“La modernità dei piccoli comuni”

VITERBO – Riceviamo da Paola Marchetti e pubblichiamo: “I piccoli comuni e le aree interne del nostro Paese costituiscono un patrimonio inestimabile, da tutelare e su cui investire. 

Sono luoghi ricchi di storia, di cultura, di paesaggi, di identità antiche; sono luoghi che, nel corso degli anni, hanno subito un progressivo processo di spopolamento, che ha finito per lasciare nell’abbandono terre, spazi, vecchie abitazioni.

Per un po’ questi luoghi, che rappresentano la vera identità diffusa dell’Italia, sono stati toccati dal dibattito sul PNRR, che ha previsto lo stanziamento di 20 milioni di euro per finanziare una serie di progetti pilota, che concorrano alla rigenerazione culturale, sociale ed economica di borghi a rischio abbandono o già abbandonati. 

Ma, nonostante questo stanziamento, il dibattito sui piccoli comuni e sulle aree interne sostanzialmente langue, tra enunciazioni e mancanza di progettualità. 

Nelle ultime tre legislature non si sono assolutamente prodotte politiche che hanno messo al centro dell’agenda il tema dei piccoli paesi e delle aree interne. 

Bassano Romano, il mio paese, trenta anni fa era un’altra cosa, non dico meglio o peggio, ma un’altra cosa. 

In questi 30 anni una serie di dinamiche economiche, urbanistiche, sociali ne hanno profondamente modificato la struttura ed il volto, spesso nonostante le scelte della politica e delle amministrazioni locali. 

È per questo che per poter parlare e costruire politiche per i piccoli comuni bisogna innanzitutto conoscerli, viverli, attraversarli, non basta il racconto sociologico.

Le poche cose fatte sono il risultato di politiche elaborate senza una visione complessiva e strategica del problema, e, soprattutto, senza la reale coscienza da parte di istituzioni e di decisori politici di cosa significhi realmente vivere in un piccolo paese.

Il fatto che le istituzioni non si rendano conto delle esigenze di chi vive nei borghi accade per due motivi: da una parte, queste politiche non producono un grosso consenso, dall’altra, in Parlamento queste richieste non arrivano, anche perché la questione è lontanissima dai Palazzi e dal dibattito pubblico.

Più in generale, per capire quanto siano importanti questi luoghi possiamo prendere ad esempio la situazione delle grandi città. 

Mentre i paesi e le aree interne si spopolavano, le aree metropolitane sono state letteralmente riempite di attività, di nuove case, di persone, di traffico. 

Congestionate. 

Basterebbe pensare alla situazione della mobilità a Roma e verso Roma, con i livelli di inquinamento, di stress, di sovrappopolamento, di rischi ambientali e sanitari.

Rivitalizzare le aree interne e redistribuire la popolazione sull’insieme del territorio italiano sarebbe, in tal senso, un grande progetto politico, che guarda al futuro.

Ma per fare questo è necessario che al recupero del patrimonio edilizio si associ un’azione sistemica che porti cultura, lavoro, innovazione tecnologica, cura del territorio contro il rischio idrogeologico. 

Come si corregge questo squilibrio? Come si fa in modo che i piccoli comuni diventino anche luoghi dove produrre reddito e lavoro? 

Come si esce da una finta rappresentazione culturale che contrappone i piccoli paesi alla modernità, quando invece la modernità forse sta proprio nella riqualificazione e nella tutela di questo enorme patrimonio? 

Innanzitutto, servono servizi: scuole, trasporti, banda larga, presidi sanitari, servizi culturali.

Serve investire nella bellezza del silenzio, nel patrimonio edilizio disabitato, nella poesia di una faggeta. 

Serve coraggio ed un po’ di sano spirito visionario, anche perché l’alternativa che viviamo non è così entusiasmante e mostra tutti i suoi limiti.

I paesi non muoiono mai: piuttosto si trasformano, evolvono: sta ai decisori politici capire come e in quale direzione. 

Se non ora, quando?”

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