La memoria di una porta scomparsa

di ROSANNA DE MARCHI-

VITERBO- Sulla facciata della dismessa chiesa di S. Matteo al Corso Italia (trasformata in sala cinematografica durante il ‘900 coi nomi di Sala Galiana e in seguito Cinema Corso) si può osservare un’imbrunita epigrafe marmorea incastonata nel muro, appena sotto un balconcino. L’attuale collocazione risale al 1558 e fu voluta dai conservatori del Comune, come rivela una vicina lastra in peperino posta appena sopra la mostra di un fontanile pubblico non più esistente.

In origine la lapide in marmo era posizionata sopra l’arco della celebre porta Sonsa, la quale chiudeva il tracciato dell’odierno Corso Italia all’altezza di Via Mazzini e poggiava i rinfianchi sull’angolo della chiesa di S. Matteo e sull’opposto edificio, quasi alla base della torre di Rollando Gatti (abbattuta nel 1950).

Stando alle cronache tardomedievali, quest’importante accesso venne costruito nell’ultimo scorcio dell’anno Mille nell’ambito dell’innalzamento del primo tratto di mura urbane: “Anno 1095. … Così alle spese del populo fu fatto il muro dalla porta Sonza sino alla porta Fiorita, presso la fonte della Mazzeta.” Tuttavia, la prima menzione della porta nei documenti d’archivio risale soltanto all’anno 1126.

A partire dal XV secolo, persa definitivamente ogni funzione difensiva, la porta iniziò ad essere smantellata e nell’anno 1462 della sua struttura non esisteva che un’arcata, detta “di S. Matteo”; nei secoli successivi ogni sua memoria architettonica andò perduta.

L’epigrafe di Porta Sonsa, recentemente restaurata grazie all’iniziativa del Lions Club di Viterbo, è stata scolpita usando un alfabeto misto romanico e gotico maiuscolo e recita le seguenti frasi, che per comodità le riportiamo tradotte:

† mi chiamo Sonsa, porta di Viterbo la splendida

grande il mio nome, eterni i miei privilegi

chiunque sia gravato da condizione servile

se mio cittadino si faccia, sia considerato uomo libero

il sommo imperatore Enrico mi concesse questo privilegio

† anno 1095 dell’incarnazione del Signore questa porta iniziò ad essere

costruita essendo papa Pasquale ed Enrico imperatore

fu portata a compimento al tempo di papa Eugenio. Costruttori furono

Raniero Mincio e Pietro per deliberazione dei consoli e di tutto il popolo.

Gottifredo dettò i versi e Rollando li scolpì.

DA CHI FU FATTA COSTRUIRE QUESTA PORTA?
Come sostenuto dalla quasi totalità degli studiosi, una parte della lapide venne realizzata incorporando il testo di una iscrizione preesistente.
Un indizio evidente dell’interpolazione è rappresentato dal fatto che la frase contenuta fino alla quinta riga è costruita in prima persona mentre, in modo stonato, per i periodi successivi si adotta l’esposizione in terza persona.
Nonostante le varie congetture su quale delle due parti sia la più antica, non si è mai giunti ad una conclusione certa.
A prima vista, il significato letterale della prima parte appare chiaro: è la porta che parla a nome della città proclamando il privilegio, concessogli dall’imperatore Enrico, di liberare da ogni condizione servile qualsiasi uomo acquisti la cittadinanza viterbese!
Ma quale dei tre Enrico succedutisi nella corona tedesca tra la metà dell’XI secolo e la fine del successivo, è quello richiamato nell’iscrizione?
Lo storico Cesare Pinzi, suffragato dalle cronache quattrocentesche, ritiene si tratti di Enrico VI (1191-1197), il successore dell’imperatore Federico I di Hohenstaufen.
Niccolò della Tuccia, infatti, annotava: “… fu eletto Errigo, figliolo di Federico Barbarossa, il quale era signore di Viterbo, e pose una libertà alla porta di Sonza, che era la porta principale, ove fece mettere un epitaffio …”. Frate D’Andrea, similmente, scriveva: “fu electo lo dicto Enrico figliolo di Federigo Barbaroscia, e in quel tempo fu posto per dicto imperatore una libertà alla porta de Viterbo principale, che stava al lato ad Sancto Mateo di Sonza, ove fu posto uno epitaffio …”. Ad onore del vero, i predetti cronisti, così come i resoconti duecenteschi dai quali attingono, non fanno altro che prodursi, anch’essi, in un’interpretazione dell’epigrafe.
L’altro insigne studioso viterbese Giuseppe Signorelli sostiene, invece, che l’imperatore della lapide sia Enrico V (1111-1125). Questi, in effetti, trovò in Viterbo una solida alleata durante le alterne fasi della lotta per le investiture, tanto che nel 1118 insediò nella città il proprio antipapa Maurice Bourdin (Gregorio VII).
In fine, non può essere esclusa l’ipotesi Enrico IV (1084-1106), imperatore alla cui causa contro il papato Viterbo aderì subitanea nella speranza di vedere riconosciute le proprie libertà comunali. Questi, tra l’altro, è il sovrano nominato alla settima riga nell’ambito della datazione della porta.
(tratto da Città di Viterbo, Mauro Galeotti)
Rosanna De Marchi

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