La gelosia anche nell’arte: dipinto di Edvard Munch

di ANGELO RUSSO-

VITERBO-  La gelosia, ovvero quel sentimento devastante che riesce ad annebbiare la vista in un crescendo di emozioni e sensazioni fino ad arrivare, nella forma più esasperata, a sperimentare tratti che sono assimilabili alla paranoia. Nell’arte un esempio di questo sentimento, che in casi estremi è molto vicino alla patologia, è nell’opera di Edvard Munch (1863 – 1944), è un dipinto su tela ed è denominata Sjalusi (Gelosia, 1895 – olio). L’artista norvegese, noto principalmente per i suoi dipinti, in realtà si occupò anche di grafica e di fotografia. La sua opera più conosciuta è “l’urlo” diventato anche una icona nell’arte. Munch, perseguitato sin dall’infanzia dalla malattia era terrorizzato al pensiero di ereditare dei tratti familiari inerenti alla sua salute mentale. Nel quadro, gelosia, l’autore ritrae le sue fantasie che, in modo erotico e ambiguo narrano del sentimento di cui è pervaso. La scena ritrae tre personaggi: la figura maschile in primo piano sulla destra, con lo sguardo allucinato e la faccia sofferente, ha una netta somiglianza col pittore, che pur avendo tratto ispirazione da un fatto di cronaca nera all’inizio del XIX secolo, un omicidio passionale, con una sorta di immedesimazione ritrae la sofferenza nel viso per la scena in secondo piano, dove una donna riceve palesemente delle attenzioni di un ipotetico spasimante. L’infelicità di non essere corrisposto segna, deformandolo, il volto in primo piano.
Ma perché si è gelosi?
Quali sono i pensieri che nutrono questa condizione esasperata?
Prendo spunto da una storia vera nel tentativo di spiegarne le dinamiche psicologiche.
Annamaria esordisce così: sono veramente stanca. Poi come un fiume in piena racconta il suo disagio: ho trentacinque anni, sono sposata da due, mio marito ha dieci anni più di me e tra noi da un po’ di tempo c’è un problema: la sua gelosia. Certo un po’ di “sana” gelosia nel matrimonio non guasta, potrebbe anche far piacere, ma ciò che sto subendo è vicino all’incubo. Eppure non ho innescato nessun motivo per far ingelosire mio marito, non l’ho mai tradito e neanche ho intenzione di farlo ma, se continua così, la vita di coppia sta diventando insopportabile. Mi rovista nella borsa, controlla il telefonino, legge i miei messaggi. Non so come faccia ma ci riesce anche attraverso quella “diavoleria” di internet. Mi sento spiata. Spesso mi chiama al lavoro senza un vero motivo, dice di volermi salutare, ritengo sia un controllo. Verifica i tempi di percorrenza dal lavoro a casa. Scruta i miei sguardi quando siamo in pubblico e non è mai rilassato. Ho provato a parlarci, cercando di affrontare l’argomento, ma le sue affermazioni sono una serie di scuse irrazionali. Dice di essere geloso e sicuro che lo sto tradendo oppure che sono in procinto di farlo. A nulla valgono le mie ragioni, anzi le interpreta come se volessi giustificare il mio comportamento che, ovviamente per lui, è da fedifraga. Non credo di meritare tutto questo, ancora lo amo e vorrei che non fosse così ma è difficile andare avanti in questo modo.
La storia di Annamaria non è poi tanto singolare, in tante coppie la gelosia è uno dei sentimenti, dominanti.
Anche ammettendo che un pizzico di gelosia sia il pepe dell’amore, in questo caso siamo alla persecuzione. Occorre distinguere fra gelosia “normale” da quella “patologica”. La gelosia normale è insita nell’amore che si ha il partner, ed è spesso presente nella relazione di coppia. Anzi se non ci fosse si potrebbe dubitare di essere davvero innamorati. È anche un tratto piacevole perché fa sentire l’altro importante, veramente amato, come se mostrassimo la paura di perdere il nostro oggetto d’amore. E fin qui è piacevole. Quando si sconfina nel patologico la gelosia diventa morbosa e si avvicina molto alla paranoia. Gelosia e paranoia si compenetrano a vicenda. Nella coppia s’insinua un terzo incomodo: il sospetto. La paura di essere traditi non ha più nulla di razionale, diventa una vera ossessione, i pensieri reali lasciano il posto ai fantasmi della mente i quali, per essere prodotti, hanno bisogno solo dell’esistenza di un partner. Addirittura si arriva a “costruire” mentalmente l’ipotetico rivale. Il partner diventa l’oggetto da perseguitare e la sua infedeltà è una certezza. Le giustificazioni diventano solo alibi da essere smantellati. Chi è sospettato, invece, è facile che attivi, a sua volta una paranoia difensiva: sentirsi sempre sotto osservazione anche quando non lo è. Il rapporto può diventare un inferno e sconfinare anche in episodi delittuosi. Il comportamento paranoide, permeato da una massiccia dose d’ insicurezza, produce un profondo disagio: fa pensare di essere facilmente sostituibili. Tutti possono essere più abili, più seducenti, più affascinanti. L’autostima di questi soggetti è molto scarsa. Le origini di questo tratto ossessivo, vanno ricercate principalmente nella propria infanzia e, come spesso accade, in una cattiva relazione che il geloso ha instaurato con i propri genitori. Questi ultimi potrebbero non aver adeguatamente rinforzato il bambino nella fiducia per sé stesso che sarà cresciuto senza essere pienamente cosciente delle sue possibilità. Il geloso paranoico, tende anche ad essere poco comunicativo, essendo troppo bloccato sulla propria ossessione. Sempre a caccia d’indizi è perennemente alla ricerca di prove con la finalità di poter dire: “visto che avevo ragione?” Questo soggetto difficilmente ammetterà di aver torto, sarebbe come riconoscere quell’insicurezza origine dei suoi guai. È più facile che il dolore, l’inadeguatezza, vengano attribuiti ad altri, proiettata all’esterno. E il partner è proprio lì, a portata di mano. In questi casi quando, nonostante tutto, c’è ancora amore e si vuole salvare la relazione di coppia una delle cose importanti da fare potrebbe essere l’estremo tentativo di ripristinare una comunicazione corretta. Anche se non è facile scardinare meccanismi che lavorano inconsciamente da molti anni. Una psicoterapia potrebbe aiutare il geloso paranoide anche se la grande difficoltà è di fargli ammettere di avere il problema. Il partner, ancora innamorato e desideroso di salvare la relazione, potrebbe fare un tentativo: considerare che gli atteggiamenti paranoidi non siano del tutto consapevoli e che il primo a star male è proprio chi li prova. La “medicina” è l’amore. Continuare ad amarlo, comunque, per il resto della sua personalità. Un simile atteggiamento mitigando la morbosità potrebbe rappresentare il viatico per una convivenza più tranquilla. Il condizionale potrebbe è d’obbligo.

Edvard Munch Gelosia, 1895 – olio

 

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