Labyrinthus, a Viterbo la mostra di Toni Arch

LABYRINTHUS: inaugurazione sabato 26 ottobre ore 18.00 Bottega delle Arti via S. labyrinthusPellegrino, 116. La mostra rimarrà aperta fino al 9 novembre 2013. Ingresso gratuito.

Nel labirinto l’ingresso coincide spesso con l’uscita, evidenziando, sin dall’inizio, l’ambivalenza simbolica ovvero la vicinanza/ coincidenza fra significati opposti. Un groviglio inestricabile di meandri, nei quali è facile smarrirsi, dove il disordine quasi sempre è solo apparente. Il labirinto simboleggia il caos primordiale, lo sforzo di imporgli un ordine, è inoltre associato al pericolo dello smarrimento, del disorientamento; chi vi entra rischia di rimane intrappolato.Occorre il coraggio e l’intelligenza di Teseo nel percorrere quella via sinuosa dall’inizio fino alla fine. Il labirinto ricorda anche un filo disposto come un gomitolo, come a dire che nulla è semplice e lineare.

E’ il filo mentale che ininterrottamente tiene insieme, che crea legami e traccia i confini del nostro spazio esistenziale. Arianna esprime la nostra volontà razionale: solo adottando e rimanendo fedele a un metodo si può arrivare al centro, vincere la lotta con il Minotauro, l’incubo, il terrore che lo abita e tornare indietro salvi, ma trasformati e iniziati ad una vita nuova. La complessità fisica del percorso labirintico è illusoria; in realtà il labirinto delimita uno spazio ben ordinato e ritmato da armonie geometriche.

E’ la rappresentazione figurativa di realtà astratte e intriganti, la cui traiettoria orizzontale s’interseca con un’aspirazione verticale verso conoscenze difficilmente accessibili; anche se confinato in spazi apparentemente limitati ci indica invece un viaggio oltre il limite.

E’ l’emblema universale della ricerca dell’infinito, chi lo percorre diventa consapevole che il confine fra umano e divino, fra finito e infinito è permeabile. Un simbolismo intricato e multiforme: vita / morte, bene / male, perdizione / redenzione, solitudine / angosce e paure; un ossessivo ripetersi di figure e forme geometriche rimandano al concetto dell’eterno ritorno e ricordando la transitorietà della vita umana. Il percorso dell’uomo medievale dentro il labirinto è anche un cammino di penitenza ed espiazione verso la fede-Dio; gli intricati meandri simboleggiano il pericolo della perdizione, delle tentazioni del male. Diventa la strada dei pellegrini che, impossibilitati ad intraprendere il cammino, la percorrono all’interno di chiese (duomo di Siena, cattedrale di Chartres, Reims, Amiens). Con l’umanesimo ci si addentra nel labirinto per conoscere se stessi mediante un cammino esplorativo della propria esperienza individuale e diventa ornamento e passatempo ludico in palazzi e giardini nel tentativo di domare il caos, il tempo e la natura.

Bisogna saper “errare ragionevolmente” per trovare la verità, raccomanda Daniel von Lohengrin nel 1676; benché simbolo di riserbo, luogo dove custodire saperi occulti e mistici, è la razionalità e non più la fede a essere il principio ordinatore. Per potersi orientare nel groviglio intricato, che è diventato il mondo, è necessario capire la logica del progetto. E’ possibile raggiungere il centro seguendo più di una strada, affermando che non esiste più né un solo percorso giusto né un solo comportamento valido.

L’uomo può e deve scegliere fra diverse opzioni ugualmente valide. Il Labirinto allude anche, ai tormenti, agli interrogativi che l’uomo si pone nel corso della propria vita. In età barocca e già in fase manieristica il labirinto si aggroviglia e si complica in modo che ingannevoli passaggi e illusioni non danno più la certezza di arrivare al centro, e se vi si giunge non permettono facilmente di arrivare all’uscita. Così il labirinto diventa simbolo di perdizione, luogo dell’errore, del mistero e dell’avventura. Il labirinto indica anche la nostra condizione di prigionieri di un percorso che si conclude in noi stessi e nel quale non siamo in grado di spezzare la ripetitività delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Una condizione statica in cui il Minotauro di turno può avvantaggiarsene a discapito dei prigionieri del labirinto.

