Riceviamo e pubblichiamo: “C’è un silenzio particolare che attraversa i borghi della Tuscia e che non ha nulla a che vedere con la pace della campagna. È un silenzio diverso, più pesante, che racconta di assenze, di partenze, di un tempo che si è fermato senza chiedere permesso. È il silenzio di comunità dove l’età media ha superato da un pezzo i cinquant’anni, dove gli ottantenni sono più dei bambini, dove interi quartieri sono abitati quasi esclusivamente da persone anziane che resistono in un mondo che ha smesso di essere a loro misura.
La Tuscia non è un territorio marginale: è un deposito vivente di storia, cultura, arte, agricoltura, fede. Ma è anche una delle province più anziane d’Italia, e questo dato, che spesso resta confinato nelle statistiche, ha conseguenze profonde sulla vita di tutti i giorni.
Camminando in un piccolo paese della Tuscia, capita che la persona più giovane che si incontri abbia sessant’anni. Le feste patronali hanno sempre meno volontari. I bar, quando ci sono, al mattino sono pieni di silenzi più che di chiacchiere. Le panchine, nelle piazze, non ospitano più una comunità viva ma un’ultima generazione che ricorda ciò che era, senza più vedere ciò che potrebbe essere.
E questa solitudine anagrafica si intreccia con un altro problema: la lontananza e la scarsità dei servizi essenziali.
Chi vive nei borghi interni della Tuscia lo sa bene: qui la difficoltà non è solo fare i conti con l’età, ma farli in un territorio che sembra allontanarsi ogni anno un po’ di più.
Il medico di base è spesso raggiungibile solo due o tre giorni alla settimana; se si ha bisogno di uno specialista, la risposta non è “in paese”, ma “a Viterbo”, “a Montefiascone”, “a Civita Castellana”, quando non «a Roma». I servizi postali aprono a giorni alterni; la banca chiude definitivamente; il paniere dei trasporti pubblici si assottiglia fino a diventare una linea che passa troppo presto per i lavoratori e troppo tardi per tornare.
Persino fare una semplice visita medica, ritirare un pacco o prendere un autobus diventa un percorso infinito, soprattutto per chi non guida più o non ha qualcuno che lo accompagni.
Chi vive qui invecchia due volte: per età e per distanza.
Eppure, mentre tutto questo accade, cresce il numero di persone che da Roma decidono di trasferirsi proprio nella Tuscia. È un fenomeno reale, che sta cambiando il volto di molti comuni: famiglie giovani, lavoratori da remoto, artigiani, insegnanti, creativi.
Arrivano cercando ciò che la città non offre più: aria pulita, spazi aperti, ritmi umani, case accessibili.
E trovano tutto questo.
Ma si scontrano subito con quella distanza invisibile che taglia le gambe alla speranza: la distanza dai servizi.
Una famiglia che lascia Roma per una vita migliore non può poi scoprire che per un pediatra deve fare 40 chilometri, che la scuola rischia di chiudere, che l’autobus non coincide con gli orari di lavoro. La scelta di vivere in un borgo deve diventare praticabile, altrimenti il sogno diventa frustrazione. E il rischio è che chi arriva riparta dopo poco.
I borghi della Tuscia non sono destinati a morire: stanno solo aspettando di essere messi nelle condizioni di vivere di nuovo. E la chiave sta tutta in due elementi:
La bellezza del territorio non basta se non è sostenuta dai servizi essenziali.
Un territorio funziona se chi ci vive può:
• andare dal medico senza fare un viaggio,
• mandare i figli a scuola senza compromettere la giornata,
• avere trasporti affidabili,
• contare su una rete digitale stabile,
• muoversi senza sentirsi isolato.
Gli anziani sono memoria e radici; i nuovi residenti sono futuro e movimento.
La rinascita passa dalla capacità di creare comunità ibride, dove chi viene da Roma non è un corpo estraneo e chi è nato qui non si sente invaso.
La Tuscia deve diventare un luogo dove ogni scelta è possibile: restare, arrivare, tornare.
Se la Tuscia oggi muore di silenzio, è perché nessuno l’ha ascoltata davvero.
Ma il silenzio non è un destino: è un allarme.
Le case vuote che brillano solo d’estate, le piazze abbandonate, gli anziani lasciati soli, i servizi che scompaiono non sono segnali del passato: sono un grido urgente del presente.
La Tuscia ha tutto per rinascere: posizione strategica, paesaggio unico, patrimonio culturale immenso, comunità accoglienti, nuove famiglie pronte a investire sul territorio.
Ha bisogno solo di una cosa: che qualcuno decida di investirci davvero”.
Pietro Giordano

La Tuscia non deve morire di silenzio, un territorio anziano in cerca di futuro

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