: tu non sai dove puoi arrivare, devi avere il coraggio di andare, sapendo che la tua tecnica ti salva sempre.
– Le prove con i colleghi?
Abbiamo provato abbastanza per capire e poi per montare in un blocco unico un cast, come si è visto sul palco, eccezionale. Infatti sono molto soddisfatta e felice quando ho con me colleghi di levatura, poiché noi siamo sempre il migliore del peggiore del cast: il livello del peggiore è il nostro, la nostra base. Noi dobbiamo sempre aiutarci, ispirarci.
– E dunque come si sente adesso?
Stupendamente!
A seguire scambiamo due parole con Nicola Alaimo, che descrive così il suo Marcello:
È personaggio tra i più belli di Puccini; alterna una superficialità della visione della vita alla profondità di pensiero degli ultimi due atti. Può dare molto: se interpretato nel modo giusto, dona soddisfazione.
-Tra i quattro amici sembra essere lui a tenere le redini della compagine
Sì, non voglio dire che sia deus ex machina della situazione scenica ma sicuramente è un carattere molto forte e presente.
– Su quali punti ha focalizzato il suo ruolo?
Gioco molto sull’aspetto interpretativo che mi preme di più nei personaggi che affronto. Il Marcello del II e VI atto è quello che preferisco: vi emergono sia l’aspetto goliardico sia il malinconico
– Con i suoi compagni di scena la collaborazione è in intesa?
Grande empatia, ci conosciamo un po’ tutti avendo lavorato in altri teatri, e dunque ci siamo ritrovati. Con Carolina una Butterfly a Firenze; con Saimir, con Désirée ci siamo affiatati subito. Inoltre, il potere della musica- capolavoro facilita empatia. Grazie a Puccini!
Recensione e interviste si riferiscono alla prima del 14 gennaio 2026