J.L. Borges: “Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine”.

Per A. Bonito Oliva eloquente appare il concetto secondo il quale il lavoro artistico deve avvenire nella necessità di uno stato catacombale e clandestino, fuori dalla portata di tutti, fuori dallo sguardo degli altri.

Nel labirinto l’artista non ha bisogno dello sguardo del mondo, l’oscurità non è più assenza di luce bensì qualcosa di più tangibile, quasi palpabile, è una continua sperimentazione, è consapevolezza, svelamento, è insomma la “verità irresistibile” dell’arte. In questa condizione, l’opera che l’artista contemporaneo crea è essa stessa un labirinto e, per analogia, costituisce l’irrazionale della ragione, lo scarto che mette a nudo la verità delle cose. Il linguaggio e l’opera di Toni Arch alludono immediatamente al labirinto e, se si aggiunge il cammino lungo un sentiero, frase spesso evocata dall’artista, la strada aspettava solo di essere percorsa.

Le opere inedite di LABYRINTHUS, realizzate nel 2013, sono le diverse esperienze dell’andare verso. Un frenetico e intenso lavoro che nel corso del tempo era già stato elaborato e che oggi si è manifestato per una urgenza dell’artista innescata da una conversazione.

Ogni tela è un viaggio nei meandri intimi e sconosciuti della mente, nella parte più impenetrabile dell’essere umano. I titoli delle opere, ingresso e uscita del Labirinto, ci tentano irresistibilmente al transito e ci suggeriscono che l’astratto è soltanto una dimensione mentale, una scorciatoia del pensare. Il bianco e il nero sono un invito a parlare con tono lieve, a cogliere le sfumature, ad ascoltare e non limitarsi a guardare bensì osservare.

TONI ARCH Nato a Roma nel 1933, ha vissuto tra Roma, Milano e Genova, da anni risiede a Celleno (VT). Studia al Centro Cinematografico di Roma. Scenografo e costumista. Inizia l’attività di scenografo nel 1955. Cinema, teatro e televisione. Nel 1961 le prime esposizioni sotto l’impulso di artisti e critici da Giovanni Anceschi, Enrico Castellani, Gianni Colombo, Franco Grignani, Bruno Munari e tanti altri a lui cari come i critici Gillo Dorfles, Corrado Maltese, Guido Montana, Cesare Vivaldi, Germano Beringheli, Anna Cocchetti, Luciano Marziano.

Da Torino per il Centenario dell’Unità d’Italia ’61, con la partecipazione alla Biennale di Venezia Group TAV teatre ha la sua piena affermazione. Sono seguite nel tempo: ’83 VIa Biennale di Cleveland, ’88 1a Biennale di Malta, ’91 2a Biennale di Malta, ’92 Premio Italia Budapest-Stoccolma e New York, ’96 12a Biennale di Cleveland, 1° Premio Flash Arte Museum Trevi, 1a Biennale di Locri, ’99 9th Biennale di Cleveland, 2000 2a Biennale Sanremo, 2001 10th Biennale Taipei Taiwan, 2004 Los Angeles exibition F.N.B.K., 2007 Baijing-China Worl Art Museum Padiglione Italiano, 2009 Roma 20° anniversario caduta del Muro di Berlino Haworth Creative Center, 2011 1a Biennale “Centro Italia” Rieti.

Arch ha realizzato oltre 300 esposizioni tra personali e di gruppo in Italia e all’estero. https://www.facebook.com/bottegadellearti.viterbo http://www.toniarch.it/

   

Leave a Reply